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Da oltre 130 anni la ferrovia Circumetnea unisce Catania con i paesi intorno al vulcano. Un viaggio lento a bordo della storica littorina siciliana

Sulla Circumetnea, per guardare il vulcano dal treno

di 
Tino Mantarro
5 Dicembre 2018
«Scusi, il capolinea della ferrovia?».
«Intende la Circum?».
«Sì, direi. Cerco il treno che sale sull’Etna».
«La littorina?».
«Esatto, la littorina».
«Il trenino della campagna?».
«Credo sia quello. Il capolinea è la stazione di Riposto, giusto?».
«E perché deve andare fino a Riposto? Lo può aspettare anche qui, al passaggio a livello».
«Al passaggio a livello?».
«Ca certu, il treno rallenta e sale, c’è la fermata».
 
TUTTI IN CARROZZA
Sarà, ma forse è meglio cercare la stazione di partenza. Anche se, a giudicare dalle risposte, tra Giarre e Riposto non devono essere tanti i turisti che cercano la Circumetnea. Cartelli non se vedono, indicazioni neanche. Così non resta che domandare. E tutti sembrano straniti dal fatto che in una mattina d'autunno inoltrato qualcuno cerchi la stazione di partenza della Circumetnea, la linea a scartamento ridotto che collega Riposto con Catania, circumnavigando il cono dell’Etna.
 
 
Assodato che la stazione Fs di Giarre-Riposto non corrisponde alla stazione di Riposto della Circum ma si trova un paio di chilometri più a nord, si arriva a una costruzione rossa pitturata di fresco davanti alla quale, fermo al binario 2, attende un vagoncino uscito da un altro secolo. È il treno di metà mattina per Randazzo, uno di quelli vecchi. Da qualche anno sono entrati alcuni nuovi treni di fabbricazione polacca ribattezzati ovviamente Vulcano: sono comodi e moderni, ed è tutto un altro viaggiare.
 
Passeggeri a bordo: tre, due anziani signori e il sottoscritto. Peggio per chi non c’è. Perché fin dalla prima accelerata il vagoncino inizia a cantare: il sedile scricchiola mentre il capostazione solleva la paletta verde come non si vede più fare. Un deciso colpo di gas e via, alla conquista dell’Etna. Pronti a quasi 750 metri di dislivello da aggredire, secondo l’orario ufficiale, in un’ora. Sessanta minuti per quaranta chilometri: la distanza che separa Riposto, sul mare, da Randazzo, sul versante settentrionale del vulcano.
 
 
IL VIAGGIO VERSO RANDAZZO
La littorina traccheggia risalendo la china, sfiora balconi e orti delle case e si ferma, come aveva detto il signore, al passaggio a livello, facendo salire qualche studente. Altra accelerata decisa e dopo qualche chilometro inizia lo spettacolo. «Vedrà, la parte migliore è il primo pezzo» aveva detto il capostazione alla partenza e aveva ragione. A mano a mano che si prende quota, davanti agli occhi si apre uno scenario immenso. Guardi a destra e vedi lo Ionio, Taormina e sullo sfondo, fuori fuoco, la Calabria. Guardi a sinistra ed ecco l’Etna coperto di neve. Intorno una distesa di agrumeti, stradine interpoderali, pale di fichi d’India e alberi d’ulivo. Il locomotore sale lento, arranca a una velocità che oscilla tra dieci e venti chilometri l’ora. Le stazioncine sono poco più che caselli e hanno l’aria di essere abbandonate da anni. Però lo spettacolo è fantastico e se apri il finestrino puoi cogliere qualche mandarino. Si sbatacchia come su una diligenza, vuoi mettere con il Frecciarossa?
 
In funzione dal 1885 il servizio non deve essere cambiato molto da quando, a fine Ottocento, i notabili della zona decisero che era ora di costruire una ferrovia che unisse i paesoni agricoli del versante nord dell’Etna con il mare. Prima di allora per andare da Bronte a Riposto (il porto commerciale) serviva almeno un giorno a dorso d’asino o sul calesse. Poi un regio decreto del 31 dicembre 1883 deliberò che venisse realizzata una ferrovia che unisse Catania con i paesi intorno all’Etna. Meno di tre anni e l’ingegnere inglese Trewhella concluse la prima parte dell’opera: il 2 giugno del 1885 si inaugurò il tratto tra Catania borgo e Adernò (oggi Adrano). Altri tre anni e il 10 luglio 1888 venne aperta la linea come è oggi: 114 chilometri da Catania a Riposto. Mentre in salita si fatica e qualcuno si preoccupa per via di un po’ di fumo che invade la vettura, il conducente cambia marcia facendo una specie di doppietta, come quella della Cinquecento, e il motore canta.
 
SI ARRANCA IN SALITA
Come lui cantano i ragazzi che sono saliti al passaggio a livello. Loro il treno lo prendono ogni giorno e del paesaggio non si curano. Però mentre sali, lasciandoti alle spalle Santa Venerina, Piedimonte Etneo, Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, il panorama ti rapisce e benedici la lentezza che ti permette di osservare a fondo tanta meraviglia. Perché se è vero che il bello del treno è la visione sfuggente delle cose, il bello di queste littorine etnee è che ti permettono di gustartelo, il paesaggio. Ora la roccia è sempre più nera, gli agrumeti sono stati sostituiti dalle vigne ad alberello di neretto mascalese, i muretti a secco sono scuri come scuro sta diventando il cielo. Tra Passopisciaro e Moio Alcantara si saluta il mare e ci si addentra nel cuore della Sicilia, il paesaggio diventa ancor più vulcanico. A Calderara si vedono chiari i segni delle colate che più di una volta hanno travolto i binari. A Randazzo fine corsa.
 
Sul treno non è rimasto nessuno e uno dei macchinisti si scusa col viaggiatore allargando le braccia: «Siamo un po’ in ritardo: oggi è andata così». Alla stazione fervono i lavori. Stanno cambiando i binari, quel che non cambia è l’atmosfera del bar della stazione. Manca giusto il rumore metallico della macchinetta che stampava le schedine del Totocalcio per tornare al 1980, è stato sostituito dai videopoker in un angolo. Però la tavola calda vale il viaggio: arancini e cipolline regalano grandi soddisfazioni. Ai tavoli stanno seduti avventori senza consumazioni, che non si capisce se debbano prendere un treno o se li abbiano persi tutti. E allora ammazzano il tempo scrutando i pochi viaggiatori: nonostante sia davvero scenografica, la Circumetnea di forestieri ne vede ben pochi.
 
 
IN DISCESA VERSO CATANIA
La conferma si ha sulla littorina che poco prima della una parte direzione Catania. A bordo qualche studente, una coppia di anziani e due giovani zaino in spalla. Il vagoncino arranca ancora per salire ai 924 metri di Maletto, attraversando un paesaggio scuro: dura pietra lavica e qualche albero sparuto. Ai passaggi a livello la littorina fischia, ma sembra una tromba annacquata cui risponde lo scampanellio ritmato che avverte dell’arrivo con un suono pallido, quasi spento. Oltre la galleria di Rocca Calanna si inizia a scendere e la fatica si tramuta in ebbrezza della velocità. Ci si inoltra in una distesa di pistacchi spogli come pali della luce. E ti viene da pensare che se tutti i pistacchi che ti vendono come originali di Bronte lo fossero davvero le piante dovrebbero copire tutto l'orizzonte, fin forse a Siracusa, e invece questi sono, tanti ma così tanti. Anche perché dopo Bronte finiscono i pistacchi e il cielo si scurisce, al suo passaggio la littorina fa sollevare stormi di storni che lo dipingono di nero. Quasi fosse un presagio, o un saluto. Oltre Biancavilla il paesaggio cambia ancora e dopo aver attraversato Adrano in sotterranea come se ora la Circum fosse la metropolitana di una grande città, si entra nei paesi.
 
Ed entrare non è un modo di dire, ma un fatto fisico: la littorina sbuca tra le case, sfiora balconi, smuove tende, accarezza panni stesi e gatti a riposo sugli stipiti. Quel che si vede è il lato B di Paternò, Belpasso, Misterbianco. Peccato, perché scendendo verso Catania si aprirebbe il panorama sterminato della piana: gli agrumeti a perdita d’occhio e i profili barocchi della cattedrali di paese a segnare l’orizzonte. Invece si scende nel retrobottega dello sviluppo edilizio senza regole e senza fantasia. La vista migliora quando il viaggio è finito e dopo 70 chilometri si arriva a Catania Borgo, che da anni ha sostituito il vecchio capolinea, giù al porto. Per arrivarci bisogna prendere la metro: altri treni, altre epoche, altre storie.