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Il valico tra Italia e Svizzera è stato un tempo il più trafficato delle Alpi. Oggi è una strana oasi di serenità e bellezza

Reportage. Al passo del Sempione, tra ricordi del passato e spiritualità

di 
Tino Mantarro
3 Settembre 2021
Nel corridoio vuoto risuona l’eco del passato. Passi perduti di chi un tempo tra queste pietre ha trovato asilo e ristoro, muovendosi stanco e impolverato attraverso i quattro piani immensi di questo ospizio immenso. A guardarla da fuori, per quanto imponente anche al cospetto con le vette delle Alpi, è decisamente una costruzione fuori scala. Sembra una caserma, è un ostello per viandanti: l’Hospice du Simplon. L’ospizio del Sempione, collocato in cima ai 2.005 metri del passo. Da inizio Ottocento porto sicuro per chi si inerpicava lungo la strada che univa Nord e Sud delle Alpi, Vallese e Piemonte. Una strada trafficata, scenografica e assai dura.
 
 
Tra i tanti che hanno lasciato traccia del loro passaggio Lord Byron è particolarmente colpito dall’asprezza del paesaggio: «Il diavolo deve avere certamente messo la mano (o lo zoccolo) tra certe rupi e certi burroni tra le quali e sopra i quali passa la strada». Qualche anno più tardi Charles Dickens scrive: «A poco a poco il frastuono delle acque divenne più forte e la stupenda strada penetrò tra due muri massicci di rocce perpendicolari che ci tolsero completamente la luce della luna e ci lasciarono solo la vista di alcune stelle. Poi perdemmo anche queste nella profonda oscurità di una caverna». E sembra di vederli, scrittori e commessi viaggiatori, dame e graduati, girare tra le stanze dell’Ospizio, sedersi davanti a un camino, raccogliersi in chiesa. Anche se in realtà molti soggiornavano in una delle locande aperte lungo la strada fin dal Seicento: una qui sul passo – poi diventata un grande hotel e oggi chiusa –, un’altra a Simplon Dorf – l’affascinante hotel Post –, posti dove si poteva sorseggiare qualcosa di caldo scambiando opinioni sul viaggio, dormire nelle camerate, sciacquarsi con l’acqua fredda d’estate e gelida d’inverno per togliersi via polvere e stanchezza.
 
Oggi tra le stanze dell’ospizio gli unici realmente stanchi e bisognosi di togliersi la polvere di dosso sono i camminatori che percorrono la Stockalperweg, il cammino che unisce Briga con Gondo, al confine con l’Italia, seguendo la vecchia mulattiera seicentesca costruita per volontà di Kaspar Stockalper. Ricco commerciante di Briga, detentore del monopolio del commercio del sale in questa zona delle Alpi, inventore del servizio postale fisso tra Ginevra e Milano in dieci giorni di cavalcata, il barone Stockalper intuì l’importanza di questo corridoio tra la valle del Rodano e la pianura Padana e recuperò questa via commerciale che in breve divenne la più battuta delle Alpi Centrali. Stockalper nel costruire la mulattiera aveva pensato a tutto: dalla torre magazzino che domina la gola di Gondo all’Alte Spittel, un ospizio che sembra un fortilizio nella vasta piana appena sotto il passo del Sempione sul suo versante meridionale. Oggi è chiuso, gestito dall’esercito confederato.
 

I viandanti si fermano tutti all’Ospizio gestito della Congregazione ospedaliera di San Bernardo, la stessa che da mille anni gestisce l’ospizio sul Passo del Gran San Bernardo, tra Vallese e Valle d’Aosta. I canonici vennero invitati a costruire un ostello gemello sul Sempione da Napoleone Bonaparte, colui al quale si deve la fortuna moderna della strada. Fu lui infatti a riconoscere l’importanza strategica del Sempione all’interno del suo disegno di controllo dell’Europa. Per portarlo a termine aveva bisogno di accelerare le comunicazioni tra i territori del suo sogno imperiale. E la via più veloce tra Parigi e Milano capitale era appunto il Sempione. Così nel settembre del 1800 diede il via al lavori per il miglioramento della strada del Sempione, allargando la vecchia strada che era poco più che un sentiero a strapiombo nel vuoto per farlo diventare una moderna carrozzabile. I lavori furonopensati in grande: sotto comando militare vennero impiegati 3/4mila lavoratori. Cinque anni dopo, nell’autunno del 1805 la strada era pronta. Larga tra i 7 e gli 8 metri, era lunga 63 chilometri, con 8 grandi ponti e sette gallerie tra Glis e Domodossola.


Come via di comunicazione il Sempione era stato di relativa importanza in epoca antica (ci sono tracce di una strada voluta da Settimo Severo) e aveva preso a essere battuta solo grazie a Stockalper. La sua storia cambiò per sempre a inizio Novecento: la carrozzabile divenne antiquata quando il Sempione fu bucato per costruire in grande traforo ferroviario, allora il più lungo d’Europa, che metteva in contatto Nord e Sud d’Europa. È l’epoca d’oro del Simplon Orient Express, che collegava Londra a Venezia, per proseguire fino a Istanbul e Atene. Quella in cui nobili e ricchi borghesi scendevano sul lago Maggiore per ritemprarsi e Agatha Christie e Graham Greene ambientavano i loro romanzi sul treno che passava sotto il Sempione. Un successo che rese la strada del passo improvvisamente obsoleta. Il 31 maggio del 1906 venne dismessa la diligenza postale che univa Briga e Domodossola. Il servizio postale era stato creato nel 1848, a pieno regime impiegava 150 cavalli che trainavano 4 diligenze al giorno per ogni direzione. Oltre 30mila passeggeri all’anno che in nove ore di polveroso viaggio andavano dal Vallese all’Italia.

Tutta questa intrigante storia è raccontata all’interno di una vecchia caserma napoleonica che si trova lungo la strada che risale verso il passo dopo il confine di Iselle, prima della stretta gola di Gondo. Proprio nella parte che più impressionava i viaggiatori ottocenteschi, quando la gola da cui si deve passare diventa stretta, con le montagne che sembrano quasi stringersi e chiudersi per quanto sono verticali le pareti che sovrastano il passaggio. Oggi in macchina neanche te ne accorgi, perché dagli anni Sessanta la Confederazione ha continuato a migliorare la viabilità per adattarla al traffico moderno con gallerie e ponti che dal 1968 hanno permesso di aprire la strada anche in inverno. Prima – come racconta l’Ecomuseo del Sempione a Simplon Dorf – i valligiani erano costretti a fare qualsiasi cosa in Italia, oggi in un’ora scarsa sono a Briga. «Il passo per me è romantico – racconta Josef Escher, che fa da guida volontaria all’Ecomuseo del paese –. Per tutta la vita l’ho fatto due volte al giorno, una per salire e l’altra per scendere. Arrivi in alto e ti sembra di stare in paradiso, specie in inverno quando ci sono quelle notti terse, con la neve che riflette la luna e non passa nessuno».
 
 
Già, il Paradiso. C’è uno strano legame tra le vette celesti, il passo del Sempione e questo Ospizio, almeno a sentire i canonici che oggi vi trascorrono tutto l’anno. «Rispetto al Gran San Bernardo che è molto turistico e affollato questo è un luogo tranquillo che si presta alla preghiera e alla riflessione» spiega il priore François Lamon. E da quando, negli anni Sessanta, l’ex priore Gratien Volluz aveva teorizzato l’importanza della montagna e del camminare nel percorso di fede dei cristiani è diventato un luogo di ritiri spirituali. «In inverno soprattutto ospitiamo intere scuole o parrocchie per un periodo di meditazione e aria pura» spiega Lamon. «Qui tutto l’anno c’è un ritmo di vita diverso, più umano, scandito dai nostri impegni quotidiani di frati, ma anche dal rapporto con le persone. Rispetto ad altri luoghi abbiamo il lusso del tempo, che ci aiuta nella ricerca della pace del cuore e serve per ritrovare noi stessi» spiega.
 
 
Ma senza bisogno di essere credenti si capisce che il passo del Sempione è un luogo che rasserena. Sarà perché non siamo troppo in alto, appena duemila metri, sarà che il paesaggio montano è ampio, con l’occhio che spazia fino dagli oltre 4mila metri del Fletschhorn e del Rossboden, a picco sopra Simplon Dorf, fino al Monte Leone e alle altre vette delle Alpi Lepontine. Sarà che una volta in alto la cima del Passo è una sella verde e spaziosa, dominata da un’immensa aquila di pietra – la Simplon Adler – dall’aria un poco militaresca. Una zona di passeggiate semplici, tra abbondanti rododendri e mirtilli, pascoli estivi e alpeggi diventate case vacanza. «Ormai chi viene qui si ferma perché è in fuga dalmondo urbano, è in cerca di ristoro e vuole godere un poco di questo silenzio» dice Lamon. Silenzio portato dal vento, interrotto dai fischi delle marmotte e dai campanacci delle mucche, stanche di essere guardate. Certo, la strada è assai frequentata, solcata da camionisti e vacanzieri, specie tedeschi, che passano da qui per andare al mare, in Liguria. «Sono quelli che si fermano per un notte, arrivano senza prenotare, fanno una sosta per riposare e la mattina dopo colazione ripartono» racconta.

A loro interessa poco dell’atmosfera di queste stanze dai soffitti alti quattro metri, della chiesa al cui interno ogni giorno si celebra una messa per pochi intimi, una volta in tedesco, una in francese, perché questa parte del cantone Vallese è più germanica che latina. La sera, nella sala comune che fa da spartana mensa si mangia a tavoli condivisi – passato di verdure, barbabietole e formaggio, perché oggi è venerdì – e si chiacchiera in diverse lingue tra cui anche inglese e italiano, oltre a francese e tedesco di rito. «Posti come questo, che certo sono spartani ma accoglienti, servono a ritrovarsi con gli altri, a iniziare a dialogare con gente che non si conosce che è seduta al tuo fianco» spiega il priore.
 
 
Così in questa fresca, quasi fredda sera di mezza estate nell’ospizio c’è un gruppo di studenti di Scienze Naturali dell’università di Heidelberg: è qui per una settimana a raccogliere campioni di minerali. E poi una famiglia di Berna transita per andare al lago Maggiore; una coppia di San Gallo è arrivata a piedi, da casa, perché per quest’estate di vaccini e test ha deciso di fare la traversata delle Alpi. E due coppie belghe, con quattro figli smunti e taciturni che sparecchiano coscienziosi. Sono in una specie di ritiro che si direbbe imposto dal padre: impiegano le giornate a fare passeggiate e meditare, ma a giudicare dalle facce dei figli sembra più un supplizio, o una pena da scontare. A guardarli – ma c’è da capirli vista l’età – si direbbe non siano ancora posseduti dal germe della montagna: non sembrano attratti né dal richiamo del silenzio delle grandi altezze, né dall’eco del passato che si respira tra queste stanze. Per loro queste montagne sono tutt’altro che «l’inizio e la fine di tutto il paesaggio naturale» come sosteneva lo scrittore e pittore inglese John Ruskin. Piuttosto sono la fine delle vacanze che avrebbero trascorso volentieri da un’altra parte.

INFORMAZIONI 
 
Leggi qui il nostro reportage sul passo del Gran San Bernardo e l'Ospizio gemello di quello sul passo del Sempione.