Sembra un déjà vu. I cieli tersi di primavera, le bacche sui rami, i fiori nei prati e le città che al tramonto mettono la sordina e si svuotano, lentamente. In questi spazi tuttavia, qualcuno si è concesso dei piccoli momenti di libertà. Ve li ricordate i canguri che saltellano nel centro di Adelaide e i pesci che sguazzano nei canali veneziani? I lupi ai semafori di un incrocio? E l’aquila volteggiante nei cieli di Milano
Con la stagione dei risvegli e il persistere dei confinamenti, assisteremo quindi a una nuova intrusione delle specie selvatiche nelle nostre città? A venire in soccorso e dare risposte fondate su basi scientifiche è un team di scienziati, impegnati nel progetto catalano ornitho.cat, che ha come obiettivo proprio quello di studiare gli effetti dei lockdown sull’avifauna. Le osservazioni negli ultimi dodici mesi hanno portato alla redazione di “Rapid behavioural response of urban birds to Covid-19 lockdown”, uno studio dai risultati illuminanti, anche se in un campo ristretto agli uccelli.
Un'aquila reale / foto Getty Images
Oscar Gordo, Sergi Herrando e Gabriel Gargallo dell’ICO-Institut Català d’Ornitologia e Lluís Brotons del Consejo Superior de Investigaciones Científicas hanno dimostrato che “almeno durante il primo mese di confinamento non è aumentato il numero di uccelli in città, ma ne abbiamo sentiti e visti di più perché hanno cambiato rapidamente il loro comportamento e sono diventati più attivi nelle prime ore della giornata”.
Gordo ha spiegato come “in condizioni naturali gli uccelli cantano e sono molto attivi all’alba, alcuni anche prima. Tuttavia, negli ambienti urbani questo periodo coincide con l’ora di punta, quando le strade sono affollate e più rumorose. Queste condizioni compromettono la comunicazione e l’alimentazione degli uccelli a causa dello stress causato dal nostro costante disturbo. Durante il lockdown invece, questi inconvenienti sono scomparsi e gli uccelli hanno cambiato rapidamente il loro comportamento per mostrare un ritmo di vita più naturale".
Foto Getty Images
Per lo studio, gli autori hanno selezionato le 16 specie di uccelli più comuni negli ambienti urbani che trascorrono tutto l’anno in Catalogna, quindi hanno confrontato i dati raccolti durante il lockdown con i dati storici di ornitho.cat per le stesse popolazioni nel periodo 2015-2019 e sono arrivati alla conclusione che "ad eccezione degli storni, tutte le specie studiate sono diventate più attive al mattino presto, dimostrando che la risposta degli uccelli era diffusa".
I ricercatori hanno concluso che "i cambiamenti indotti dal confinamento erano troppo drastici e improvvisi e non sono durati abbastanza a lungo da consentire il verificarsi dei processi di colonizzazione”: nessuna invasione quindi, ma una dimostrazione di grandi capacità di adattamento ai cambiamenti, dote che noi dovremmo recuperare per abitare un sistema profondamente mutato dalla pandemia da coronavirus. 
Incontri troppo ravvicinati / foto Getty Images
IL PAESAGGIO DELLA PAURA
Ad aiutarci ad allargare il campo e capire perché gli animali hanno reagito al lockdown esplorando le zone urbanizzate sono le riflessioni che nel 2001 l’ecologo John Laundré e i suoi collaboratori hanno sintetizzato nel concetto di “Paesaggio della paura”. “The Landscape of fear” è infatti un vero e proprio modello ipotetico che permette di capire come gli animali utilizzano lo spazio non solo in base alle caratteristiche ambientali, ma anche sulla base del pericolo percepito. 
Secondo Laundré, gli animali riescono a modulare i loro comportamenti definendo i costi e i benefici dei loro spostamenti: dove nutrirsi o riposare ad esempio, senza dover affrontare il rischio di una aggressione. E tutti gli animali, fino si vertici delle catene alimentari, sanno che i super predatori siamo noi.
Parrocchetti in città / foto Getty Images
Per questo motivo la maggior parte degli animali selvatici si è diciamo... organizzato la giornata cercando in tutti i modi di evitarci, scegliendo il posto giusto e soprattutto il momento giusto per uscire allo scoperto. C’è di più. A sostegno delle ipotesi di Laundré ci sono studi recenti pubblicati sulla rivista Science, che dimostrano come la maggior parte delle specie diurne di mammiferi, in presenza di attività o insediamenti umani, diventa notturna. Ma non solo: nelle aree più antropizzate gli animali riducono i loro spostamenti.
Quindi, alla maggior parte degli animali noi risultiamo scomodi, cattive compagnie da evitare. Ma con la pandemia e i confinamenti ci siamo fatti un po’ da parte. E chissà se l’essere discreti con gli animali e rispettosi dell’ambiente non sia l’eredità più preziosa di questa terribile esperienza che stiamo vivendo.
SUL WEB
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