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Il nostro inviato racconta i luoghi del Giro d'Italia 2021. Tappa 13, da Ravenna a Verona con Marco Martinelli, fondatore del Teatro delle Albe

Le Voci del Giro: nelle terre di Dante per ritrovare l'umanità della Divina commedia

di 
Gino Cervi
21 Maggio 2021
 
Per tutto maggio 2021, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 104 (Torino, 8 maggio - Milano, 30 maggio). A raccontarci i luoghi del Giro d'Italia 2021 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui i recenti Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.
 
 
Oggi il Giro corre da Ravenna a Verona. È la tappa “dantesca” per eccellenza, quella che meglio lo rappresenta in occasione settecentenario della morte. L’ultimo decennio della tormentata vita del “Ghibellin fuggiasco” si svolse tra Verona, dal 1312 ospite della corte di Cangrande, signore scaligero, e Ravenna, accolto a partire dal 1318 da Guido Novello da Polenta. Nella città romagnola Dante terminò il suo peregrinare terreno il 14 settembre 1321, a 56 anni, fatalmente colpito da una perniciosa febbre malarica. Come un altro Campionissimo, parecchi anni dopo.
 
LA ROMAGNA TOSCANA,  TERRA DI MEZZO CUCITA DAGLI APPENNINI
Questa notte ho dormito a Bagno di Romagna, dove è arrivata la tappa di ieri, che, partita da Siena, nel suo itinerario ha attraversato Firenze per dirigersi verso i crinali del Mugello e del Casentino, sconfinando poi in Romagna oltre il passo della Calla, tra l’alta val d’Arno e il Bidente. Questo spartiacque è stato per secoli un “non-confine”, perché queste terre fin dalla fine del Quattrocento sono rimaste sotto l’influenza politica fiorentina, tanto da essere riconosciute come “Romagna toscana”: solo dal 1923 sono state accorpate amministrativamente alla provincia di Forlì, e alla regione Emilia-Romagna.
 
È una sorta di terra di mezzo, per lingua e cultura, che dimostra una volta di più come i crinali e le valli appenniniche siano la “cucitura” che tiene insieme la penisola, da nord a sud. L’Hotel Tosco Romagnolo affonda le sue origini proprio in questo continuo flusso di scambi e passaggi: già locanda con stazione di posta fin dal 1532 era luogo di ristoro per viandanti sulla strada a Cesena a Firenze. Una tradizione familiare che continua ininterrotta con amorevole passione fino ai giorni nostri. E che negli ultimi decenni è impreziosita dalla presenza di un chef stellato, Paolo Teverini, che ha fatto del ristorante dell’albergo un punto di riferimento assoluto per l’eccellenza gastronomica italiana e internazionale. 
 
Un panorama del Parco nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano / foto Getty Images
 
RAVENNA, NELLE STRADE DEL "CANTIERE DANTE" 
Ma per ritornare al tema dantesco che contraddistingue questa giornata, ho chiesto a Marco Martinelli, fondatore con Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna, di raccontarmi il senso del progetto del loro Cantiere Dante, che dal 2017 si è dato come obiettivo quello di “portare in scena” le tre cantiche della Commedia. Dopo aver lavorato nell’estate del 2017 all’Inferno e, due anni dopo, nel 2019 al Purgatorio, quest’anno, in corrispondenza con l’anniversario dantesco, si sarebbe dovuto concludere con il Paradiso. Ma le restrizioni imposte dalla pandemia, faranno slittare di un anno la programmazione. La coproduzione del Ravenna Teatro-Teatro delle Albe, e l’amministrazione locale, hanno deciso di “allungare” l’evento celebrativo a tutto il 2022. «Era impossibile concepire la messa in scena dell’ultima cantica del poema dovendo, giustamente, rispettare i regolamenti e le precauzioni del distanziamento. Non avremmo potuto “celebrare” l’occasione: celebrare, nella sua stessa etimologia [forse indoeuropea di “muoversi insieme per onorare, per glorificare qualcosa o qualcuno], implica che si debba esserci una moltitudine raccolta. Quindi abbiamo dovuto rimandare all’anno prossimo l’ultimo atto del nostro Cantiere Dante».
 
Ma come si rappresenta la Commedia, come si può rendere teatrale, e scenografico, il testo di Dante? «Anche in questo caso ci siamo affidati al significato originario delle parole: la parola teatro, in greco, deriva dal verbo theàomai, osservare, guardare. E che cos’è altro la Commedia se non una visione, una “mirabile visione”. La capacità di questo testo di abbracciare l’umanità intera in un grande campo visivo, che contiene tutte le dimensioni sperimentabili dall’uomo, dal crudo e disperato realismo dell’Inferno, fino alla sognante malinconia del Purgatorio, per arrivare infine a sfidare l’indicibilità del Paradiso… Abbiamo provato partendo proprio dal concetto di visione e di parola che sono i fondamenti poetici della Commedia».
 
E quali sono stati i palcoscenici di questo grande Cantiere? «Abbiamo portato il testo nelle strade e nelle piazze. Ai tempi di Dante il teatro era questo. Una sacra rappresentazione pubblica. Ravenna tutta è diventata il nostro palcoscenico. Ma non solo: abbiamo invitato gli spettatori a fare parte del progetto stesso. Come faceva il teatro rivoluzionario di massa di Majakovskij. Abbiamo concepito una creazione comune, fatta della partecipazione degli artisti del nostro teatro e di tutti coloro che hanno risposto la nostra “chiamata”. Da sempre, Ermanna ed io, fin dai tempi del liceo – che guarda caso a Ravenna è intitolato a Dante Alighieri – ci siamo chiesti quanto sarebbe stato bello portare fuori la parola e la voce della Commedia dalle pagine dei libri e dalle aule di scuola. E dare, o forse ridare loro, quella dimensione collettiva di cui un tempo godeva, come un canto civile e partecipato. Molti hanno aderito e sia per l’Inferno, sia per il Purgatorio, lo spettacolo è nato così. Ermanna ed io abbiamo letteralmente preso per mano gli spettatori e gli abbiamo portati dentro la rappresentazione. Ci sono, è vero, gli attori del teatro delle Albe, e i musicisti che hanno realizzato la cornice sonora, ma gran parte della messa in scena, per i luoghi di Ravenna, è frutto della coralità pubblica di chi ha aderito al progetto».
 
Così, per la prima cantica, la cittadinanza si muoveva dalla tomba di Dante per entrare nello spazio infernale ricavato all’interno del Teatro Rasi. «La sede del nostro teatro in origine era la chiesa romanica di Santa Chiara e forse Dante stesso l’ha conosciuta nei suoi anni ravennati. Ma abbiamo completamente ripensato lo spazio teatrale, inventando un itinerario da attraversare dalla platea ai camerini, scendendo nei sotterranei per poi risalire “a rivedere le stelle”. Perché questo indica il percorso infernale dantesco: la possibilità di una via d’uscita».
 
«Il Purgatorio – continua Martinelli – lo abbiamo invece ambientato all’esterno, nei giardini vicini al teatro, per rispecchiare quella dimensione spiccatamente naturale, quasi vegetale che caratterizza la seconda cantica». La cittadinanza ha risposto numerosa alla chiamata. La città negli scorsi anni si è trasformata in un grande spazio Commedia. E la gente, oltre a riappropriarsi di quei luoghi che, numerosi, a Ravenna richiamano la presenza di Dante, ha riscoperto il fascino di un testo che ha bisogno della voce, del suono e anche dei corpi per poter essere apprezzato al meglio.
 
Una scena dall'Inferno del "Cantiere Dante" / foto Zani Casadio
 
L'EPICA TERRENA DI MARCO PANTANI 
Ma dal momento che sono al Giro d’Italia, non potevo risparmiarmi di fare qualche domanda a Marco Martinelli sul suo rapporto con la bicicletta, sapendo peraltro che avrei trovato una strada facile. «Ho amato la bicicletta fin da piccolo. È stato per tutta la mia vita il mio mezzo di trasporto, il “mio cavallo”. Non ho mai amato le automobili. Credo che se ci sarà una salvezza per le nostre città, questa verrà dalla bicicletta. E da ragazzino mi piaceva il ciclismo. Facevo il tifo per Gimondi, per il suo essere Ettore, quasi sempre sconfitto dall’Achille-Merckx: perché in fondo anche nell’Iliade tutti facciamo il tifo, e ci commuoviamo, per Ettore».
 
Ma la passione ciclistica di Martinelli ha poi vissuto un incrocio fondamentale con il suo teatro quando ha incontrato la storia di Marco Pantani: «È un incontro che è avvenuto quando Marco ormai non c’era più. Ero a Parigi, per una tournée teatrale, e in una libreria vidi un libro di Philippe Brunel, inviato dell’Equipe, che raccontava gli ultimi giorni di vita di Pantani. Questo libro mi ha aperto un mondo. La storia di Marco non è solo una storia ciclistica. È la storia della nostra società contemporanea. Di una società che ha bisogno di capri espiatori da sacrificare, da lapidare a colpi di parole. Marco Pantani era un campione antico, aveva un volto antico, andava in bicicletta con la pazienza e la fatica di un contadino. Pantani coltivava ogni giorno la sua bicicletta, mettendoci dentro ogni giorno la sua sofferenza e il suo talento, quello che trasformava una corsa in bellezza. Perché Marco era anche un artista, per il modo con cui correva e vinceva in bicicletta».
 
Marco Martinelli è stato catturato dalla complessità e dalla contraddizione dell’uomo Pantani: «Da vero anarchico romagnolo, Marco era ribelle a ogni forma di autorità, a cui dichiarava guerra, ma era pure in guerra con sé stesso e i propri limiti di uomo e di atleta. Aveva ingaggiato una sfida con la propria sofferenza, “l’abbreviare l’agonia” in salita, come aveva dichiarato a Gianni Mura».
 
Marco Pantani in maglia Rosa sulle strade del Giro / foto pantani.it
 
IL CICLISTA, ATTORE ITINERANTE NELLO SPETTACOLO DEL GIRO
E si ritorna alla tematica dantesca: il provare sofferenza: «Non c’è sport più faticoso del ciclismo. La fatica è infernale, ma nello stesso tempo la montagna del Purgatorio indica la strada della salvezza. C’è un’altra cosa che mi affascina del mondo intorno al ciclismo. È lo stare per ore in un punto della strada ad aspettare. Aspettare gli eroi che passano in bicicletta, o i pellegrini sofferenti, perché i ciclisti sono entrambe le figure. In un’epoca di simulacri televisivi, digitali, virtuali che possono essere “fruiti” stando seduti comodamente, e mortalmente, su un divano, gli appassionati del ciclismo stanno per ore in un luogo ad aspettare una visione che trascolora in pochissimi istanti. Per potersi specchiare per un istante in quella figura che scappa fugace e magari potergli gridare un “Forza!”, un “Bravo!”. Questo io lo trovo commovente. Perché è in fondo simile all’esperienza dello spettatore a teatro che si specchia nella carne viva dell’attore che ha davanti a sé. Il ciclismo, come il teatro, è ancora questo».
 
«E poi c’è anche l’espressione “Giro d’Italia” che continua a commuovermi – continua Martinelli - . Dietro c’è il Grand Tour, l’esperienza di viaggio che facevano i grandi viaggiatori settecenteschi e che, come la corsa, ci fa andare incontro all’Italia, ai suoi paesaggi, alle sue città, alle sue storie».
 
Forse non potevo aspettarmi miglior viatico per la tappa “dantesca” di oggi. Con un Marco Pantani, trasfigurato nelle parole di Marco Martinelli in un romagnolo del “buon tempo antico”, come scriveva Dante del nobile Guido del Duca, nel XIV del Purgatorio. E dal momento che ci mettiamo per strada per Verona, non resta che chiudere con l’auspicio che sempre Dante inserisce nell’epistola XIII a Cangrande della Scala, dare con le sue parole “felicità al lettore”: “… liberare i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli alla felicità.”
 
Verona / foto Getty Images
 
 
 

Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, storico partner di mobilità dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi un'auto ibrida per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.

I volumi Touring sul Giro d'Italia scritti da Gino Cervi: Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro.