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Il nostro inviato racconta i luoghi del Giro d'Italia 2021. Tappa 5, la città emiliana, tra biciclette, mercati e gnocco fritto

Le Voci del Giro: a Modena con i Modena City Ramblers

di 
Gino Cervi
12 Maggio 2021
Per tutto maggio 2021, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 104 (Torino, 8 maggio - Milano, 30 maggio). A raccontarci i luoghi del Giro d'Italia 2021 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui i recenti Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.


La tappa di oggi, la Modena-Cattolica, 177 km, è la tappa più piatta che c’è. Oltre che la più dritta. Sembra disegnata col righello, a tirare una linea che collega l’Emilia alla Romagna, il prolungamento di 177 km del trattino breve che le unisce le due regioni sorelle (o forse cugine? per non dare troppa intimità) nella consuetudine toponomastica.

A Modena ho incontrato un Modena. Non è un gioco di parole: Franco D’Aniello è il flautista nonché fondatore del Modena City Ramblers, la banda emiliana che da trent’anni calca con travolgente energia e simpatia i palcoscenici di tutta Italia e di buona parte del mondo. Al suono del loro combat folk, d’ispirazione irlandese, i MCR hanno scandito l’allegria da concerto di almeno un paio di generazioni. Insomma, bel un pezzo di storia musicale (e forse non solo) dell’Italia a cavallo del secondo millennio (a proposito, è in libreria il libro che racconta la storia dei viaggi dei MCR, E alla meta arriviamo cantando). Per chi mette il nome della città in cui è nato nella propria “ragione sociale ed artistica” ci sarà ben più di un motivo per raccontarci questo posto.
 

«Sono modenese di città. Ho appena abitato appena fuori le mura. In centro fin da piccolo ci arrivavo in bicicletta. Da queste parti, noi modenesi, siamo sempre stati “ciclisti nativi”, nasciamo con la bicicletta sotto il sedere. Andare in bici in piazza Grande anche sono per prendere un caffè, o bere un bicchiere, è una cosa così naturale che neppure ci sembra di farla...». Già, lo diceva anche Cesare Zavattini che le biciclette, da queste parti, soprattutto nell’Emilia piatta di pianura, hanno «qualcosa del cane»: «Si potrebbe fare un ritratto dell’Emilia parlando delle biciclette, anche se ce ne sono in tutto il mondo, sembra qui la loro sede naturale […]. La bicicletta ha da noi qualcosa del cane, continua compagna che si porta con sé magari senza montarla, per arrivare dalla casa al caffè che dista venti metri […]. Uno può lasciare la sua bicicletta anche una notte intera all’addiaccio, i furti sono più che rari in quanto una bicicletta dal suo proprietario e dai suoi familiari e amici è riconosciuta da lontano come una faccia». Non so se sia ancora proprio tutto così e non so neppure se, correndo dietro in tutta fretta al Giro che corre per l’Italia, sia possibile fare un ritratto veritiero di un luogo, ma il senso di questi incontri on the road è un po’ anche questo.
 

«Io penso che sia ancora così, come diceva Zavattini – continua Franco . – Ti acconto questo aneddoto. Mia mamma, l’altro giorno, mi ha detto con una voce rassegnata: “Eh, sai, non riesco più ad andare in bicicletta”. E aveva davvero un’aria triste. Non riuscire più a pedalare, anche solo per fare poche centinaia di metri significa rendersi conto che il tempo passa e non torna più. E si diventa irrimediabilmente vecchi. Quello con la bicicletta è un rapporto antico e familiare. Sempre la mia mamma mi raccontava di mia nonna che lavorava in campagna. E un giorno, mentre tornava a casa, incontrò uno per strada che si fermò stupito di vederla tenere la bici per mano, senza montarla, appunto come se fosse un cane. «Nina, cos’è successo? Hai bucato?» le chiese. La mia nonna gli rispose: “Sono troppo stanca anche solo per salire in bicicletta”».

Prima di lasciare Modena ho chiesto a Franco D’Aniello ancora due cose: la prima se m’indicava un posto dove lui, quando è a Modena, si sente a Modena più che in altri luoghi. «Beh, potrei dirti stando davanti, o intorno al Duomo, che è uno dei capolavori assoluti dell’arte romanica di tutti i tempi. Ma preferirei portarti al Mercato coperto, che è un piccolo modello di architettura civile. Ha circa cento anni, è stato costruito negli anni Venti, con una struttura in acciaio, ancora con le vasche di marmo per le pescherie, continua a essere il cuore popolare della città. Un mondo di colori, di sapori, di fragranze. Se vuoi incontrare quello che resta del cuore della Modena più autentica, vai lì la mattina».




Mercato Albinelli a Modena - foto mercatoalbinelli.it/il-mercato/

La seconda cosa è dove mi accorgerò, imboccando la via Emilia, dove finisce Modena e dove inizia Bologna, uno di quei confini incerti eppure sempre presenti nell’Italia delle mille città e dei mille campanili. «Il confine tra le due province è alla Cavazzona, verso Samoggia, più o meno a metà strada. Ma è un confine che è stato spostato negli anni del fascismo. Il vero confine culturale, e linguistico, è a pochi chilometri da Modena: Castelfranco Emilia è già bolognese, o perlomeno si sente bolognese. Quello è il confine tra il gnocco fritto modenese (il vero gnocco fritto, tiene a precisare Franco) e la crescentina bolognese, un po’ più spessa. Ma son buone tutt’è due, alla fine!».
 

Franco del resto mi confessa che lui è un “mezzosangue”: padre modenese e madre bolognese e se si tratta di tortellini (anche questo un discrimine fondamentale giocato sugli ingredienti del magico ripieno) lui prova un inarrestabile istinto materno.

È quasi ora di pranzo ma è ora di partire, con questa voglia non tolta di tortellino. Ma mi resta solo il tempo, cosa che faccio tutte le volte che passo da Modena, di andare a dare un saluto al al tvajol ed Furmajin, la lapide che dietro il Duomo ricorda il luogo del suicidio di Angelo Fortunato Formiggini, l’editore modenese di origine ebrea che, messo in croce dalle persecuzioni razziali, si tolse la vita nel 1938 gettandosi dall’alto della Ghirlandina.  



Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, storico partner di mobilità dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi un'auto ibrida per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.

I volumi Touring sul Giro d'Italia scritti da Gino Cervi: Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro.