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"Il filo infinito", il nuovo viaggio del giornalista tra i monasteri del Vecchio continente

Intervista a Paolo Rumiz: ecco l'Europa benedettina

di 
Tino Mantarro
17 Giugno 2019
Il Patrono d’Europa? San Benedetto. In pochi lo sanno, non in molti se lo ricordano. Eppure il santo di Norcia, fondatore dell’ordine nel VI secolo, è patrono del Vecchio Continente da tempo. Non ci aveva pensato neanche Paolo Rumiz almeno fino a quando a Norcia nei giorni successi al terremoto camminava in mezzo alla distruzione e vide una statua intatta con “un uomo dalla barba venerabile e dalla larga” che recava la scritta SAN BENEDETTO PATRONO D’EUROPA. Inizia da qui, da quella illuminazione il viaggio dello scrittore triestino alle radici d’Europa tra i monasteri di Benedetto. Un viaggio raccontato ne Il filo infinito, edito da Feltrinelli.
 
 
Un viaggio che parta da Praglia, in Veneto e tocca Sankt Ottilien in Germania, ma anche Viboldone, che un tempo si sarebbe detto nella campagna alle porte di Milano e oggi è assediato tra l’autostrada e la linea ad alta velocità, e San Gallo, in Svizzera, con la sua immensa biblioteca, passando da Muri Gries, l’abbazia di Bolzano dove si produce il miglior Lagrein dell’Alto Adige, e poi la Francia e l’Ungheria, tutte terre dove i Benedettini hanno messo radici da secoli.

«Di abbazie ne ho visitate quindici – racconta Rumiz –, le ho scelte perché ognuna è diversa dall’altra, ognuna abbazia declina a modo suo la regola, si specializza in qualcosa e porta avanti quel disordine democratico che caratterizza l’ordine. Perché all’interno dell’abbazia l’autorità è dell’abate che però ha il dovere di ascoltare tutti, di incontrare per discutere».

Già, incontro e discussione, virtù che oggi sembrano perse. Ma perché proprio un viaggio sulle orme di San Benedetto oggi, nel 2019? «Perché siamo un Paese senza memoria, e non avendola abbiamo perso il senso di noi. Non si percepisce che le regola benedettina ha lasciato, con Roma, una traccia profonda nella nostra storia europea. Non siamo consapevoli della nostra storia e non siamo capaci di interpretarne, leggere, le tracce».
 
 
Perché forse non tutti sanno che i Benedettini hanno letteralmente costruito il paesaggio europeo per come lo conosciamo. Fedeli alla loro regola dell’ora et labora i monasteri per lunghi secoli sono stati il motore economico d’Europa, centro di sviluppo tecnologico, cuore agronomico e idraulico, innovatori senza posa. «Una terra lavorata dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – era quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo» scrive Rumiz nel libro. «E nel paesaggio benedettino, in quello spazio naturale che circonda i monasteri – prosegue – esiste un equilibrio ecologico, una attenzione a che tutte le componenti fossero in ordine e in relazione che dona sempre un senso di serenità».
 
E l’eredità pratica dei benedettini la trovi dunque nei vecchi saperi contadini, nelle pratiche rurali acquisite da secoli che però da lì vengono. Saperi su cui non si fanno domande, ma se ce le si facesse arriverebbero sempre da lì: sono sgorgati dalla Sancta Regula dettata da San Benedetto da Norcia nel 534.
 
Parlare solo dell’ora et labora è comunque limitativo. «La regola infatti non si limita solo all’ora et labora, ma aggiunge anche “et lege et laetitia”. Ovvero la cultura e la letizia, e io sono assai affezionato a quest’ultimo, al dovere della letizia, che non è la rivendicazione del diritto alla felicità, ma piuttosto un dovere verso il mondo. Una condizione di vita che si instaurava all’interno della vita comunitaria monastica che oggi invece andiamo a ricercare forzosamente, ma non sappiamo trovare» spiega lo scrittore.
 
 
Invece, prosegue Rumiz, «nei monasteri oggi si ritrova quel senso di sollievo dalle durezze del mondo che difficilmente nelle nostre società si trova altrove. Le chiese non sono più luogo di rifugio come invece lo sono le moschee o i monasteri buddisti, sono luoghi dove si può andare semplicemente per stare con se stessi, o al fresco. Ed è molto, oggi, assediati come siamo dalle pressioni economiche della vita moderna».
 
Luoghi di religione, certo, ma pronti ad accogliere chiunque, laico, agnostico e fedele di altri credi. «I monasteri erano un presidio virtuoso da tutti i punti di vista: irradiavano una visione delle vita legata alla religione, certo, ma senza quel concetto missionario e quella necessità di conversione che hanno avuto altri ordini. Perché i benedettini non ti convertono, ti seducono. Ti aprono le porte del convento con la loro magnifica, parca, ospitalità, e con la semplice bellezza dell’esempio, con la meraviglia dei canti e della liturgia arrivano a toccarti certe corde nascote. Non vogliono cambiare il mondo, ma se entri in contatto con loro torni trasformato: ho avuto una iniezione di fede che prima non avevo».
 
E poi dentro le abbazie si fanno sempre incontri importanti, parole semplici e illuminanti. «Un abate francese mi ha dato questa definizione del monachesimo benedettino e del suo ruolo: “Sono un pastore della comunità, ma un cane pastore: cerco di governarla senza costruire muri”. E forse è il messaggio benedettino più importante da passare oggi a quest’Europa dove invece si vogliono innalzare muri e costruire reticolati». Perché l’Europa così come la conosciamo parte da Norcia, e sarebbe bene ci tornasse.