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L’ultimo libro del climatologo e glaciologo è “Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale”

Intervista a Luca Mercalli: vivere in montagna ci renderà felici e salverà i nostri territori

di 
Fabrizio Milanesi
1 Febbraio 2021
Luca Mercalli è un climatologoglaciologo e presidente della Società meteorologica italiana. Il grande pubblico lo conosce per i suoi interventi a “Che Tempo che Fa”, ma sono moltissimi i lettori dei suoi libri di divulgazione scientifica, dedicati alla natura e alle buone pratiche per preservarla dalle minacce sempre più asfissianti dell’inquinamento e del riscaldamento globale.
   
L’ultima sua “fatica” editoriale è il racconto di un’esperienza straordinaria quanto accidentata. Mercalli e sua moglie, cittadini della provincia torinese, hanno da poco inaugurato la loro baita a Vazon, minuscola borgata dell’alta Val Susa, nel territorio di Oulx, a 1650 metri sotto il Cotolivier e a una manciata di chilometri dal confine francese. Qui vivono per almeno sei mesi all’anno.

Ci sono voluti tre anni di lavori certosini per recuperare una vecchissima casa in stato di abbandono, ridandole antico splendore e ottenendo il massimo delle certificazioni energetiche. Un’odissea solitaria che ha consentito a Mercalli di “Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale”, titolo del suo ultimo libro edito da Einaudi. Con lui abbiamo parlato di montagna, del suo presente e del suo difficile futuro.
 
Luca Mercalli nella sua casa di Vazon, nell'alta Val Susa / foto Luca Mercalli tutti i diritti riservati 
 
Mercalli, lei ce l’ha fatta. Ha recuperato una casa in stato di abbandono, rivitalizzando anche un bene comune. Il suo è stato un percorso individuale, ma esiste un progetto collettivo per rivitalizzare la montagna italiana?
“Come spiego nel mio libro, ne ho intravisto le possibilità, ma non lo vedo nella concretezza. In trent’anni di lavoro ho partecipato a moltissimi convegni, ho letto moltissimi progetti europei, annunci politici e strategie nazionali per le aree interne. Ho ascoltato molte parole, chiedendomi alla fine se sono vere... la risposta è che non sono vere”.
 
Per quale motivo?
“Perché ogni cittadino che vuole fare la mia stessa scelta è abbandonato a se stesso. Io ce l’ho fatta, ma solo ed esclusivamente con le mie forze e andando a sbattere contro i muri di gomma della burocrazia e dell’inefficienza della macchina amministrativa locale e statale.

Per la montagna non esistono agevolazioni pensate su misura. Anzi ci sono problemi in più derivati dalla severità del clima, dalle difficoltà di trasporto: dalla strada che crolla, al comune che non ha i soldi per rifarla, ai bonus che non sono pensati per aree con diverse specificità geografiche. Mi sono sentito purtroppo un cittadino di serie B”.    
La montagna è certamente un luogo di resistenza dal riscaldamento globale, ma può essere anche terra di possibilità per giovani generazioni?
Rispetto alla riabitazione dei territori di colline e montagne c’è un dibattito che dura da decenni. E c’è perfino un articolo della costituzione – il 44 – che recita: “la legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”, ma è disatteso e così assistiamo a una continua invocazione da parte dei Comuni abbandonati, che perdono i servizi essenziali, scuole, uffici postali, ospedali:  “tornate a riabitare questi luoghi”. Ecco, io non ho fatto altro che aggiungere un motivo in più e una possibilità in più a questa invocazione. 

Il motivo in più, oltre all’aria buona e all’avvicinamento alla natura,  sempre presenti nelle proposte tradizionali, è la risposta al cambiamento climatico, la possibilità è il telelavoro

Il mio suggerimento è infatti di venire in montagna non solo per tutti i motivi per cui lo si avrebbe già fatto prima, ma perché il riscaldamento globale ci spinge ad adattarci a un mondo che in pianura e nelle grandi città sarà meno vivibile, con ondate di calore africane più intense e frequenti. 

Purtroppo ho registrato nella mia esperienza un dato di ingiustizia che va a colpire soprattutto i giovani. Io ho 54 anni, un giovane che abbia veramente a cuore la montagna, e io ne conosco, e coltivi il desiderio di investire in un futuro in montagna, si scoraggerebbe dopo i primi passi. E non sto parlando di possibilità economiche, ma di una carente efficienza della macchina amministrativa che dovrebbe rimuovere gli ostacoli burocratici e favorire progetti virtuosi”. 
 
Torino assediata dallo smog / foto Getty Images
 
Su cosa dovremmo insistere per un cambiamento di sistema?
“La montagna avrebbe bisogno di un riconoscimento istituzionale del suo status particolare, beneficiando di agevolazioni fiscali pensate ad hoc. Lo Stato dovrebbe anche risolvere il problema enorme del frazionamento fondiario, che limita la possibilità di acquisto e riaccorpamento di terreni abbandonati da molti anni.

Io mi sono impegnato a restaurare una casa che esprimeva cultura e valore storico, ma molti preferiscono evitare le pastoie burocratiche e con un espediente qualsiasi optare per la demolizione e la costruzione del nuovo. Una perdita enorme per il territorio”.
 
Non trova che la possibilità di sfuggire alle condizioni sempre più difficili di vita in un grande centro urbano riguardi pochi fortunati? Una élite insomma…
“In questi contesti di adattamento a un ambiente in rapido cambiamento non esistono bacchette magiche che possano accontentare tutti. Non è però una scelta che definirei “elitaria”, perché elitario presuppone l’aspetto economico, di posizione sociale e invece questo cambiamento è per tutti quelli che ci credono, con opportunità e costi diversi secondo le regioni e la tipologia degli immobili: ci sono addirittura Comuni che pur di attirare nuovi abitanti vendono vecchie case al prezzo simbolico di un euro! 
 
E comunque sia, non voglio proporre questo come un modello unico. Ci sono molte altre forme di adattamento ai cambiamenti climatici o di cambiamento di stile di vita che non necessariamente devono passare dalla montagna. Possono anche riguardare territori di entroterra, che peraltro già il Touring sostiene. Ma è ovvio che non potrebbero ospitare interamente la popolazione delle città, perché altrimenti andremmo a portare in quei territori tutti i problemi delle zone urbane, devastandoli. Ci vuole un programma con delle regole".
 
Il borgo piemontese di Vazon, presso Oulx, in alta Val Susa / foto Luca Mercalli, tutti i diritti riservati 
 
Quali sono le soluzioni per non “rifare le città” in luoghi splendidi e purtroppo in via di abbandono?
C’è un parametro preciso che si chiama capacità di carico dei territori, e ne definisce la sostenibilità ecologica. Io l’ho tradotto in una regoletta molto semplice: si ricostruisce e si ristruttura solo quello che già c’è ed è attualmente abbandonato o trascurato. Non si fa del nuovo cemento, nemmeno un metro quadro in più. 

Altrimenti se pensiamo di rifare i condomini di Milano e di Roma sulle Alpi e sugli Appennini, riportiamo tutti i problemi della città in montagna, ma non abbiamo risolto nulla. È già successo purtroppo sulle coste, o nei luoghi di montagna patinati come Cortina e Cervinia. Ma non è successo per fortuna in quella gigantesca area dimenticata delle montagne italiane di cui stiamo parlando". 
 
Qual è il ruolo della tecnologia in un cambiamento di vita potenzialmente radicale?
“L’elemento nuovo è il telelavoro. Che è un fattore abilitante. Certo non è una via praticabile da tutti, però se si pensa che tradizionalmente in montagna ci sono pochi mestieri consolidati -  l’agricoltore, il pastore, il boscaiolo, la guida alpina e il maestro di sci e l’albergatore – adesso con il telelavoro è possibile aggiungerne anche altri. Sono lavori da professionista progettista, da artista, nel mio caso da ricercatore. Basta un computer e una buona connessione alla rete, il lockdown pandemico ha insegnato a tutti come si fa.

Rivitalizziamo la montagna con veri nuovi mestieri resi possibili dal telelavoro. Portando ricchezza di sapere in una montagna che soffre dal punto di vista antropologico, perché è disabitata, ormai anziana, e fa le spese con l’essere stata depauperata negli ultimi 50 anni dalla sua parte migliore, dai giovani che sono emigrati”. 
 
Non c’è un rischio di non accettazione di nuovi stili di vita da parte di chi in montagna ci è nato e ci vive da sempre?
“Lo scontro tra autoctoni e forestieri esiste da sempre, esiste un po’ ovunque, anche nei luoghi più belli e apparentemente più equilibrati come il Trentino e l’Alto Adige. Ma ci si può lavorare con l’aiuto di nuove conoscenze. 

Nell’avvicinamento sociale dovremmo essere accompagnati. Come io mi sono avvalso di un consulente in campo energetico per la progettazione della casa, ci possono essere antropologi e sociologi che aiutano il dialogo costruttivo tra comunità. Sono figure terze che entrano nelle comunità come mediatori culturali”. 
 
Foto Getty Images
 
Le montagne connotano il nostro territorio, ma sembriamo dimenticarcene. Anzi sembra che il dibattito pubblico sulla montagna si sia acceso durante la pandemia solo intorno alla scelta obbligata di non poter sciare. Invece lo spopolamento e l’abbandono non sembrano fermarsi.
"Dobbiamo uscire dalla monocultura turistica dello sci e basta, per vedere invece nella montagna un patrimonio culturale e naturalistico dove praticare forme di turismo destagionalizzate. 

Forse se reagissimo al riscaldamento globale cercando di più un turismo montano più culturale e meno sportivo faremmo una cosa giusta. Con inverni meno rigidi ed estati torride in pianura, l’appetibilità turistica di una estate montana cresce molto. Quello che perderemo in inverno verrà compensato da una maggiore frequentazione estiva della montagna. 
 
Queste cose non le dico io, ma sono scritte in decine di documenti di autorevoli enti di ricerca. Fra tutti cito la convenzione alpina della Cipra, dove emerge la necessità di pratiche di turismo lento, attento al patrimonio culturale, naturalistico ed enogastronomico della montagna, che portino le persone a “disperdersi” felicemente nelle montagne d’Italia, in tutte le località, senza privilegiare quelle più attrezzate e di moda. Credo che la domanda di un turismo sostenibile sia sempre più forte, ma le risposte in termini di servizi sul territorio siano ancora troppo deboli. 
 
Parlando della val di Susa, non ha senso avere dei beni straordinari come la Sacra di San Michele, l’Abbazia di Novalesa o l’Arco di Augusto e non poter approfittare di una visita fermandosi in valle, perché l’offerta di ospitalità non è adeguata al contesto. Concludendo: le ricette le conosciamo tutti, ma non le riusciamo ancora ad applicare perché a vincere è la mancanza di capacità realizzativa, di visione di futuro". 
 
La Sacra di San Michele / foto Getty Images
 
Appunto, siamo in Val di Susa. Come sta la valle e perché nel suo libro non ha dedicato spazio alla Tav?
“La nuova linea TAV Torino-Lione è un tema enorme quanto i suoi 57 km di tunnel, mi batto da oltre vent’anni contro quest’opera inutile e invasiva e ho già scritto libri dedicati solo a questo scellerato progetto, ma ho scelto volutamente di non deviare dal mio racconto che riguarda solo una piccola parte del territorio valsusino. Avrebbe monopolizzato la riflessione con una questione locale mentre è un libro che ho voluto dedicare simbolicamente a tutta la montagna italiana. 

La val Susa è in sofferenza, come lo sono in genere le Alpi Occidentali, in cui gli attori pubblici e privati non brillano per capacità di fare squadra. C’è troppa diffidenza a lavorare in gruppo e molto viene perseguito in modalità individuali. Ovviamente, quando si parla di valorizzazione turistica, di produzione agricola di pregio, di riqualificazione dei centri storici, i risultati sono scarsi. Nel mio libro ho scritto che il motto delle montagne piemontesi è “collaborare mai”. 

Questa incapacità unita alle scarse risorse economiche ha colpito tutti i settori deprimendo la capacità di accoglienza turistica. Forse la lotta al Tav in Val di Susa ha creato più cooperazione tra le persone, perchéc ome spesso capita bisogna avere un nemico comune per mettersi dalla stessa parte, ma ha creato pure nuove divisioni tra gruppi di interesse economico che guardano solo alle compensazioni da spartirsi".
 
Il cantiere della Tav a Chiomonte, in bassa Val Susa
 
Finiamo in dolcezza. Come va il suo orto in altura?
“Benissimo. Lassù patate, cavoli e piselli sono ottimi. Mancano ancora i pomodori, ma credo che con le estati che ci aspettano cresceranno anche qui in abbondanza. Anche se non sarà una buona notizia”.
 
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