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Dopo il disastro di Notre-Dame a Parigi, intervista con Maurizio Di Stefano, presidente emerito di Icomos Italia

Incendi, un rischio concreto per il Patrimonio culturale

di 
Tino Mantarro
10 Maggio 2019
Che farò quando tutto brucia non è domanda che ci si pone spesso, eppure si dovrebbe, almeno alla luce di quanto successo a Notre-Dame nelle settimane scorse. Lo scrittore portoghese Antonio Lobo Antunes su questa domanda qualche anno fa ha costruito un bel romanzo; chi si occupa di tutela e prevenzione del Patrimonio culturale negli anni ne ha fatto pane quotidiano. Anche se fino a quanto successo a Parigi l’eventualità di un incendio devastante sembrava una possibilità remota, diciamo quasi medievale, la realtà è che gli incendi sono uno dei concreti scenari di rischio per il Patrimonio culturale anche negli anni Duemila.

Per esempio nel 2008 a Seoul prese fuoco l’antica porta di Namdaemun costruita nel 1368: era la più antica costruzione lignea del Paese, ma soprattutto un simbolo di identità e dello spirito nazionale, il volto della Repubblica di Corea. Allora fu un uomo di 69 anni a dar fuoco deliberatamente alla pagoda, a Parigi sembra sia stata un errore umano, forse un corto circuito all’interno del cantiere. Oggi come allora ci si chiede come sia stato possibile, e quali siano gli scenari di rischio per il Patrimonio culturale.
 
 
Scenari di cui si occupa il progetto europeo Cheers – finanziato dal programma Spazio Alpino –, di cui il Touring Club Italiano fa parte. Scenari di cui si occupa anche Icomos, organizzazione internazionale non governativa che ha lo scopo di promuovere tutto quanto è relativo alla promozione e alle prevenzione dei rischi per il patrimonio culturale, la cui sezione italiana è partner del Tci nel progetto Cheers in qualità di osservatore. Specializzato in restauro dei monumenti, l’ingegner Maurizio Di Stefano di Icomos Italia è presidente emerito, ed esperto di prevenzione dei rischi per quel che riguarda il Patrimonio culturale e non solo. «Un tema di difficile soluzione a cui occorre dedicare maggiore attenzione sia sul piano normativo, sia sul piano conoscitivo, sia sulle tecniche di monitoraggio delle condizioni» ammette Di Stefano. «Bisogna essere consapevoli che si tratta di una materia complessa, perché la protezione va distinta dalla prevenzione. Quando parliamo di protezione siamo nel campo della tutela dei beni, mentre la prevenzione appartiene alla valorizzazione degli stessi, intesa come fruibilità in sicurezza da parte delle persone» spiega il professore. Perché se un bene non è fruibile dalla comunità è come se fosse “meno bene”.
 
«In Italia c’è stata una costante divisione tra tutela e valorizzazione: siamo molto bravi sulla tutela, abbiamo una discreta capacità di progettazione anche se è da rendere più contemporanea, ma una scarsa capacità di gestione» sottolinea. In Italia siamo molto bravi sia perché abbiamo un patrimonio sterminato, sia perché viviamo in un territorio oggettivamente a rischio, tra terremoti e quant’altro. «Vero, ma si tratta di due materie diverse da tenere distinte: una cosa è il rischio naturale, come appunto i terremoti, e una cosa il rischio indotto, come quello degli incendi» puntualizza Di Stefano. «Come Paese abbiamo una buona carta del rischio e una grande quantità di norme strutturali per occuparci dei rischi degli edifici tutelati. E mi limito a parlare degli edifici, perché si distingue tra i beni immobili, ovvero per capirci il palazzo degli Uffizi, e il resto del patrimonio, ovvero quadri e statue esposte agli Uffizi o conservate nei depositi». Certo è che anche con questa divisione gli edifici tutelati sono tantissimi: «Per questo non tutti sanno che dopo il disastro del Ponte Morandi è stato inserito nel decreto un fondo di 10 milioni l’anno per un piano straordinario di monitoraggio della conservazione dei beni culturali immobili. Si tratta di una reale opportunità nata per realizzare un processo attivo di tutela, che speriamo non diventi il solito catalogo delle opere che non serve a nulla». Ora resta da vedere se una volta fatte le norme poi vengono applicate, che è sempre il problema italiano.
 
 
«Per quel che riguarda il rischio incendi noi abbiamo tutte le norme specifiche per tutelare gli edifici, anzi, andrebbero forse semplificate e magari allargate anche ai rischi legati alle nuove situazioni che si possono venire a creare all’interno degli edifici perché oggi le chiese vengono magari utilizzate per un concerto e i vecchi monasteri diventano università». Ma poi se poi queste norme vengono applicate o meno è un altro discorso, spesso di tipo politico. «Perché se diminuisci sempre i fondi per i restauri la prima cosa che viene tagliata è proprio il contributo dei tecnici specializzati che propongono le soluzioni. E il loro contributo è fondamentale perché la tecnologia in questo campo evolve e ci aiuta, si può intervenire con sempre maggiore efficacia. E la collaborazione tra i restauratori e gli specialisti aiuterebbe a intervenire sempre con più garbo all’interno dei monumenti in tutte le fasi, anche quelle di cantiere con sistemi provvisori».

Sistemi che a quanto pare non erano presenti a Parigi, visto che la scintilla è partita proprio dal cantiere. «Per questo servono gli esperti che sanno valutare tutti i possibili rischi e sono in grado di stilare dei piani e metterli in atto con la collaborazione di chi poi ogni giorno lavora sul cantiere. Un campo in cui in Italia, va detto, siamo comunque assai bravi e pieni di inventiva, come abbiamo dimostrato nel caso della Sindone» prosegue il presidente.
 
Servono gli esperti e vanno utilizzati, sia nel grande restauro che in quello all’apparenza più insignificante. Perché le stesse regole e attenzioni che valgono per Notre-Dame devono valere anche per la piccola chiesetta sperduta in una vallata laterale delle Alpi. Perché quale che sia il loro valore “artistico” tutte rappresentano un simbolo di identità e appartenenza per la comunità.