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Pellegrinaggio laico al 56 di Hope Road di Kingston per scoprire il Bob Marley Museum

In Giamaica, a casa di Bob Marley: perché visitare il museo dedicato al re del reggae

di 
Tino Mantarro
21 Luglio 2017
 
Ma le guide, le guide che accompagnano i visitatori nei tour dove le prendono? È una domanda che uno si fa dopo aver visitato il museo di Bob Marley a Kingston, in Giamaica. Saranno ex giovani promesse del raggae che non hanno sfondato? Oppure aspiranti star del panorama musicale giamaicano che intanto si allenano con i turisti? La domanda viene spontanea perché che la loro presentazione è praticamente cantata.
 
Ogni volta che in una frase che stanno pronunciando ricorre una parola chiave di una canzone di Bob Marley ecco che la prendono come appiglio e iniziano a canticchiare una strofa che la comprende, sfidando i visitatori a riconoscerla. Sembrano jukebox viventi. Così il tour di un’ora del Bob Marley Museum diventa una specie di happening per amanti del raggae. La seconda domanda, altrettanto spontanea, è di carattere climatico: perché tengono l’aria condizionata così tremendamente bassa, forse Bob Marley odiava il caldo?
 
 
BOB MARLEY, ICONA DELLA GIAMAICA
A parte queste domande assai personali, passare da Kingston e non andare a vedere il Bob Marley Museum al 56 di Hope Road è come andare a Parigi senza dare un occhio alla Tour Eiffel. Può succedere, ma perché farlo? Qualche anno fa l’ex presidente Obama durante la sua visita ufficiale in Giamaica ha chiesto che lo portassero lì come prima tappa del viaggio. Anche lui voleva tributare il suo omaggio a Bob Marley, di cui conserva tutti i dischi.
 

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Del resto questo figlio di un inglese bianco, Naval Marley, e una donna di colore, Cedella Malcom Booker, è diventato l’icona di un Paese intero. E casa sua è considerata “monumento nazionale”. Perché se dici Giamaica, dici Bob Marley e tutta l’iconografia che il suo nome si porta appresso: i dread e il rastafarianesimo, la libertà per gli oppressi e la marjuana. Icona della musica reggae e sacerdote laico, cantante ma anche attivista, mistico che parlava con Dio e intanto conquistava il pianeta a suon di canzoni. Canzoni che ti piacciano o meno entrano dritte nella testa e non riesci a liberartene, quasi che quel motivo ricorrente e la rima semplice fossero una ninna nanna per bambini.
 
 
IL CULTO DI UN DIVO: SELFIE E DISCHI D'ORO
Iconografia ovviamente ben presente nel museo di Kingston, fin dal giardino le cui pareti sono ricoperte di murales gialli, rossi e verdi (i colori della bandiera rastafari) che raccontano le tappe più importanti della vita e della carriera del cantante cresciuto a Trench Town, uno dei quartieri poveri della capitale. All’ingresso una statua a grandezza reale (dunque piuttosto piccola, perché Bob era basso di statura) è l’ambientazione preferita dei selfie, anche perché all’interno non si può fotografare.
 
La casa, una struttura in legno di due piani dall’architettura tipicamente coloniale, gli fu regalata da Chris Blackwell, padrone della Island records e suo produttore. Era la sede dei Tuff Gong studios oltre a essere la residenza di Bob quando non era in tournée in giro per il mondo o con la numerosa famiglia. Le stanze sono decorate con i dischi d’oro e di platino che il cantante ha accumulato negli anni, copertine di album, ritagli di giornali dei mega concerti (tra cui quello di San Siro del 1980) e altri oggetti collezionati negli anni. Si visita anche la stanza da letto dove Bob riposava tra una sessione di registrazione e l’altra e la cucina, in cui pare si dilettasse a preparare spremute e cibi vegetariani alla sua band. Perché in questa casa dei quartieri bene di Kingston Marley passava molto più tempo con i musicisti che con la famiglia.
 
 
L'ATTENTATO DEL 1976
Al pianterreno infatti aveva fatto istallante uno studio di registrazione, dove il 3 dicembre 1976 fece irruzione un commando armato che cercò di ucciderlo. Marley, reduce dal primo grande successo internazionale, si era esposto parlando contro la violenza politica che in quegli anni stava sconvolgendo la Giamaica e qualcuno non doveva aver gradito e cercò di metterlo a tacere. Ma riuscì solo a ferire lui e altri tre membri della band, che anzi appena usciti dall’ospedale presero parte a un oceanico concerto contro la violenza promosso dal primo ministro di allora, Michael Manley. Ancor oggi ogni anno il 3 dicembre il museo viene aperto gratuitamente (gli altri giorni è piuttosto caro, l'ingresso costa 25 dollari americani) e diventa meta di un sentito pellegrinaggio laico.
 
INFORMAZIONI
Sito web www.bobmarleymuseum.com.
 

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