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Il resoconto del nostro inviato, da seguire giorno per giorno

Il Giro del Touring 2020, tappa 6. Tra i borghi di Calabria e Basilicata, fino a Matera

di 
Gino Cervi
9 Ottobre 2020
 
Per tutto ottobre 2020, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 103 (Monreale, 3 ottobre - Milano, 25 ottobre). A raccontarci le tante storie del Giro d'Italia 2020 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui il recente "Il Giro dei Giri"). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.
 
A Craco non c’era nessuno. Solo le nuvole sopra e i calanchi intorno. No, non è vero. C’erano un cane solitario e spelacchiato, un bel cavallo nero e lucido libero in un prato, un asino dietro a una recinzione di ferro e un gregge di capre che si arrampicava, brucando, tra i ruderi. A una cinquantina di chilometri dall’arrivo di Matera, abbiamo deviato per il “paese fantasma” più famoso d’Italia. Nel 1963 una rovinosa frana, forse provocata da improvvidi interventi alle infrastrutture fognarie, costrinse la maggior parte della popolazione ad abbandonare le proprie case: erano quasi 2000 abitanti. Qualcuno resistette ancora per un po’: ma nove anni dopo un’alluvione e poi il terremoto del 1980 diedero il definitivo colpo di grazia a quel secolare insediamento.
 
Craco - foto Piccione

Era stato rifugio della malaria sulla costa per i coloni greci di Metaponto; poi riparo di monaci bizantini che ne coltivarono le terre. Nel medioevo arrivarono i normanni, e ne fecero un borgo fortificato, con bei palazzi nobiliari e quindi, in epoca angioina, raggiunse un’importanza economica e culturale, e di conseguenza, una consistenza demografia tale da meritarsi addirittura l’appellativo di Universitas. Fu anche per questo sovente preda dei briganti che tenevano in scacco questo angolo di regno di Napoli, soprattutto in età borbonica. Ma sopravvisse a tutto. Non sopravvisse al Novecento, e alla sua dissestata e ingloriosa “modernità”. E fu la fine. Ora Craco appare come una quinta scenografica nel mezzo del mare di calanchi. Proprio per questo sono stati molti i registi a sceglierla per ambientarci molti film: tra i più famosi, Cristo si è fermato a Eboli (1979), adattamento cinematografico di Francesco Rosi del romanzo di Carlo Levi, che proprio da queste terre è stato ispirato; e la Passione di Cristo (2004) di Mel Gibson, che ne fece una “Palestina” di Lucania, come già Pier Paolo Pasolini aveva fatto di Matera nel suo Vangelo secondo Matteo (1964). Quindi, non è poi così vero che a Craco non c’è nessuno: le voci di tante storie la continuano ad abitare.
 
Prima di Craco, da Castrovillari, e ancora in Calabria, a Matera, a bordo di Saturnia – l’auto Hertz che abbiamo cosi ribattezzato in onore del piroscafo con cui Buzzati arrivò a Palermo per la partenza del Giro del 1949 – si sono invece attraversati almeno quattro paesaggi diversi. Dapprima la sorpresa è stata quella di svegliarsi al cospetto del vecchio centro storico di Morano Calabro, borgo certificato dal Touring con la Bandiera arancione, una piramide di case incoronate dai resti cariati del castello Normanno-Svevo, che la sera prima il buio e la pioggia avevano nascosto. Illuminati finalmente dalla luce e da un cielo durante la notte ripulito dalle nuvole, si sono dapprima dispiegati i colori cangianti dell’autunno alle falde del Pollino.


Morano Calabro - foto Getty Images
 
Dal valico di Campotenese, e il suo pianoro di boschi e coltivi, si è sfiorata Mormanno: a Castrovillari avevo comprato da un fruttivendolo cinque piccole mele rosse, con su scritto “mele di Mormanno”. Me le sono fatte crocchiare sotto i denti mentre guidavo e avevo ancora il gusto allo stesso tempo aspro e zuccherino mentre Saturnia si lasciava alle spalle l’Appennino calabrese e calava in quello lucano. Pensavo che guardandomi intorno che davvero non esiste un’identità di paesaggio così unificante come la catena appenninica: una valle lucana è molto più simile a una valle piacentina o marchigiana di quanto non siano i paesi rivieraschi. Sarà una questione di antropologia, o di arcaiche persistenze, o più semplicemente sarà perché questa Italia “interiore” si è meno contaminata di modernità e, quando l’ha fatto, non è stato un bene (vedi l’abbandono di Craco).
 

Foto Lapresse
 
Poi siamo sbucati nella valle del Sinni, con il suo vastissimo alveo di ciottoli: nel percorrere la Statale 653 ci siamo fatti scortare dai borghi che parevano scrutarci dall’alto dei crinali come vedette indiane. In uno di questi, a Valsinni, altra Bandiera arancione Touring, si è consumata cinquecento anni fa, la triste vicenda della figlia del barone di Favale (così si chiamava a quel tempo Valsinni) Isabella di Morra. Isabella fu vittima della cieca violenza dei fratelli che la uccisero per lavare il disonore di una sua presunta relazione con Diego Sandoval de Castro, odiato barone rivale, anch’esso fatto fuori a colpi d’archibugio. Dopo la morte di Isabella, tra le sue carte si scoprì un esile canzoniere di dieci sonetti  tre canzoni, ritenuto tra le più limpide testimonianze della lirica amorosa cinquecentesca. La tragica storia di Isabella di Morra venne divulgata dagli studi biografici che su di lei condusse Benedetto Croce, che la fecero diventare una sorta di eroina, raccontata poi in romanzi, pièce teatrali e film.  

Valsinni - foto Getty Images
 
Svoltando verso Craco è stata quindi la volta del paesaggio lunare dei calanchi, quello narrato e dipinto da Carlo Levi, durante il suo confino politico ad Aliano, tra il 1935 e 1936. Dove i paesi sembrano fatti con le ossa dei morti: «Aveva ragione, il vecchio, in tutti i modi, sia che lo si dovesse intendere in modo figurato e simbolico, sia che lo si dovesse prendere alla lettera. [...] Qui, dove il tempo non scorre, è ben naturale che le ossa recenti, e meno recenti e antichissime, rimangano, ugualmente presenti, dinanzi al piede del passeggero».
 
Aliano - foto Getty Images
 
E infine, siamo arrivati alle gravine e ai sassi. Matera ci accoglie con il suo paesaggio spezzato, frantumato e ricomposto come in un quadro cubista. Ho lasciato Saturnia al parcheggio fuori dalla ZTL e, incoraggiato dall’albergatore, sono sceso per i Sassi con due zaini e un trolley, pesante 25 kg, perché pieno di tutti quei libri che mi porto dietro perché non si sa mai. Vuoi partire per scrivere di Giro d’Italia senza avere sotto mano Pratolini, o Alfonso Gatto, o i saggi di Franzinelli, Marchesini, Pivato, Colombo e Lanotte? Non sia mai! Poi il tempo di prenderli in mano mica lo trovi, e quindi restano sepolti tra calze, camicie e mutande. Epperò nei vicoli a picco del Sasso Caveoso si sono fatti tutti sentire, con il loro “portato” di memorie e racconti e interpretazioni. Ho sacramentato niente male e avrei preferito fare il colle delle Finestre con una Graziella. Sono arrivato in tempo sì, ma solo per vedere collegandomi allo streaming via computer l’arrivo a Matera.
 
Solito copione. Fuga a quattro tenuta a bagnomaria per chilometri e chilometri e poi trangugiata dal gruppo Moby Dick prima dell’arrivo. Tra i fuggiaschi di giornata ancora una volta Mattia Bais, di Rovereto, ventiquattro anni tra una decina di giorni, proprio quando la corsa incontrerà le sue strade trentine. E chissà che non sia la volta buona (e non altro per poter mettere su, sulla radio digitale del Saturnia, a tutto volume… Bais…icle Race).


Foto Lapresse

Il Giro conoscerà i Sassi solo stamattina, quando riprenderà la sua corsa verso Brindisi; ieri il traguardo, con la strada che saliva verso lo striscione, era roba da gamba buonissima, da sprinter di navigata potenza. E per la seconda volta, Arnaud Démare ha dimostrato di averne più di tutti, alla sua decima vittoria in stagione, la seconda al giro, dopo quella di Villafranca Tirrena. Eroe Démare, ha vinto sul Tirreno, ieri “in vista Jonio”, lo farà anche oggi sul litorale adriatico? Non si sa. Si sa soltanto che gli avversari, per dispetto o per rassegnazione, cominciano, come a Waterloo, il generale Cambronne, francese anche lui, ad anagrammare il suo cognome.


Foto Lapresse
 
Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, partner storico dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi una vettura per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.
 
Si ringraziano per il sostegno al progetto anche AcdB Museo-Alessandria Città delle Biciclette e Terre di Ger.

In occasione del Giro d'Italia, per tutto il mese di ottobre il volume Touring "Il Giro dei Giri" è scontato del 40% per i soci Touring