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Si conclude il resoconto del nostro inviato

Il Giro del Touring 2020, l'ultima tappa: il trionfo di Tao Geoghegan Hart, l'inglese dal nome impossibile

di 
Gino Cervi
26 Ottobre 2020

Per tutto ottobre 2020, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 103 (Monreale, 3 ottobre - Milano, 25 ottobre). A raccontarci le tante storie del Giro d'Italia 2020 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui il recente "Il Giro dei Giri"). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.
 
All’incisore del “Trofeo Senza Fine” tremavano le mani. Sull’ultimo lembo di spirale dorata la sua perizia doveva guidare il calibratissimo punteruolo che stava per incidere il nome vincitore del 103° Giro d’Italia. Mai come prima il rischio di sbagliare ortografia era stato così alto. Da domenica scorsa, dalla tappa Rivolto-Piancavallo, la pronuncia del nome Tao Geoghegan Hart, il vincitore di giornata e, d’improvviso entrato nel lotto dei candidati al successo finale, è stato il Galibier, la Streiff e, in qualche caso, la Stalingrado di tele e radiocronisti, di commentatori professionisti e incitatori occasionali. Un groviglio gutturale, un busillis fonematico di fronte al quale si sono tentate varie e sdrucciolevoli scorciatoie: finché c’era da pronunciare il nome, tutto bene (o quasi: che inglese, Tao diventa Teo); poi, col doppio cognome – sia benedetto Balma Mion! – iniziava il difficile. Ne ho sentite di diverse. Gheganàrt, quella più invalsa, assecondata dall’ufficialità del telecronista RAI, che di lingue esotiche ha dimostrato di intendersene, italiano compreso. Ieri, sarà stata l’aria meneghina, ma ho sentito l’ineffabile Gianni Bugno posseduto dallo spirito di Carlo Porta, inciampare più volte su un Ghenègar, che sicuramente va più forte di Gheneminga; i più nerd si sono fatti ingannare da un Google Hearth, quelli più colti da un Guggenheim. L’incisore, sudando le fatidiche sette camicie, ha scritto tutto giusto, tutte le sedici lettere nel loro posto giusto. Che a pronunciarlo ci pensassero altri.


Giro d'Italia, tappa 21 - Tao Geoghegan Hart a Milano - foto LaPresse​

Insomma, la vittoria al cronofinish è andata a Tao Geoghegan Hart, di cui avevamo scoperto, facendo ricerche onomastiche, le antiche ed eroiche origini gaeliche del suo “casato”. Tao, cognome a parte, sarà anche ricordato per essere stato il primo corridore a vincere un Giro senza mai indossare in corsa la maglia rosa. Non erano molti a sapere qualcosa di lui, prima di questo Giro. Tra quei pochi ci sono i ragazzi di Bidon-Ciclismo allo stato liquido, Filip J Cauz e Leonardo Piccione, che sono stati per tre settimane i miei compagni di viaggio. In un mondo normale, loro due non sarebbero in macchina con me, ma lavorerebbero, e non da ieri, nella redazione di un giornale sportivo per fare un mestiere che sanno fare benissimo: quello di cercare instancabilmente notizie, di illuminare con la loro curiosità mai banale storie di sport e di strada, di utilizzare vecchi e nuovi strumenti di informazione per costruire una narrazione nuova del ciclismo che, non così sorprendentemente, assomiglia a quella vecchia. Una narrazione libera dal tutto, subito e in fretta, non mortificata dalla banalizzazione delle vicende umane, ancora prima che sportive, secondo il malsano comandamento che bisogna passivamente, e al riparo dall’intelligenza e dalla fantasia, adeguarsi a quello che, dicono, chiedono “il pubblico e il mercato”.



Giro d'Italia, tappa 21 - l'abbraccio di Tao Geoghegan Hart e Jay Hindley (secondo classificato, con la Maglia Rosa del giorno prima) - foto LaPresse​

Andatevi a sentire sul sito giroditalia.it (ma anche su altre piattaforme come Spreaker, iTunes e Spotify), il loro podcast, GiroGlifici-Una corsa da decifrare, che ogni sera ha raccontato un Giro che non tutti sono stati così bravi a raccontare, un Giro più discosto dai facili riflettori e dalle notizie, tutte uguali, che si rimbalzano di testata in testata con una fastidiosa eco. Dall’intervista che Tao Geoghegan Hart  ha rilasciato loro quando ancora non si sarebbe neppure immaginato di salire sul podio, ad esempio, ho saputo della passione del ragazzo londinese per il football e per l’Arsenal, in particolare.
 
C’è un brano di Fever Pitch, tradotto in italiano col titolo di Febbre a 90°, in cui Nick Hornby, scrivendo la propria biografia sentimentale, tutta curvata sulla sua passione per l’Arsenal, scrive questo: «Una volta credevo, anche se adesso non lo credo più, che crescere e diventare adulti fossero due cose analoghe, due processi inevitabili e incontrollabili entrambi. Adesso penso che diventare adulti sia una cosa dominata dalla volontà, che si possa scegliere di diventare adulti, ma solo in determinati momenti. Questi momenti capitano piuttosto di rado – durante i periodi di crisi nelle relazioni, per esempio, o quando si ha la possibilità di ricominciare tutto da capo da qualche altra parte – e si può ignorarli o prenderli al volo». Chissà se Tao, da tifoso dei Gunners, conosce questo passo e se ieri, in piazza del Duomo, vestito di rosa, ha deciso di prendere al volo l’occasione di diventare adulto o l’ha ignorata. Non so se questo significhi diventare adulti, forse non necessariamente, ma spero invece che i Bidon siano riusciti a cogliere l’occasione di mostrare la loro bravura a un pubblico più ampio dei loro fedeli suiveur, un pubblico che potrebbe aiutarli a fare della loro coltivata e scrupolosa passione un vero lavoro.

Giro d'Italia, tappa 21 - Tao Geoghegan Hart a Milano - foto LaPresse​
 
Ieri pomeriggio, in attesa dell’arrivo degli ultimi ciclisti, ho camminato intorno alle vie del centro poco prima del traguardo. In via Pattari ho comprato, al solito peso d’oro, un cartoccio di caldarroste. Mi è tornato in mente che lo scorso anno avevo festeggiato la vittoria di Richard Carapaz, all’Arena di Verona, pescando ciliegie da un sacchetto. Molto più che un semplice cambio di stagione. Da poche ore era stato divulgato l’ultimo DCPM che sanciva, a partire da oggi, un nuovo, seppur parziale, lockdown: chiusura serale degli esercizi commerciali, nuove restrizioni agli spostamenti e ai trasporti, ulteriori esortazioni a limitare spostamenti e contatti. Mi è parso che a Milano, più che altrove, più che nelle città e nelle regioni che ho attraversato in queste settimane, si percepisse la straniante condizione di una festa negata. Nell’ultimo tratto di percorso, le transenne innalzate erano oscurate da teli che proibivano la visuale del passaggio dei corridori. Un paradosso. Si sentivano i rumori della corsa, ma si era impediti di vederla, se non su  grandi schermi o in quelli minuscoli dell’iPhone. 

Giro d'Italia, tappa 21 - Porta Venezia a Milano - foto LaPresse​
 
Ho pensato che la stessa conclusione sportiva della corsa, questo testa-a-testa aperto fino all’ultima curva, ha in fondo rispecchiato la dimensione “esistenziale” di questo Giro appena trascorso: quella dell’incertezza. L’incertezza di non sapere se la corsa si sarebbe potuta svolgere tutta fino al traguardo di Milano, insidiata dall’evoluzione della pandemia di queste ultime settimane; l’incertezza di non sapere se il tentativo di difendere il diritto, sportivo soprattutto, ma anche economico, di garantire la regolarità della gara fosse in contrasto con il diritto di salvaguardare sicurezza e salute di tutti, dagli attori protagonisti della corsa, a tutto il contorno dell’evento, organizzazione, logistica, informazione e pubblico compreso. E, più personalmente, anche l’incertezza se essere saliti sulla giostra colorata del Giro sia stata la cosa giusta da fare, scegliendo di viaggiare per tre settimane a una diversa velocità e in una dimensione solo tangenziale allo svolgersi delle vicende di tutti i giorni. 

Approdare a Milano, incappata di un grigio pre-invernale, senza più lo scirocco stordente di Monreale, i feroci contrasti di cielo e terra tra la lava dell’Etna, l’ultima estate del mare di Vieste, il caldo infuocarsi dei boschi d’autunno sugli Appennini e sulle Alpi, è stato come zavorrare di colpo il volo di una mongolfiera, scendere a terra e trovarsi in mezzo a un malcerto ballo in maschera. Il Giro d’Italia è arrivato a destinazione. Ha portato a termine il suo lavoro e questo è sempre un buon segno, un esempio di come vanno affrontate fino in fondo le cose. 


Giro d'Italia, tappa 21 - foto LaPresse​

Il lavoro per capire come affrontare il virus è invece ancora lungo da finire, e non bisogna farsi molte illusioni. In un momento in cui, pur legittimamente, si ha timore a concedere fiducia a chi ci viene incontro, da questa esperienza di Giro traggo al contrario la consapevolezza che l’apertura agli altri, e soprattutto agli accadimenti non previsti, sono una fortuna. Questo virus rischia di indebolire in modo letale le difese immunitarie contro l’egoismo e la tendenza individualistica a un’autosufficienza privata, personale, ristretta un nucleo sempre più concluso di relazioni. Da qualche decennio, perfidamente, si è inoculato in noi un modo di intendere la vita, propria e degli altri, che, con tutti i loro difetti storici, non appartiene alle generazioni da cui proveniamo: un virus che ci ha disabituati a vedere nella solidarietà e nel valore dell’incontro, soprattutto con chi non si conosce, la vera forza morale di una società. 
 

 
Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, partner storico dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi una vettura per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.
 
Si ringraziano per il sostegno al progetto anche AcdB Museo-Alessandria Città delle Biciclette e Terre di Ger.

In occasione del Giro d'Italia, per tutto il mese di ottobre il volume Touring "Il Giro dei Giri" è scontato del 40% per i soci Touring