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I reportage di Witold Szabłowski e un nuovo numero di The Passenger

Due libri per capire la Turchia di ieri e di oggi

di 
Tino Mantarro
16 Luglio 2020
Quando viaggiare non è un’opzione praticabile per i motivi che tutti sappiamo ed è giusto fermarsi e stare in casa finché l’onda non sarà passata. E dalla poltrona del salotto, dalla sedia in balcone, dal comodo del proprio divano si può comunque continuare a muoversi con la mente mettendo in pratica quello che i britannici chiamano “armchair travel”, ovvero la lettura di libri di viaggio. Reportage che permettono una innocente evasione in compagnia di chi è partito per saziare la sua curiosità o lo spirito d’avventura ed è tornato per raccontarlo. Racconti di prima mano di mondi lontani e diversi, esperienze ricche di passione, empatia e divertimento spesso in zone periferiche che magari mai visiterete, ma che stuzzicano fantasia e voglia di scoprire. E poi, chi lo sa, non è detto che a emergenza finita, non si decida di partire con un libro sotto braccio per visitare i luoghi di cui si è letto in questi giorni…
 
 
Ecco la trentunesima puntata.
 
«Ogni turco è un ponte. Sopra e sotto i ponti sono percorsi di storie». Se l’emermetismo fosse ancora in voga basterebbe questa frase per raccontare la Turchia e al contempo riassumere due libri che parlano della Turchia di oggi senza tralasciare, perché non sarebbe oggettivamente possibile, quella di ieri e dell’altro ieri. Visto che qui più di altrove il presente è a ogni passo gravido del passato, specie quello recente.
 
 
«Ogni turco è un ponte» lo affermat il poeta Tayfun mentre attraversa il Bosforo a bordo di uno dei traghetti che a ogni momento del giorno e della notte, gemendo e sbuffando fanno spola da un lato all’altro dello stretto con il suo carico di turchi vocianti e bicchierini per il tè zuccherato. Lo dice mentre discute con Witold Szabłowski, scrittore polacco che appartiene a quella scuola narrativa per cui viaggiare e scrivere sono tutt’uno , scuola che per il mondo fuori Varsavia fa riferimento a Ryszard Kapuściński, ma che in realtà è molto più ricco, antico e sfaccettato.
 
Così non diremo che Szabłowski con il suo nome che si pronuncia sempre in modo sbagliato (quale sarà mai la pronuncia corretta di Sz insieme, e di quella bł con trattino?) ne è l’erede, perché sarebbe come gridare al mondo che tutti i calciatori francesi abbastanza promettenti sono il nuovo Platini, e poi esce uno forte come Zidane, e allora che cosa scrivi? Quel che invece è certo è che Szabłowski ne L’Assassino dalla città delle albicocche (Keller editore) la Turchia l’ha raccontata assai bene e con un modo di narrare che verrebbe da dire, questo sì, è tipico della letteratura polacca.
 
 
Un modo fatto di brevi storie, spesso spezzettate in ulteriori capitoletti, dove trovano voce una miriade di personaggi che raccontano la loro versione della Turchia, dall’occupazione di Gezi Park all’attentatore del Papa, dal ritratto del leader Erdogan a una storia famigliare che illumina l’importanza del concetto di onore nelle cittadine dell’Anatolia.
 
Volutamente laconico nello stile, ma sempre finemente ironico senza mai scadere nell’arroganza, Szablowski racconta questo Paese che non è mai né troppo Oriente né troppo Occidente facendolo raccontare ai turchi stessi, senza distinzione di strato sociale, appartenenza politica o religiosa. In questo assomigliando di più a una scrittrice che non è polacca, il premio Nobel Svetlana Aleksievič grande raccoglitrice di storie orali con cui costruisce l’affresco del mondo sovietico ed ex sovietico.
 
Affresco che si riempie di colori e sfumature associando a L’Assassino dalla città delle albicocche la lettura dei reportage contenuti in The Passenger Turchia, nuova uscita della collana di Iperborea dedicata agli esploratori del mondo. Affiancando le due letture si ha il ritratto completo e complesso di un Paese che si dibatte con violenza e passione tra le spinte moderne e assai filo occidentali degli intellettuali e di parte della popolazione della magmatica di Istanbul e un islamismo impersonificato dal nuovo sultano, Recep Erdogan, e dalla sua “democrazia illiberale”, che a parole santifica Ataturk ma nei fatti ne dimentica il laicismo che questi portò avanti.
 
Un quadro assai ricco raccontato da scrittori e giornalisti turchi, come Elif Batuman – che racconta delle difficoltà incontrate nello scavo del primo tunnel sottomarino sotto il Bosforo per via dell’eccesso di ritrovanti archeologici – e Burhan Sonmez, che torna nel suo villaggio dell’Anatolia dove del passato non è rimasto che la lingua, il curdo. Ma anche da grandi reporter internazionali, come l’inviato del New Yorker Dexter Filkins che parla dei retroscena del tentato colpo di stato del 2016 e del movimento gulenista, o come l’americano Stephen Wood che si occupa di calcio e delle sue implicazioni politiche, raccontando della strana unione tra i tifosi del Galatasaray, del Fenerbache e del Besiktas, le tre squadre di Istanbul caratterizzate da un odio decennale messo in soffitta per contestare insieme il nuovo sultano. Insomma, quest’estate difficilmente si potrà andare in Turchia, ma c’è modo di prepararsi per il prossimo viaggio.
 
 
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