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"La cicala di Belgrado", memoir della giornalista Rai edito da Bottega Errante

Dov'è l'anima di Belgrado? Un libro di Marina Lalović per capire la capitale serba

di 
Tino Mantarro
14 Gennaio 2022
Capire dove si trovi l’anima di una città è un esercizio difficile, anche perché l’anima di un luogo è per definizione raminga, cambia negli anni e anche a seconda di chi la cerca. Perché in definitiva ognuno ha la sua idea, dell’anima e della città, e non è detto che sia per sempre la stessa. Del resto le città sono tutto fuorché corpi immobili, cambiano a una velocità di cui spesso non ci si rende conto, specie se ci si è immersi. Così esser lontani finisce per essere un buon modo per cogliere il cambiamento e raccontarlo, e nel farlo cogliere l’anima della città stessa, o almeno provarci.

Marina Lalović ha lasciato la sua Belgrado da un pezzo. Con tempismo quasi perfetto è partita giusto una settimana prima della caduta del regime di Milosevic (il 5 ottobre 2000) e da allora periodicamente torna in quella che nonostante metà della sua vita l’abbia ormai passata in Italia (dove lavora come giornalista tra RadioRai e Rainews24) rimane sempre e comunque la sua città. Un luogo di cui osserva le trasformazioni, perché Belgrado era e rimane una città giovane, in cambiamento e in cerca del suo posto nel mondo, una sua specifica via alla modernità. Anche perché la capitale della Serbia è sempre stata un posto a cavallo tra mondi e culture, un "est" ma aperto all’occidente, assai balcanica ma anche asburgica, multipla perché capitale di una nazione, la Jugoslavia, che era incredibilmente aperta al mondo.

Così leggendo "La cicala di Belgrado" (edito da Bottega Errante) si scopre che Belgrado ha avuto fretta di cambiare per trovare una nuova normalità, specie dopo due, tre decenni – tra la fine degli anni Ottanta e oggi – che normali non sono stati, tra il crollo della Jugoslavia, le guerre intestine tre le ex repubbliche sorelle, i bombardamenti Nato, l’ubriacatura nazionalista. Anni che in eredità hanno lasciato il pensiero di emigrare che accomuna ancora tutti, o quasi. Così il cambiamento continuo si è trasformato in uno strano stato di perenne attesa: attesa che cambi qualcosa davvero, attesa di andarsene.


Edilizia a Belgrado. Foto Shutterstock

Nonostante questo Belgrado si evolve, grazie a progetti megalomani pensati per agganciare la città alla modernità stile Dubai. Che poi in definitiva a ogni latitudine sono progetti che fanno rima con una speculazione edilizia bella e buona ad appannaggio dei ricchi. Qui si chiama "Belgrado sull’acqua", ed è un progetto di palazzoni che qui sono spuntati sulla riva della Sava. Un progetto che ha spazzato via la Mala Sava, la vecchia comunità che viveva alla buona lungo il fiume ed era quanto di più interessante per chi dei luoghi cerca i lati in ombra e non le cartoline.
 
Intendiamoci, non che a Belgrado manchino i palazzoni, anzi. Sempre sulla Sava, sul lato sinistro, si trovano alcune delle più affascinanti – almeno per chi ama il genere – costruzioni del periodo socialista. A Novi Beograd, che è la prima zona che si vede arrivando dall’aeroporto lungo l’autostrada, si viene salutati dalle due torri della Porta Ovest di Belgrado. Due torri alte 36 piani, 140 metri di cemento uniti da un ponte di passaggio al ventiseiesimo piano e sormontate da un ristorante che un tempo girava anche. Oggi una delle due torri, quella che un tempo ospitava la sede dell’azienda Genex – è vuota, l’altra è per uso residenziale.


La riva della Sava a Belgrado. Foto Shutterstock

Ma non è in questi posti che si deve cercare l’anima di Belgrado, almeno quella che cerca e racconta Lalović. Se c’è un posto dove si può provare a guardare sono le trattorie di Belgrado, la kafane, dove ancora si fuma perché il detto antico – fumare come un turco – andrebbe rivisto: si fuma come serbi. Posti dove rallentare, prendere fiato e sorseggiare un caffè turco, che oggi non è più turska kava, ma domaća kava, segno dei tempi.
 
Ognuno ha le sue preferite in base ai quartieri e alla frequentazioni: alcune trattorie sono più turistiche, altre più scure, fumose e bohémienne. In tutte si beve molto, si mangiano ćevapčići e srpska salat, e si parla lungamente. In una città che non è particolarmente bella (lo dice l’autrice, ed è vero) e dunque sgrava i turisti da qualsiasi ansia da prestazione è forse in questi luoghi dove si può assaporare qualcosa della sua anima. Perché anche loro sono come la città, non fanno nulla per piacere ai turisti, sono come sono. E forse visto come stanno cambiando altre città che si stanno snaturando per essere tutte linde e accoglienti e in definitiva uguali, forse è proprio il bello di Belgrado. Bello che Marina Lalović ti fa venir voglia di andare a scovare.

LA CICALA DI BELGRADO
di Marina Lalović,
Bottega Errante, pag. 184, 14 €


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