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Appuntamento 27 maggio per una pedalata da Como al Museo del Ghisallo

Di bici e di vino. L’Oltrepò Pavese al Giro d’Italia

di 
Gino Cervi
21 Maggio 2019
 
“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Massimo d’Azeglio (1798-1866), scrittore, pittore e politico di primo piano del nostro Risorgimento, pensava forse al Giro, in anticipo di quasi quarant’anni dalla sua prima edizione, quando pronunciò la fatidica frase? Perché dove la politica e la cultura ufficiale non sempre si sono riuscite, è arrivato il Giro d’Italia a far conoscere e far sentire nazione un paese dalle molte anime, lingue e tradizioni diverse. In una parola, a fare gli italiani. Dal 1909 a oggi, in 102 edizioni, “la corsa ciclistica più dura nel paese più bello del mondo” – questo il claim della manifestazione più rosa e più nazionalpopolare che c’è – ha sicuramente fatto assai bene il suo dovere di collante identitario.
 
Lo ha fatto attraverso i suoi protagonisti, i corridori, che fino a qualche decennio fa si portavano appresso, appiccicato al nome anche la loro provenienza geografica, come personaggi da canzone popolare, da epica di piazza: Costante Girardengo, l’Omino di Novi; Alfredo Binda, il Trombettiere di Cittiglio; Ezio Cecchi, lo Scopino di Monsummano; Vito Taccone, il Camoscio d’Abruzzo; Franco Pellizzotti, il Delfino di Bibbione; fino ad arrivare a Vincenzo Nibali, lo Squalo dello Stretto (di Messina, s’intende), anche se di fatto cresciuto nel (di)stretto ciclistico del San Baronto, cuore cicloamatoriale della Toscana, a Mastromarco, frazione di Lamporecchio.
 
Giornali, radio e televisione hanno fatto poi il resto, portando alla ribalta luoghi mitici dell’immaginario delle corse divenuti patrimonio comune di molti spettatori, anche non necessariamente appassionati: se diciamo passo dello Stelvio o Cuneo-Pinerolo o Dolomiti, subito pensiamo al serpentone infinito di tornanti e ai passi alpini e a Fausto Coppi in fuga solitaria; se diciamo Vigorelli, immaginiamo le volate nel velodromo milanese ora all’ombra delle torri di City Life; ma lo stesso potremmo dire di luoghi turisticamente meno celebrati come il Blockhaus sulla Maiella o l’Agerola in Costiera Amalfitana.
 


L'OLTREPÒ PAVESE AL GIRO D'ITALIA
Volete un esempio attuale di questo laborioso storico lavoro di cucitura? La tenace impuntatura di un filo rosso, anzi rosa, che segna e unisce regioni e territori distanti? Quest’anno, al seguito della carovana pubblicitaria del Giro d’Italia, quel colorato e sonoro – a volte, troppo – serpentone di automezzi che anticipa la corsa lungo il percorso, c’è l’Oltrepò Pavese rappresentato dal Consorzio di Tutela dei suoi vini tra gli sponsor della Carovana del Giro.
 
L’Oltrepò Pavese, anche se c’è ancora chi non se ne rende conto, sta seduto su un giacimento prezioso: la propria ultracentenaria vocazione vitivinicola. Sulle sue colline, già dalla fine dell’Ottocento, arrivarono le prime barbatelle di Pinot dalla Borgogna e si sperimentarono, in anticipo su molti altre regioni italiane, i processi di produzione di vini spumanti. Poi, per vari motivi, le cose sono andate diversamente e come spesso accade gli antesignani sono stati sorpassati dagli epigoni a velocità doppia. Ma negli ultimi anni la consapevolezza di avere qualcosa da dire e da fare nel mondo del vino, e del articolatissimo contorno, pare essere ritornata di casa tra la val Staffora e la val Versa.
 
Un segno di questa determinazione a volersi rilanciare e a farsi conoscere come realtà di valore e talento – dopo decenni di passati a rincorrere modelli industriali basati sulla quantità invece che sulla qualità – è proprio la presenza di Consorzio Oltrepò, in collaborazione con Ersaf, Club del Buttafuoco storico e Regione Lombardia, in giro per le strade del Giro. Dopo un primo incontro sulle strade di Toscana, e per la precisione nel cuore della Maremma, dove gli spumanti da Pinot Nero, il Riesling renano e il corposo Buttafuoco hanno incontrato i sapori della macchia mediterranea tra l’Argentario e la rocca di Capalbio, il progetto, che prende il nome di Armonie d’Oltrepò, continua al termine della seconda settimana del Giro, quando la corsa rosa arriva sulle rive del lago di Como.
 


L'APPUNTAMENTO DI LUNEDI' 27 MAGGIO​
Lunedì 27, secondo giorno di riposo della corsa, l’Oltrepò corre la sua tappa da Como al Museo del Ghisallo… in e-bike. Il ritrovo è alle ore 9 al Broletto di Como e dopo una visita alla mostra Temporary Ghisallo Museum e un caffè a cura della Sartoria Ciclistica di via Pretorio 7, si inizia a pedalare sulle assistite, messe a disposizione da Cicli Pozzi, verso la meta. A fare l’andatura i ragazzi di Bike ‘n Wine, tour operator di turismo sportivo, e ad aprire la strada proprio la macchina di Armonie d’Oltrepò che per un giorno fa da carovana non ai campioni ma ai ciclodegustatori. Infatti all’arrivo al Ghisallo, oltre alla benedizione della Madonna, protettrice dei ciclisti, l’ambito traguardo sarà la degustazione di 6 etichette d’eccellenza dei vini dell’Oltrepò, a cura del sommelier Andrea Bargiggia, e a seguire un light lunch con prodotti del Territorio, messo a disposizione del Ristorante Touring.
 
Verso le 15 si chiude in musica con il concerto in omaggio a Fausto Coppi, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Oltrepò e Ghisallo vengono uniti nel nome del Campionissimo che proprio di quei luoghi è stato protagonista con le sue imprese in bicicletta: in Oltrepò, sulle strade di Varzi e di Canneto Pavese, il giovane campione nel maggio del 1939, ancora dilettante, colse i primi significativi successi della sua fulgida carriera – come è ben raccontato da Claudio Gregori nella nuova guida turistica Oltrepò Pavese. Appennino di Lombardia, che il Touring ha pubblicato nel dicembre 2018 – ; e sulle rampe del Ghisallo trovò più di una volta il trampolino di lancio per le sue vittorie al Giro di Lombardia. Incontri all’insegna del buon bere E del bell’andare in bicicletta: un connubio per troppo tempo pensato incompatibile e oggi rilanciato all’insegna dell’enoturismo e in generale del turismo slow.
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