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Una minaccia enorme per il settore nell'analisi del Centro Studi Tci

Coronavirus: quali le conseguenze per il turismo in Italia?

di 
Centro Studi Touring Club Italiano
6 Aprile 2020
Emergenza coronavirus per il turismo. Posto che in questo momento la priorità è quella sanitaria e che ogni azione, anche dolorosa, deve essere finalizzata al contenimento e al rallentamento del contagio a livello globale, crediamo comunque utile fornire anche un quadro degli aspetti specifici connessi col turismo di casa nostra, per valutare a quali conseguenze (economiche, occupazionali e sociali) potremo andare incontro, almeno quest’anno, se l’emergenza da coronavirus non rientrerà.

Complessivamente nel 2018 abbiamo registrato nelle strutture ufficiali (alberghiere ed extralberghiere) 429 milioni di presenze (notti) con un trend in costante crescita, seppure contenuto, dal 2010 a oggi. L’ultimo decennio ha però anche segnato una tendenza molto chiara: il turismo domestico (quello degli italiani in Italia) ha risentito pesantemente della crisi economica tanto che i flussi sono diminuiti costantemente dal 2008 al 2014 per poi recuperare terreno solo dal 2015; il turismo incoming ha invece mostrato un andamento decisamente migliore con una crescita a ritmi sostenuti tanto da far registrare un +34% sul 2008. Questi dati spiegano bene quanto sia rilevante attualmente la componente internazionale per il nostro Paese: dal 2017 gli stranieri rappresentano infatti più del 50% delle presenze totali (50,5%).

DA DOVE VENGONO I TURISTI IN ITALIA
Entrando più nel dettaglio dei mercati esteri di riferimento, l’Italia dipende in gran parte dall’Europa, da cui proviene il 79% di tutte le presenze (notti) straniere. Guardando ai principali Paesi, la Germania è al primo posto con quasi 59 milioni, pari al 27% di quelle straniere totali. A grande distanza seguono, con numeri simili, Stati Uniti (14,5 milioni), Francia (14,2 milioni) e Regno Unito (14). Poi Paesi Bassi (11), Svizzera (10,7) e Austria (9,5) che precedono Polonia e Spagna (entrambe 5,7 milioni) e la Russia (5,4). La Cina con 5,3 milioni è undicesima.

I flussi esteri sopra citati producono oggi una spesa complessiva di circa 45 miliardi di euro (stima di chiusura del 2019), di cui più della metà (54%) imputabili all’attrattività esercitata dalle regioni del Nord Italia, quelle al momento maggiormente colpite dal virus. Guardando ai flussi dei viaggiatori su base mensile, certamente per il turismo italiano i periodi più “caldi” sono quelli del trimestre estivo (giugno-agosto), in cui complessivamente si concentra circa il 50% delle presenze totali/anno. Considerando il solo mercato domestico (italiani in Italia), questa concentrazione estiva è ancora più forte mentre i flussi tra gennaio e aprile apportano una quota media mensile del 5% al totale anno (dunque abbastanza ridotta). Per quanto riguarda gli stranieri la curva della stagionalità è un po’ più piatta in estate (circa il 45% del totale) rispetto al mercato domestico e con un picco a luglio (invece che ad agosto).



L'IMPORTANZA DELLA STAGIONALITÀ
In sintesi: se per il mercato italiano la stagione turistica inizia di fatto con la chiusura delle scuole, per quello straniero maggio è già in parte decisivo e questo è un aspetto certamente critico se calato in questa particolare congiuntura emergenziale in cui pare irrealistico – stando all’andamento attuale della diffusione del coronavirus – un ritorno alla normalità in tempi così brevi. Ogni Paese di provenienza ha comunque una sua specifica stagionalità dovuta a ragioni geografiche e socioeconomiche: i mercati più problematici da questo punto di vista saranno gli Usa, che registrano in questi giorni il numero di contagi più alto al mondo (già da marzo a giugno la concentrazione media mensile di presenze è più elevata della media di tutti i Paesi esteri) e la Cina (in cui il medesimo trend si registra da gennaio ad aprile).

Francia e Paesi Bassi hanno abitudini molto più simili alle nostre, dunque concentrate nel periodo estivo. Un po’ più complessa è la situazione della Germania, a oggi il quarto Paese al mondo per numero di contagi (primo nostro mercato incoming che, ricordiamo, genera più presenze di Usa, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi messi insieme): a fronte di un picco estivo, presenta anche un importante anticipo di stagione in corrispondenza della Pentecoste (che quest’anno cade il 31 maggio e che in una situazione meno critica di quella attuale avrebbe potuto far registrare movimenti importanti nelle prime due settimane di giugno).

AEREI: PERDITE E CONSEGUENZE
Per quanto riguarda il trasporto aereo, settore chiave per il nostro turismo in particolare per l’incoming di lungo raggio, nella quattordicesima settimana dell’anno (dal 30 marzo al 5 aprile) il traffico totale nel nostro Paese, rispetto allo stesso periodo del 2019, è calato del 93% segnando tra le peggiori performance del Vecchio Continente secondo i dati di Eurocontrol, l’organizzazione paneuropea che si occupa di servizi per l’aviazione.

Questo inevitabile calo dei collegamenti e dei passeggeri avrà conseguenze dirette sulla spesa turistica straniera in Italia, in particolare per quei mercati di origine che non potrebbero (anche volendo o potendo) giungere in Italia con altri mezzi se non con l’aereo. A oggi, infatti, dei circa 45 miliardi di euro che gli stranieri spendono nel nostro Paese, un terzo è imputabile a viaggiatori extraeuropei: considerando i dati Eurocontrol, se l’emergenza coronavirus continuerà ancora a lungo, rischiamo nel 2020 di ipotecare circa il 30% della spesa incoming verso l’Italia, senza tenere conto dei cambiamenti nei comportamenti di viaggio degli altri turisti stranieri di medio raggio, tedeschi in primis, che come sopra ricordato costituiscono oggi più di un quarto del nostro incoming.



IL CASO DELLE CROCIERE
Un segmento particolarmente in allarme e che risentirà ancora più pesantemente della crisi – per l'elevata concentrazione di persone che comporta questa esperienza di viaggio – è quello delle crociere: dopo il caso più eclatante, anche mediaticamente, della Diamond Princess che ha fatto il giro del mondo, attualmente tutte le attività sono state sospese in via precauzionale. A oggi il settore ha una rilevanza significativa: sono circa 32 milioni i posti letto disponibili giornalmente sulle navi da crociera nel mondo, di cui il 28% nell'area euromediterranea, la seconda più importante dopo i Caraibi (34%). Anche dal punto di vista della domanda, rappresentano uno dei prodotti di maggior successo degli ultimi decenni: nel 2019 sono stati circa 30 milioni i passeggeri trasportati, con una crescita di quasi il 250% rispetto al 1999 quando i croceristi erano meno di 9 milioni. Nell'area mediterranea, il nostro Paese ha un ruolo centrale: tra i 20 principali porti per passeggeri movimentati, ben otto sono italiani (in ordine di rilevanza: Civitavecchia, Venezia, Napoli, Genova, Savona, Livorno, Palermo e Bari). Civitavecchia, con 2,4 milioni di passeggeri/anno, è il secondo porto mediterraneo dopo Barcellona.

LE RICADUTE SULLA CULTURA E SUL COMMERCIO
Non dimentichiamo poi che il turismo è per definizione trasversale, ovvero, oltre a essere costituito da ricettività in primis, trasporti e intermediazione ha ricadute significative sui servizi culturali e sul commercio più in generale. Per 100 euro spesi dai turisti italiani e stranieri nel nostro Paese, oltre un terzo va al settore della ricettività, 13 euro a quello della ristorazione, 12 al commercio (inteso come shopping), 7 a quello del trasporto aereo interno al nostro Paese, circa 6 a quello degli altri mezzi di trasporto (ferroviario, marittimo, stradale), 4 a quello dell’intermediazione (agenzie di viaggio e tour operator) e oltre 3 ai servizi culturali, sportivi e ricreativi. 20 infine vanno ad altri servizi non compresi tra quelli principali e più significativi (assicurazioni, spese per articoli o servizi generici).

Come si può capire, dunque, il turismo ha un impatto che si estende a tanti settori della nostra economia che, in conseguenza di quanto sta accadendo per via del coronavirus, rischiano di risentire pesantemente (anche) della crisi di viaggi e vacanze.



IL BLOCCO DEI SERVIZI E GLI SCENARI POSSIBILI
Questa però è la fotografia ufficiale, così come emerge dalla statistica, senza contare dunque tutto il non rilevato che oggi è importantissimo, soprattutto nel settore ricettivo, grazie alla diffusione delle piattaforme digitali che si aggiungono allo storico mercato delle locazioni estive. Studi effettuati negli scorsi decenni avevano definito a livello Italia un moltiplicatore pari a 3 per arrivare a quantificare, partendo dalle presenze ufficiali, quelle reali: il dato oggi varrebbe circa 1,2 miliardi contro i quasi 430 milioni dell’Istat.

Del resto, una stima del Centro Studi Tci di qualche mese fa vedeva per esempio l’offerta reale di posti letto in città come Roma o Venezia superiore del 25% rispetto a quella ufficiale, a Milano e a Firenze maggiore del 50% e a Napoli addirittura più elevata del 90%. Una portata, quindi, certamente più ampia di quanto i dati a disposizione possano illustrare. Sono i servizi a essere stati messi più in crisi in queste settimane dal coronavirus: il blocco della domanda, per un tessuto imprenditoriale come quello turistico di dimensione ridotte – secondo l’Unwto, l’80% delle imprese turistiche nel mondo sono piccole o medie –, rischia di essere fatale, essendo attività che tradizionalmente non hanno grandi capacità finanziarie per reggere a lungo situazioni di improvvisa mancanza di domanda.

I servizi infatti non sono immagazzinabili, non si possono stoccare in attesa di tempi migliori: una stanza di albergo o un posto aereo non venduti oggi, una visita guidata non fatta, una cena non servita sono persi per sempre nel conto economico di un’impresa o di un professionista. Un recente studio Cerved ha provato ad analizzare l’impatto del coronavirus sui diversi settori produttivi del Paese, delineando due possibili scenari: uno “base”, nel quale si prospetta un’emergenza fino a maggio e due mesi necessari al ritorno alla normalità e uno “pessimistico” in cui l’emergenza si protrarrà fino a dicembre e saranno necessari sei mesi per recuperare la situazione. In entrambi i casi, è il turismo a registrare gli impatti maggiori: ricettività e intermediazione rischiano di perdere il 30-35% di fatturato nello scenario base e il 60-70% in quello pessimistico.

ELEMENTI PER IL FUTURO
Si delineano dunque per il prossimo futuro, quando il coronavirus sarà finalmente sconfitto o quantomeno sotto controllo, due questioni delicate: da una parte quella del “salvataggio”, su cui il Governo sta già agendo in queste ore per supportare le imprese e impedire che chiudano definitivamente visto il blocco del sistema Italia, e progressivamente anche di quello europeo; dall’altra quella della “ripresa”. La domanda vera, cui bisognerà dare una risposta, è quale relazione avremo col “fare turismo” una volta passata questa emergenza. Il viaggio, abitudine che meglio di altre ha aperto la strada alla globalizzazione e che l’ha rappresentata negli ultimi anni, cambierà nei modi e nei tempi? Come si inserirà di nuovo nei comportamenti degli individui? Rileveremo una capacità di resilienza, come nelle passate crisi (terrorismo, crisi finanziaria ecc.), oppure questa pandemia sarà qualcosa di profondamente diverso che porterà a un cambiamento di paradigma?

Nonostante sia difficile ora poter fare previsioni su come e quando si rimetteranno in moto i meccanismi elementari di contesto (limitazione agli spostamenti, fiducia e sicurezza, disponibilità di reddito), possiamo comunque ipotizzare alcuni elementi di scenario che potranno caratterizzare la fase di riavvio del nostro turismo:
- La questione sanitaria sarà centrale e questo significa che probabilmente sarà più facile ripartire per quei territori in cui il sistema non presenti rischi di contagio e sarà percepito come pronto a rispondere alle emergenze o a nuove possibili recrudescenze del virus;
- Si affermerà la cosiddetta staycation, ovvero forme di viaggio concentrate prevalentemente in Italia e di breve-medio raggio o nei dintorni della residenza abituale;
- Undertourism, che si contrapporrà necessariamente all’overtourism, ovvero un turismo che privilegerà l'Italia meno nota e affollata, le attività open air e il turismo lento;
- I viaggi individuali (di coppia e famiglia) ripartiranno più velocemente, soprattutto all’inizio, prima di quelli di gruppo per la probabile necessità di (o propensione a) mantenere forme di distanziamento sociale;
- Gli strumenti digitali – in assenza o a fronte di una limitazione dei contatti diretti – avranno una rilevanza ancora più decisiva del passato nella fase di ispirazione, di prenotazione e di ricerca di informazioni in loco; ma anche per una comunicazione originale, rassicurante, emozionale che il nostro Paese dovrà fare nel mondo;
- È probabile che la ripresa turistica favorisca le stagioni di spalla (la stagione estiva al momento potrebbe essere compromessa per i lunghi tempi di riapertura del Paese);
- Sarà percepito importante viaggiare responsabilmente, ovvero evitare situazioni di grande affollamento, curare l'igiene personale, rispettare i luoghi in cui vivono i residenti (per consentire anche a loro di fruirne);
- Con ogni probabilità, il turismo dei prossimi mesi sarà più “povero”, per la crisi generalizzata della nostra economia e forse anche più breve, visto che molte aziende hanno chiesto ai propri dipendenti di utilizzare giornate di ferie in questo momento critico;
- È un tema di fondamentale importanza quello dei tempi della ripresa: più sarà veloce, più sarà basso il rischio di fallimento delle imprese di settore (notoriamente di ridotte dimensioni e che potrebbero avere gravi problemi di liquidità) così come sarà minimizzato il rischio che lo stato di crisi possa alimentare la criminalità organizzata. Occorre aggiungere infine che sarà necessaria però una “normalità” anche nei Paesi che generano i nostri flussi incoming da cui dipendiamo per circa il 50% delle presenze.