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La riflessione del presidente del Tci

Un ponte può unire anche quando crolla

di 
Franco Iseppi
27 Agosto 2018
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Il Ferragosto, nell’immaginario e nell’esperienza della maggioranza degli italiani, è vissuto come ferie, vacanze, relax, viaggi, ma anche come recupero delle relazioni familiari, di gruppo, di comunità.

Quest’anno però è stato segnato da una vera tragedia: il crollo (14 agosto) del ponte Morandi che collega Genova al suo porto e al suo aeroporto, che connette l’Est con l’Ovest della città, il Ponente con il Levante della Liguria e che proietta il nostro Paese verso il suo Centro-Sud e verso l’Europa.

La nostra emozione e partecipazione a questa vicenda traumatica e l’insieme di riflessioni che essa suscita non fanno riferimento, in questo momento, alle ricadute economiche del terribile evento su Genova e la Liguria (anche se noi siamo un’associazione che opera in un comparto quale il turismo, decisivo per la crescita economica, sociale e culturale dell’Italia), ma ai costi umani che ha comportato (43 morti e 251 nuclei familiari sfollati), alla condizione esistenziale che ha provocato (una città spezzata in due da ogni punto di vista) e alle modalità con le quali, almeno nei primi giorni, è stata affrontata la “questione del crollo del ponte” dai più rappresentativi attori del sistema Italia, al netto dell’encomiabile disponibilità dei soccorritori (vigili del fuoco e protezione civile), dell’estrema solidarietà dei cittadini, delle associazioni di volontariato e delle istituzioni locali.
 
Il ponte Morandi di Genova dopo il crollo/foto Michele Ferraris/Wikipedia Commons​
 
Accertato, quasi immediatamente, che le cause del disastro erano molteplici, diverse (anche se sfortunatamente concomitanti) e riconducibili a un incrocio di competenze e di ruoli e nella convinzione – diffusa e unanime – che un ponte non crolla per fatalità, non si è immediatamente cercato, forse a causa dell’eccezionalità della situazione, una modalità il più possibile condivisa per affrontare (anche nei suoi estremi conoscitivi) la drammaticità di quanto accaduto.
È prevalsa invece la scelta di ricercare aggressivamente, immediatamente, esplicitamente e genericamente i colpevoli, rispetto alla costruzione di un quadro complessivo delle responsabilità di ogni soggetto (pubblico o privato, individuale o istituzionale) coinvolto a vario titolo nella manutenzione, tutela, prevenzione, funzionamento, gestione e controllo della infrastruttura, disposti in ogni modo e subito a mettere in sicurezza sino all’abbattimento dell'intero viadotto per evitare che rappresentasse un pericolo permanente.
 
Un approccio delineato, (quello condiviso) da noi ritenuto proprio, che non avrebbe escluso misure drastiche e immediate non appena l’insieme delle responsabilità fosse stato definito (sappiamo che, se si vuole, il tutto può essere fatto in tempi rapidi) e che avrebbe permesso di elaborare un modello innovativo, alternativo, e in ogni modo radicalmente diverso dalla situazione attuale sia relativamente alla titolarità sia alla governance dell’infrastruttura e dei servizi, affrontando anche il tema più generale delle concessioni, un passaggio nodale nel disegno di un nuovo tipo di sviluppo del Paese e di un più motivato equilibrio nei rapporti tra “pubblico” e “privato”, riconoscendo e contando da subito sull’impegno della magistratura, che è in grado di prendere provvedimenti con ragionevole rapidità.

Ci rendiamo perfettamente conto che, ad un insieme estremamente articolato e interconnesso di problemi, non è sempre semplice trovare risposte e soluzioni immediate, una volta espressa un’opinione sul metodo con il quale si è affrontata la vicenda nel suo nascere e rimarcando come essa non possa essere affrontata se non con molto pragmatismo, in termini di competenze istituzionali, progettuali, economico-finanziarie e sociali, dobbiamo ora lavorare – possibilmente tutti insieme – perché Genova e il suo territorio non rimangano un problema dei genovesi e dei liguri. Deve, invece, essere metabolizzato come un impegno della comunità italiana, evitando che la città si ripieghi su se stessa (una prospettiva che non può esistere se consideriamo la storia di questa comunità) e facendo in modo che quanto si progetterà e realizzerà diventi paradigmatico per l’Italia.
 
Dobbiamo cioè allontanarci dalle emozioni delle prime ore e concentrare la nostra attenzione su Genova, come faremmo su qualsiasi altra città e territorio della Penisola, perché li viviamo come beni comuni.

 
Il ponte Morandi di Genova dopo il crollo/foto Salvatore Fabbrizio/Wikipedia Commons​

Prendersi cura di una città ferita, dove i cittadini si sentono vulnerabili e impotenti, comporta che la classe dirigente nazionale e locale, i protagonisti culturali, sociali ed economici, ma anche i semplici cittadini attraverso le loro forme di aggregazione accettino di mettersi alla prova, di manifestare la propria creatività, per far sì che Genova continui ad essere un porto di eccellenza e strategico nel Mediterraneo, una città di mare, un crocevia di genti e di culture.
 
È quanto hanno auspicato molti genovesi, interpellati in proposito, sicuri che la città non ha intenzione di stare in ginocchio a lungo. È una città già pronta, non solo a ricostruire una struttura, quanto a ridisegnare un nuovo modo di relazionarsi socialmente, politicamente e culturalmente sul territorio.

Come Touring Club Italiano  siamo dalla parte di coloro che, dandogli un valore morale, credono sino in fondo nel significato simbolico dei ponti: un ponte può unire anche quando crolla.

Dei molti insegnamenti che vengono da “ponte Morandi” quello della messa in sicurezza del Paese (siamo tra quelli che considerano la sicurezza un diritto) deve diventare la priorità delle priorità. Si tratta di un obiettivo che può essere facilitato dalla progressiva affermazione della cura dell’ambiente, del paesaggio e dell’eredità culturale di cui disponiamo. E che può essere reso possibile se praticato a ogni livello di responsabilità collettiva e individuale.

Di questo elemento (il principio di responsabilità) si deve sempre tenere conto in ogni accadimento. Sembra che esso non sia stato sufficientemente considerato in un’altra tragedia ferragostana, quella del Parco del Pollino, nelle gole del Raganello (20 agosto, con la morte di 10 escursionisti), dove ci si è forse dimenticati della necessità di rivedere il rapporto tra l’homo sapiens e la natura, alla quale nel caso specifico non si possono attribuire colpe.

Quanto sin qui detto rappresenta una doverosa riflessione prevalentemente attorno a un evento tragico che ha riguardato una delle più grandi infrastrutture di comunicazione e di mobilità, anche turistica, del nostro Paese (la autostrada A10).
 
PS. Nel comporre questa nota si è tenuto conto unicamente di quanto pubblicamente conosciuto sino al 24 agosto 2018.
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