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Le tre città più importanti del litorale istriano custodiscono grandi tesori d'arte. A due passi dal mare

Che cosa fare a Pola, Parenzo e Rovigno, in Istria

di 
Tino Mantarro
11 Giugno 2019
Quando arrivi in una qualunque delle città dell'Istria non puoi non rimanere sorpreso per quanto siano vicine al mare. Abituati come siamo alle nostre città rivierasche in cui l’acqua è spesso distante, separata da cancelli doganali, ferrovie che non si poteva costruirle altrove se non lì, lungomari ingombri di bar e bagni estivi che ostacolano la vista, si rimane sempre affascinati nel vedere come da questo lato dell’Adriatico le città di mare siano fisicamente adagiate sull’acqua. Non la tengano distante ma se ne circondino.

A Rovigno (Rovinj), nella città vecchia che una volta era un’isola, ci sono case dalle quali puoi quasi calare un catino dalla finestra e raccoglierla, quell’acqua salata. Mentre a Parenzo (Porec) in alcuni punti si può prendere la rincorsa e tuffarsi partendo dall’uscio di casa. Solo a Pola (Pula) la situazione è un poco diversa, per via dei grandi cantieri navali che precludono l’accesso da un lato del centro. Ma anche lì basta poco, giusto qualche passo, e si è seduti sulle rive, senza che ci siano ostacoli a frapporsi tra città e onde.


POLA, LA ROMANA DAL CUORE ASBURGICO
Davvero bei posti, questi. Tra Parenzo, Rovigno e Pola non si sa quale preferire. Ognuna ha il suo carisma e la sua storia. Tutte conservano una profonda anima veneziana, in ricordo degli oltre quattro secoli di dominazione della Serenissima, ma mischiano elementi architettonici diversi, testimonianze delle giravolte della storia, secoli di invasioni, arrivi e partenze che hanno caratterizzato l’evoluzione di queste terre appetite da tutti.

Così oggi Pola porta ben evidenti i segni del suo splendore ottocentesco, quando fu la Venezia austriaca. Dopo il 1848, quando le maestranze dell’Arsenale di Venezia spinsero Pola alla rivolta contro il dominio austriaco, Vienna sentì che non era più il caso di affidare i destini della propria marineria a quelle genti mal disposte. Così abbandonò Venezia e il suo Arsenale, puntando decisa su Trieste e Pola. Nella prima concentrò la marina mercantile e i relativi cantieri, nella seconda, più difendibile per via della conformazione della sua profonda baia, spostò la marina militare di tutto l’Impero asburgico. Così dal 1856 la città crebbe costantemente: popolandosi di nobili teatri, ricchi caffè e edifici regali con un tocco viennese. Risale a quell’epoca il mercato di Narodni trg (in italiano sta per piazza del Popolo), ancor oggi il più animato di Pola: con una parte all’aperto, sotto gli alberi, dove nella più genuina tradizione contadina si trovano ancora anziane signore che vendono fiori, miele e quel che raccolgono nel proprio orto, oltre a qualche immancabile bottiglia distillata in casa di rakija, la potente grappa dell’Est. Mentre sotto la struttura al coperto, in vetro e acciaio come da tradizione in quei decenni, si trovano i banchi della carne e del pesce, con un’abbondanza di pesce locale e una convenienza tutt’altro che usuale dal nostro lato dell’Adriatico.

Tutt’intorno i tavoli del caffè, dove dal mattino alla sera si trovano gli abitanti di Pola e quelli che vengono dai dintorni per chiacchierare, guardare e farsi guardare. Negli anni asburgici la geografia della città si discostò, seppure di poco, dal mare, pur avendo nel mare la sua ragion d’essere, visto che la metà dei suoi abitanti lavorava in qualche modo nell’arsenale militare. Oggi, seppur ridimensionato, il cantiere resiste, anche se i tempi sono duri e navi non ne costruisce più nessuno. Eppure può ancora capitare di passeggiare lungo ulica Sergijevaca, la via Sergia di epoca latina, e sfociare nell’area del foro romano, dove uno accanto all’altro si trovano il tempio di Roma e Augusto e il Palazzo comunale, e vedere, tra le case, l’immensa sagoma di una nave in costruzione che chiude il paesaggio, quasi fosse la quinta di un teatro.


Ma chi viene a Pola di certo è in cerca di altri scorci, più da cartolina di quanto non lo siano i bracci penzoloni delle gru di un cantiere navale che pure conservano, per chi apprezza queste vedute, una forte carica poetica. Tutti vogliono vedere il famoso anfiteatro romano, costruito appena fuori quelle che all’epoca degli imperatori Augusto e Vespasiano erano le mura cittadine. Si tratta di un’arena costruita negli stessi anni del Colosseo di Roma, ovvero nel I secolo d.C, che poteva contenere circa 22mila spettatori. Un numero incredibile se si pensa che in quegli anni Pola aveva sì e no cinquemila abitanti. Edificata in bianca pietra istriana si è conservata quasi interamente, nonostante più volte nel corso della storia abbia rischiato di essere distrutta. Nel XVI secolo, quando la città era sotto il dominio di Venezia, i dogi volevano smantellarla pezzo a pezzo per ricostruirla in laguna, ma grazie all’intervento del patrizio Gabriele Emo, nato a Pola, venne risparmiata. Oggi, nonostante la parte dei gradoni sia quasi andata persa, ospita concerti e manifestazioni estive. E in estate è assai piacevole fare la lunga passeggiata che dal centro arriva a punta Stoja e punta Verudica, la zona balneare di Pola, dove all’ombra dei pini si viene a prendere il fresco e fare il bagno.

 
ROVIGNO, LA VENEZIANA
Diversa, più veneziana, l’anima di Rovigno il cui campanile, che svetta sul denso abitato della città vecchia, ricorda in tutto e per tutto quello di S. Marco. Insediamento romano, fu dominata dalla Serenissima dal 1283 al 1797 e di quegli anni porta ancora i segni. Soprattutto sulla penisola di Sant’Eufemia, che fino al 1763 era in realtà un’isola su cui vivevano i commercianti, in prevalenza italiani, che si opponevano agli agricoltori, per lo più locali, stanziati intorno al colle di San Francesco, sulla terra ferma.


Oggi queste distinzioni non esistono più e tutta Rovigno conserva un’aria da «sera del dì di festa» per dirla con Leopardi. Sarà perché è racchiusa in un fazzoletto di roccia contornato dal mare; sarà per via delle stradine strette e irte del centro storico, o forse per la concitazione che si respira in estate, quando intorno alla Grisia, la strada principale di questa parte di città, si affollano gli artisti che espongono quadri e oggetti di artigianato e danno a tutto l’insieme un tocco bohémien. O anche solo per via dell’animazione che si coglie ogni giorno ai tavoli all’aperto dei caffè che si affacciano su piazza maresciallo Tito, però l’atmosfera di Rovigno è davvero quella allegra e vivace da sabato del villaggio. I colori, la foggia delle facciate, il vociare della gente la fanno assomigliare a una cittadina veneta dell’entroterra, non per nulla qui vive ancora la più numerosa comunità italiana dell’Istria.


Ma Rovigno è pur sempre una città di mare, come ricorda anche il profilo della fabbrica di conserve di pesce che si staglia a nord del centro (anche se la più importante è sempre stata quella di tabacco), e così in estate è bello abbandonare il vociare del centro e passeggiare nella pineta del promontorio di punta Corrente, un’area protetta che a fine Ottocento venne trasformata in un giardino botanico dal facoltoso imprenditore austriaco Georg Hütterroth. Oppure prendere una batana, la tradizionale imbarcazione da pesca rovignese a fondo piatto, e fare un’escursione alle isole Santa Caterina (Sveti Katarina), Sant’Andrea (Sveti Andrija) e alla piccola Isola Rossa (Crveni Otok), coperta di distese di mirto e alloro e ricca di resti di ville romane.
 
PARENZO, LA MONDANA
Se invece si vuole fare un’immersione nella vita mondana non resta che fare rotta verso nord e andare a Parenzo, la terza tra le città istriane e la più rinomata tra le località turistiche della costa. Qui si trovano grandi baie sabbiose, quasi una rarità per l’Istria, su cui negli anni sono stati costruiti i lussuosi hotel, specialmente nelle zone di Plava Laguna e Zelena Laguna, che punteggiano tutta la riviera da Parenzo giù fino a Orsera-Vrsar.


Oltre al mare e alla vita mondana, la vera attrazione di Parenzo è la Basilica eufrasiana. Si tratta di un prezioso complesso di epoca bizantina sorto nel IV secolo sul luogo dove si trovava la casa di San Mauro, primo vescovo della città. Completata nel 539 d. C. per ordine del vescovo Eufrasio, nel 1997 è entrata a far parte del Patrimonio dell’umanità Unesco. Merito soprattutto degli splendidi mosaici dorati che adornano il catino dell’abside centrale, secondi in bellezza solo a quelli di Ravenna. Al complesso della basilica appartengono anche un battistero ottagonale del VI secolo e un campanile settecentesco.


Dopo aver visitato la basilica il resto di Parenzo sembra meno lucente, anche se lungo il Decumano si affacciano palazzotti signorili di tutto rispetto e sul lungomare, in obala Maršala Tita, in estate si viene travolti dalla folla dedita allo struscio serale. E allora viene voglia di cercare un angolino tranquillo, su un molo e fermarsi un poco a guardare che colore ha il mare da questo lato dell’Adriatico. Magari è davvero meglio del nostro come sembra.
 
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