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Venezia: visita all'Istituto Santa Maria della Pietà ed alla mostra Abbracci di Safet Zec

Dove

Indirizzo evento: 
Venezia
Chiesa della Pietà, Sestiere Castello

Quando

Sabato 23 Novembre 2019
Ore 09,45 la visita si svolge nel corso della mattina (fine verso le ore 13,00 c.a)

Ritrovo

Come arrivare: 

Vaporetto da P.le Roma e/o Ferrovia:

  • linea 1: ferm. S. Zaccaria  (43’)
  • linea 2:     “             “          (44’)
  • linea 4.1:  “             “          (27’)
  • linea 5.1:  “             “          (24’)         

             

A piedi da P.le Roma e/o Ferrovia:

  • Strada Nova fino a Rialto, poi S. Marco e quindi S. Zaccaria dopo Ponte dei Sospiri.

 

Ora di ritrovo: 
Ore 09,45 all’ingresso della Chiesa della Pietà

Contatti

Organizzatore: 
Tci Consoli di Venezia
Telefono di riferimento: 
dal 04/11 al 16/11 ore 9,30-12,30; 15,30-17,30 prenotazioni al: 327 5575292
Recapito di emergenza: 
Donatella Perruccio Chiari 348 2660404 , Giuseppe Mason 328 1377260
Console accompagnatore: 
Donatella Perruccio Chiari
Presenza guida: 
Guida dell'evento: 
d.ssa Deborah Pase
Referente: 
Donatella Perruccio Chiari

Visita TCI Venezia n. 19/19

 

Istituto Santa Maria della Pietà

Abbracci di Safet Zec

 

23 novembre 2019

 

Ore 10,00  Visita dell’Istituto, archivio, museo Vivaldi e nella chiesa la mostra “Abbracci”, accompagnati dalla d.ssa Deborah Pase

 

La fondazione

Il Pio Spedale della Pietà, è stato un convento, orfanatrofio e conservatorio a Venezia, attualmente conosciuto con il nome di Santa Maria della Pietà (Istituto Provinciale per l'Infanzia). Ha avuto tra i suoi insegnanti di musica, tra il XVII secolo e il XVIII secolo, maestri come Antonio Vivaldi e Francesco Gasparini.

L’Antico Spedale della Pietà sorse a Venezia nel 1346 con decreto del Senato di Venezia.

Già dal 1335 Fra' Petruccio d'Assisi, riscontrando un continuo aumento dei bambini abbandonati sulle pubbliche strade per povertà o illegittimità della nascita, pensò all'istituzione di un luogo pio dove accoglierli ed educarli. Raccogliendo elemosine per la città in nome dei bambini abbandonati, Fra' Petruccio si muoveva invocando “pietà, pietà!”, determinando così per sempre il nome dell'istituto.

Inizialmente, gli abbandoni avvenivano nella “scaffetta”, una nicchia di dimensioni piuttosto ridotte nel perimetro dell'istituto - ma in un luogo poco visibile - nella quale i bambini venivano inseriti talvolta anche a forza, dal momento che era concepita solo per i neonati, ma di fatto accoglieva infanti di ogni età. Del luogo esatto in cui essa era ubicata, oggi non esiste traccia.

Successivamente, nei primi anni del 1800, la scaffetta venne sostituita dalla "ruota" (Ruota degli esposti), un cilindro di legno, cavo all'interno e ruotante attorno ad un asse verticale. Essa consentiva, date le dimensioni certamente maggiori rispetto alla scaffetta, l'introduzione anche di bambini e non solo di lattanti. Anche di questa, oggi non v'è traccia, ma si può ragionevolmente ipotizzare che si trovasse presso il ponte dei Bechi, luogo poco esposto alla pubblica vista.

Alla riuscita sempre maggiore dell'impresa concorrevano, mediante ripetuti decreti, le magistrature della Repubblica. Il giuspatronato del Doge fu provvidenziale per l'opera caritatevole e valse a far concedere frequenti ed indispensabili aiuti per le necessità dell'istituzione, che divenivano sempre più gravi, malgrado le donazioni e i lasciti dei pii benefattori.

Proseguendo la sua attività caritatevole con numeri di abbandoni sempre più elevati, la Pietà si trovava ad aver sempre maggior bisogno di nuovi fabbricati per il ricovero e l'assistenza dei bambini; tra il 1388 e il 1493 vennero eseguiti numerosi

 ampliamenti, che vennero seguiti, nel 1515, da un ulteriore ingrandimento, il quale portò le proprietà ad estendersi fino alla Riva degli Schiavoni.

Continui ampliamenti ebbero luogo anche nei secoli successivi, dando luogo ad un complesso di edifici davvero articolato, che sopravvive tutt'oggi; da un disegno del XVIII secolo si può ricostruire che le proprietà si estendevano dal ponte della Pietà alla calle che separa l'odierna chiesa dall'attuale Hotel Metropole.

 

La vita alla Pietà

Nell'Istituto venivano accolti figli illegittimi e bambini nati da famiglie molto povere o da madri incapaci di allattare; esso era governato da un medico direttore. Alle Suore di Carità, invece, veniva affidata la cura morale ed economica delle balie, dieci in tutto, mantenute e stipendiate dall'Istituto.

All'infante abbandonato si apponeva al collo un segnale numerato per distinguerlo e lo si spogliava degli indumenti, che venivano registrati in un apposito libro, dove si annotavano anche i dettagli dell'abbandono; inizialmente, veniva dato un cognome strano e spesso umiliante, che venne sostituito a fine Settecento con un cognome più ragionevole ed onesto, come ad esempio "della Pietà di Venezia", "del Luogo Pio di Venezia", "Piovezan".

Particolare usanza era quella, da parte delle madri, di lasciare al neonato abbandonato la metà di un oggetto; le madri ne conservavano l'altra parte come prova di ”appartenenza”, nella speranza di un ricongiungimento. L'archivio storico della Pietà possiede quindi una vasta raccolta di “segnali di riconoscimento” che, nel concreto, sono carte da gioco, monete, crocefissi o semplici pezzi di carta dalla forma strana. Talvolta, si incontrano anche orecchini, monili di varia foggia, oggetti di legno intagliati e poi divisi a metà. Nel “registro scaffetta”, in seguito “registro ruota”, venivano registrati anche questi particolari: «Adì 15 detto a hore 14 circa Prudencia nascente con fasse due polana rossa con due romanete dargento falso fiocheto con merleto scufia con merlo e canora merlo vechio agnus deo con cordelina latesina». Il segnale veniva poi accompagnato da un pezzo di carta, recante poche righe in cui si motivava l'abbandono, pregando l'Istituto di prendersi cura del fantolino, o semplicemente si indicava il nome di battesimo.

Nel caso dei ricongiungimenti, che oltre al segnale di riconoscimento avevano una procedura notarile ben più seria ed articolata, non sempre la madre arrivava in tempo: poteva infatti accadere che il bambino fosse già morto, data l'altissima mortalità infantile dell'epoca.

La Pietà era governata da benemeriti cittadini veneziani, ma alla conduzione dell'istituto partecipavano le “figlie di Comun”, che lavoravano di seta, filatura, cucitura e badavano alla pulizia e alla cucina. Ruolo più significativo avevano le “figlie di Choro”, che suonavano e cantavano sotto la direzione di celebri maestri. I maschi, invece, erano istruiti nei vari mestieri dell'artigianato e diventavano tagliapietre, tessitori, calzolai e arsenalotti. Nei momenti di difficoltà, i bambini erano mandati in campagna e affidati a famiglie di contadini, che ricevevano un compenso in denaro per mantenerli ed allevarli sotto il controllo del Parroco del paese.

 

Le figlie di Choro

Le musiciste erano chiamate “figlie di Choro”. Erano una sessantina, ma solo la metà di loro suonava o cantava, nello spazio limitato delle Cantorie della Chiesa. Le Figlie non avevano cognome, ma erano individuate dalla loro voce o dallo

 strumento che suonavano. L'età delle Figlie variava dagli 11 ai 70; non si limitavano al solo esercizio della musica, ma avevano anche qualche altro incarico, di importanza maggiore rispetto alle Figlie di Comun (come assistere il chirurgo, lavorare come infermiere o farmaciste, ma anche essere responsabili della dispensa).

Inoltre, potevano insegnare musica alle bambine mandate alla Pietà, da varie parti d'Europa, per apprendere l'arte della musica. Queste bambine erano denominate “Figlie in Educazione”: entravano in Istituto all'età di due anni e vi potevano rimanere fino ai 16.

Le figlie di Choro avevano un trattamento privilegiato rispetto alle Figlie di Comun: potevano, infatti, godere di cibo migliore e più abbondante e andavano spesso presso le Famiglie dei Governatori per recuperare la salute. Solo alcune di esse arrivavano al matrimonio, le altre passavano la loro vita nell'Istituto; quelle che si sposavano, però, non potevano più esercitare la professione di musiciste.

 

Antonio Vivaldi e la musica alla Pietà

La musica alla Pietà era soprattutto musica sacra che grandi maestri, come Francesco Gasparini o Antonio Vivaldi, componevano per le Figlie di Choro. Talvolta però, come si rileva dagli archivi, erano le stesse Figlie a comporre la musica che suonavano. Antonio Vivaldi (1678 – 1741) visse e lavorò alla Pietà per circa quarant'anni, tra il 1704 e il 1740.

manoscritti delle sue musiche erano sempre accompagnati dai nomi delle figlie che dovevano eseguire la musica, poiché le ragazze erano identificate in base alle loro specializzazioni musicali. La prima composizione che Vivaldi scrisse per la Pietà è conservata a Dresda e fu scritta tra il 1704 il 1709: è una “sonata per Oboè, Violino, Saloè ed Organo” (RV779), scritta per Pelegrina dall'Oboe, Prudenza dal Contralto, Candida dalla Viola, e Lucietta Organista.

 

L'abbraccio disperato di Admira e Bosko nei teleri di Safet Zec

VENEZIA. Admira era musulmana. Bosko, invece, era cristiano. Avevano 25 anni e si amavano da otto, in una città che, all'improvviso, non tollerava più quel legame. Il loro ultimo, disperato, abbraccio del 19 maggio 1993 è rimasto un tragico e indelebile simbolo. Quel giorno, durante l'assedio di Sarajevo dove vivevano e dalla quale avevano deciso di fuggire, furono abbattuti dai cecchini sul ponte Vrbanja. E lì, abbracciati e inermi, vennero lasciati esposti per 7 giorni e 7 notti, in attesa di un cessate-il-fuoco che consentì di recuperare i corpi. Dovettero aspettare ancora tre anni per avere una vera tomba. A loro è dedicata la mostra "Abbracci" di Safet Zec, ospitata fino al 24 novembre alla Chiesa della Pietà sulla Riva degli Schiavoni a Venezia.

 

Dopo il successo della mostra Exodus che nel 2017 registrò la presenza di oltre 200 mila visitatori in sei mesi di esposizione, lo spazio sacro torna ad accogliere le opere di Safet Zec, artista bosniaco che dopo la sua fuga da Sarajevo da molti anni vive e lavora a Venezia. E che afferma: «Per anni mi sono portato dentro immagini indelebili di sofferenza, dolore, crudeltà. Emozioni senza respiro di una guerra sconvolgente e atroce che, tratte dalla memoria, sono riuscito a liberare e fissare sulla tela».

I grandi teleri e la sequenza di oltre 40 opere che rappresentano e danno vita alla tragedia di Bosko e Admira, sono una denuncia contro ogni guerra, contro la violenza della distruzione pensata, voluta e organizzata da uomini contro altri uomini. Sono opere eseguite con varie tecniche - dall'olio su tela alla tempera su carta e poi su tela, alla tempera e carta su tela - tutte accomunate dal tentativo di elaborare la tragicità di quell'abbraccio e che, poste in dialogo con i capolavori di Tiepolo, assumono la forza espressiva ancora più intensa di un abbraccio senza fine.

 

Profilo della d.ssa Deborah Pase:

  • Archivista ed organizzatrice degli eventi dell’Istituto

 

Profilo della sig.ra Maria Laura Faccini:

  • Dal mese di novembre 2009, su proposta del Presidente della Provincia e con nomina del Prefetto di Venezia, ricopre la carica di Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Istituto provinciale per l’infanzia Santa Maria della Pietà di Venezia. Nel corso del suo primo mandato, d’intesa con il C.d.A., ha svolto e portato a termine una profonda ristrutturazione economica ed organizzativa dell’Istituto razionalizzando e consolidando la situazione finanziaria dell’Ente e mantenendo, nel contempo, grande attenzione alla ricerca, individuazione e soluzione delle criticità legate al mondo dell’infanzia e della genitorialità fragile.
  • L’Istituto è divenuto un importante punto di riferimento per la trattazione dei temi che riguardano il mondo dei minori promuovendo, a questo scopo, convegni e meetings con relatori nazionali ed internazionali. Ha dato nuovo ed ampio slancio al settore culturale e musicale dell’Istituto rendendolo importante punto di riferimento nel panorama culturale di Venezia; ha aperto al pubblico dopo molti anni, in modo continuativo e strutturato la Chiesa consacrata di Santa Maria della Visitazione, rendendola fruibile a fedeli e visitatori italiani e stranieri ed ha inaugurato nel mese di maggio 2014 il nuovo museo VI.VE. all’interno del percorso delle Cantorie della Chiesa di proprietà dell’Istituto.
  • Ha dato vita ad un progetto didattico innovativo per bambini e ragazzi a partire dalla quarta classe elementare, in grado di far apprendere anche ai più piccoli visitatori la plurisecolare storia e tradizione di assistenza dell’Istituto ed i rudimenti delle tecniche di archiviazione. Ha promosso diverse iniziative di fund raising per il restauro di singole opere d’arte e per la realizzazione di progetti finalizzati alla missione dell’Istituto.
  • Ha sottoscritto un importante contratto di sponsorizzazione, sostenuta ed affiancata dalla Soprintendenza dei Beni Architettonici di Venezia, finalizzato allo studio dello stato di fatto, della conservazione ed al restauro dell’intero complesso dell’Istituto, della Chiesa e delle opere d’arte in essa contenute. Ha posto in essere numerose iniziative sociali e culturali per la prosecuzione della secolare missione assistenziale della Pietà, aprendosi a nuove collaborazioni con Enti ed Istituzioni, come la Casa di Reclusione femminile di Venezia, l’Istituto degli Innocenti di Firenze, i Clubs Service Rotary e Lions di Venezia e Mestre, il Consiglio dell’Ordine dei Notai della Provincia di Venezia ed altri. Con l’acquisizione, nell’anno 2013, di un’ampia proprietà immobiliare sulla Riviera del Brenta, ove opera una Casa Famiglia, ha inteso allargare il territorio di operatività nell’assistenza ai minori anche in terraferma aumentando, nel contempo, il valore del patrimonio immobiliare dell’Istituto.
  •  
Altre informazioni utili: 

 

Quota di partecipazione:

  • Socio TCI                   € 14,00
  • Non Socio                 € 16,00

 

Prenotazioni:

  • - dal 04/11 al 16/11 
  • - prenotazioni, solo telefoniche lun.-ven: ore 9,30-12,30; 15,30-17,30
  • - al: 327 5575292

 

Tel. attivo il giorno della visita:

  • Console: Donatella Perruccio Chiari 348 2660404
  • Vice-console: Giuseppe Mason 328 1377260

 

La quota comprende: docenti,radioguide, assicurazione infortuni/RCT

 

Modalità di pagamento e condizioni di partecipazione:

- pagamento entro 3 gg. Dalla prenot.  con bonifico all’IBAN:

IT 73 Z 02008 36190 000104553985

C/C intest.: G. Mason / D. Perruccio

 

 

condizioni di partecipazione:

- al momento della prenotazione si deve comunicare il numero di tessera TCI (valida) propria e dello accompagnatore ed il numero di cellulare;

- la visita è aperta a soci e non soci;

- un socio può portare un  accompagnatore non socio (se c’è disponibilità di posti);

- nel caso di mancata partecipazione, comunicata entro 3 gg. dall’evento, il socio può richiedere il rimborso della quota versata detratte le spese) a condizione che possa essere sostituito;

- nel caso di eccedenza di iscrizioni  verrà aperta una lista di attesa, che seguirà, per essere evasa, l’ordine di arrivo delle prenotazioni.

- il non socio non accompagnato da un socio, potrà prenotare solo se non sia stato raggiunto il n° max previsto;

- il non socio avrà gli stessi diritti e lo stesso trattamento del socio.

 

Ora e luogo di ritrovo:

Ore 09,45  all’ingresso della Chiesa della Pietà

 

n° max partecipanti: 30

 

durata della visita: la visita si svolge nel corso della mattina (fine verso le ore 13,00 c.a)

 

accesso ai disabili:

 

pranzo: non previsto

 

 

Accesso disabili: 

Vantaggio per i Soci

Vantaggi per i soci del Touring Club