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Venaria Reale: mostra “Easy Rider. Il mito della motocicletta come arte”

Dove

Indirizzo evento: 
Reggia di Venaria, Citroniera delle Scuderie Juvarriane, Piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (To)

Quando

Da Mercoledì 18 Luglio 2018 a Domenica 24 Febbraio 2019
Fino al 14 ottobre da martedì a venerdì 10 – 18, sabato, domenica e festivi 10 - 19.30. Dal 16 ottobre da martedì a venerdì 9 – 17, sabato, domenica e festivi 9 - 19.30. Lunedì sempre chiuso

Contatti

Telefono di riferimento: 
011 4992333
Le moto fanno sognare. Rappresentano la libertà, la fuga dal mondo, una corsa oltre l’infinito, con le loro forme ardite, la melodia del motore, i colori sgargianti dei serbatoi…

Venaria Reale presenta la mostra “Easy Rider. Il mito della motocicletta come arte”, la storia di autentiche creazioni d’arte che rivelano l’ispirazione di chi le ha disegnate e concretizzato la concezione di agilità e movimento.
 
In neanche 150 anni di storia, alcune marche e modelli sono entrati nell’immaginario collettivo, dalle case italiane come Ducati e Moto Guzzi, passando per il genio britannico e l’efficacia giapponese, per giungere oltre oceano con il mito americano delle Harley-Davidson.

Questa mostra realizza un vero e proprio viaggio intorno al mondo per scoprire le storie che hanno reso grande ciò che Pirsig definiva “un sistema di concetti realizzato in acciaio”.
 
 
Tanti sono i modelli di motociclette esposti a Venaria e diversi evocano film leggendari, come il chopper di “Easy Rider”, la Triumph Bonneville che Steve McQueen guidava ne”La Grande Fuga”. Oppure si trovano i bolidi da gran premio, la MV Agusta di Giacomo Agostini, la Yamaha di Valentino Rossi e la Ducati di Casey Stoner.

Ma non ci sono solo moto, oltre cinquanta modelli dialogano con opere d’arte contemporanea, tra riferimenti espliciti e suggestioni indirette. Tra i nomi degli artisti ci sono Antonio Ligabue con “Autoritratto con moto” (1953), Mario Merz con “Accelerazione = sogno”, Pino Pascali con “9 mq di pozzanghere” (1967) e Giuliano Vangi con la grande scultura “Veo” (2010).
 

Fotografie e locandine di cinema raccontano un mondo che esprime una visione a 360 gradi sulla moto.

La mostra “Easy Rider” racconta gli episodi di una storia straordinaria diventata leggenda tra stile, velocità e prestazioni, dove la motocicletta ha alimentato il mito del viaggio, della conquista della libertà, della solitudine nel paesaggio sfrecciando su due ruote.

Il racconto si sviluppa in nove sezioni:
- Stile, forma e design italiano,
- Il Giappone e la tecnologia,
- Mal d’Africa,
- La velocità,
- Sì, viaggiare,
- London Calling,
- Il Mito americano,
- Terra, Fango e Libertà,
- La moto e il cinema.
 
1. STILE, FORMA E DESIGN ITALIANO
L’ingegno è un fattore italiano, così come lo stile, la funzionalità e l’eleganza. Tutto questo si concentra nella grande tradizione della nostra industria della velocità. La moto è il desiderio di libertà da generazioni e generazioni di italiani. Dopo la Seconda guerra mondiale, il design esplode e impone, nei modelli di moto, i caratteri guida della creatività italiana: snellezza, proporzione e meccanica.
 
2. IL GIAPPONE E LA TECNOLOGIA
Honda, Suzuki, Yamaha e Kawasaki sono la costellazione favolosa dell’industria motociclistica giapponese a partire dagli anni Settanta. Un equilibrio perfetto di tecnica e qualità dei telai, un’esatta connessione di leggerezza, modularità e forza dei materiali, eleganza e aggressività persino stravagante, in motociclette perfettamente affidabili. La potenza e il sogno del Sol Levante conquistano velocemente il mercato internazionale.
 
3. MAL D'AFRICA
Quando Thierry Sabine durante la corsa Abidjan-Nizza rischiò di perdersi nel deserto volle esorcizzare l’incubo immaginando una nuova “scuola di vita”, un rally che si svolgesse lungo il percorso al contrario. Era il 1979 e nacque così la Parigi-Dakar.
 
Non esistono film o libri che abbiano saputo raccontare meglio la terribile attrazione del deserto e del mal d’Africa come la furia di automobili, camion e motociclette. Tempeste di polvere, piste di rocce e sassi, il gran caldo, la solitudine del pilota, le insidie naturali, la fatica e la morte... ma anche la leggenda.
 
Leggendarie motociclette che corrono dall’alba alla notte lungo migliaia di chilometri: Yamaha, BMW, KTM, e ancora Cagiva, Gilera, Honda. Il viaggio verso il mare del Senegal resta una delle imprese epiche della cultura di fine Novecento.
 
4. LA VELOCITA'
Nonostante il pensiero vada a Pino Pascali, che corre sfolgorante nell’arte italiana del dopoguerra come la motocicletta (suo grande amore) su cui morirà trentatreenne nel 1968, la chiave per svelare ciò che davvero si nasconde nel mito di nomi come l’MV Agusta di Giacomo Agostini, la Yamaha di Valentino Rossi, la Ducati di Casey Stoner è l’opera di Gianni Piacentino, dove la moto (una Indian degli anni Trenta) è il punto centrale della sua biografia:
 
"Mi piaceva seguire i lavori" racconta a proposito del restauro della motocicletta "e vedere i colori, così mi venne in mente di immettere anche i miei interessi e la mia passione nella mia arte (tra gioco e mania, attenzione e attrazione per l’estetica industriale e per il design) che includeva anche l’idea di possedere e guidare una motocicletta. Cominciai a fare modellini segando parti di macchinine".
 
 
5. SI', VIAGGIARE
Il carattere essenziale delle generazioni della seconda parte del Novecento, è la libertà di circolazione e di movimento, l’utopia realizzata del viaggiare ovunque. Nulla come il viaggio su due ruote (sia in Vespa sia in BMW GS 100, sia in Harley-Davidson o su Honda Gold Wing) rappresenta il segno della liberazione individuale e sociale per intere generazioni.
 
Il viaggio è la modernità e la circolazione senza costrizioni. Persino l’arte apparentemente drammatica di Emilio Isgrò con le sue “cartine geografiche” con le cancellature di zone o di didascalie, svela il trionfo della forza del viaggio.
 
 
6. LONDON CALLING
Seppur vittoriosa nel secondo conflitto mondiale, la Gran Bretagna vede terminare con gli anni Cinquanta, la propria prosperità economica e il mondo dell’industria ed in particolare quella motociclistica ne risente.
 
Negli anni Sessanta, quelli dei Beatles, dei Rolling Stones e degli Who, si fa largo la voglia di automobili, lasciando le moto a una nicchia di appassionati. Non resta che ammirare alcune creazioni come la BSA Gold Star, le Triumph Bonneville e Trident, la Norton Commando e la Matchless G80, frutto del genio britannico che si è perso per le strade di Londra.
 
 
L’arte stessa le celebra con Paul Simonon, bassista dei leggendari Clash, che dedica un’intera mostra di pittura a quello straordinario mondo vintage.
 
7. IL MITO AMERICANO
Quando nel 1974 uscì Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, l’America torna pienamente beat. Robert M. Pirsig parla della qualità e della felicità dell’esistenza in viaggio a cavalcioni di una moto, l’on the road dell’anima, la voracità, la sete, la ricerca del senso di ogni cosa, la certezza che solo lungo “i fianchi della montagna e non sulla cima si sviluppi la vita”. Pirsig ha guidato solo una BMW ma tutti i motociclisti lo hanno amato.

Un altro capitolo sono le Harley-Davidson, con la Electra Glide del 1972 o la Panhead del 1948 e la 883 del 1965, mostri d’acciaio che tagliano e uniscono per sempre la giovinezza di un padre e di un figlio.
 
 
8. TERRA, FANGO, LIBERTA'
Gli happening dell’americano Aaron Young sono forme di graffitismo supercontemporaneo e lo strumento che usa, sorprende. Non un pennello, una punta, né la fiamma ossidrica, bensì una Honda che frena, sgomma e che nel delirio di polvere e di materiale incandescente lascia inciso il proprio misterioso ritratto del mondo.

Per l’immaginario dei motociclisti, il cross, il trial e l’enduro sono soprattutto polvere e fango, uniti al coraggio del pilota e alla bellezza dei panorami.

Le leggende Husqvarna, Montesa Cota e Puch, o le sinuose Ducati Scrambler e Guzzi Mirimin, sono ideali per apprezzare le strade bianche non asfaltate. Il “fuori strada” è la sperimentazione di una libertà altra e diversa, un istinto selvaggio e nomade.
 
 
9. LA MOTO E IL CINEMA
Più dei titoli sono le moto il vero segno di riconoscimento di alcuni capolavori del cinema. un esempio è la Brough Superior SS 100, sovrana del “Lawrence d’Arabia”, il segno più segreto del suo carisma. La Triumph Bonneville di Steve McQueen salta il ferro spinato e corre via ne “La grande fuga” oppure rende incomparabile, ne “Il selvaggio”, il dio di un altro sconosciuto universo, Marlon Brando. Così la Ossa Enduro porta in giro la simpatia di Terence Hill e Bud Spencer in “…altrimenti ci arrabbiamo!”, mentre la leggendaria Harley-Davidson Hydra Glide Chopper del 1949 si fa mito di tutti i miti on the road, la visione americana di “Easy Rider”.
 
La motocicletta è attorialità, è arte, è comunicazione, è in sé un primo piano o magari un paesaggio. Perché la moto, con la sua forza iconica e simbolica, con la sua perfetta bellezza di forma, di segno e di eleganza, è innanzi tutto una scommessa sulla vita.

Vantaggio per i Soci

Biglietto ridotto per i soci del Touring Club Italiano