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Milano: mostra “Se a parlare non resta che il fiume”

Dove

Indirizzo evento: 
MUDEC - Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano

Quando

Da Venerdì 28 Settembre 2018 a Domenica 6 Gennaio 2019
Lunedì 14,30 - 19,30. Martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9,30 - 19,30. Giovedì e sabato 9,30 - 22,30

Contatti

Telefono di riferimento: 
0254917
Indirizzo mail: 
helpdesk@ticket24ore.it
Il MUDEC – Museo delle Culture presenta un’installazione artistica multimediale dal titolo “Se a parlare non resta che il fiume”.

La mostra fa parte del progetto “Geografie del Futuro”, in cui il MUDEC di Milano cerca di capire quali tipi di “geografie” definiscono i confini della nostra conoscenza del mondo nel futuro. Tre le mostre a tema:
- “Capitani coraggiosi. L’avventura umana della scoperta (1906 - 1990)
- “Se a parlare non resta che il fiume”
- “The art of Banksy. A visual protest

Il progetto unisce il lavoro artistico sul campo effettuato della fotografa ed educatrice americana Jane Baldwin (“Kara Women Speak”) con la creatività di Studio Azzurro, il celebre gruppo di ricerca artistica fondato a Milano nel 1982.
 
Questa mostra è un’esperienza artistica capace di suscitare empatia per le vite, le terre e le culture dei popoli indigeni che, nella bassa Valle dell’Omo in Etiopia e attorno al Lago Turkana in Kenya, sono colpiti da una crisi umanitaria e ambientale provocata dall’uomo.

Noi siamo le nostre storie, storie che possono rappresentare una prigione o un’opportunità di riscatto” ha commentato Leonardo Sangiorgi di Studio Azzurro. “Grazie alla forza delle voci e delle immagini di cui è intessuto, questo racconto vuole rompere il silenzio ed essere una liberazione, generare nuove visioni e favorire un cambiamento di prospettiva. Trasportati come per incanto lungo le rive del fiume Omo, circondati dalle voci e dalle parole dei suoi abitanti e al cospetto dei loro volti, per i visitatori sarà come far proprie le storie e i timori di quei popoli minacciati”.
 
 
LA MOSTRA
L’installazione “Se a parlare non resta che il fiume” racconta la storia attuale di un fiume e dei popoli che esso sostiene, principalmente attraverso le voci delle donne. Tra i suoni ovattati del lento mormorio dell’acqua, il pubblico è avvolto nella penombra di uno spazio senza colore.
 
Al centro di questo spazio, una metaforica scultura di creta rossa si libra a mezz’aria simboleggiando il corso sinuoso del fiume. La sua superficie secca rappresentare il letto del fiume inaridito, privato delle sue esondazioni naturali da un controverso progetto di sviluppo in cui l’Italia gioca un ruolo chiave.
 
Attraverso un semplice gesto del visitatore, un frammento di quella materia si trasforma in un amuleto e il fiume diventa cantastorie, il suono del suo scorrere si fa parola.
 

Come d’incanto, grazie al lento comparire dei loro volti, emergono via via le testimonianze delle donne, che si intrecciano e sovrappongono fino a dissolversi lentamente nel gorgoglio delle acque. Infine, a parlare non resta che il fiume.

Con la mia arte voglio richiamare l’attenzione sulle minacce che incombono sui popoli indigeni della valle dell’Omo e del Lago Turkana” ha dichiarato la fotografa Jane Baldwin. “Ho ascoltato e raccolto le storie di queste donne in dieci anni di viaggi compiuti tra il 2005 e il 2014. Oggi la mia speranza è che questa installazione immersiva e la collaborazione che le ha dato vita produca empatia, accresca la consapevolezza e risvegli la nostra umanità, agendo da catalizzatore per un cambiamento”.

Il viaggio multimediale e poetico rende omaggio alle donne della regione e rivela i profondi legami esistenti tra l’uomo e l’ambiente, tra noi e gli altri popoli.
 
IL FIUME OMO E IL LAGO TURKANA IN PERICOLO
In un tempo in cui la corsa a risorse sempre più scarse continua senza sosta, l’installazione fa riflettere sull’importanza di salvaguardare la diversità biologica e culturale per il futuro di tutta l’umanità.

La gente dei nostri villaggi non vuole perdere il fiume, la nostra terra e le nostre foreste. È il posto dove siamo nati” ha raccontato eloquentemente una matriarca Kara a Jane Baldwin.
 

Purtroppo da dieci anni l’ecosistema del bacino del fiume Omo e le persone che ne dipendono sono minacciati da un imponente progetto idroelettrico “made in Italy” e dal conseguente accaparramento di vaste porzioni di terra, trasformate in enormi piantagioni agro-industriali di cotone e canna da zucchero (per esportazione).

Come tutti i popoli indigeni del mondo, anche le tribù della valle dell’Omo sono minacciate da razzismo, furti di terra, sviluppo forzato e violenze genocida” ha dichiarato Francesca Casella, direttrice di Survival International Italia. “Ci auguriamo che le storie raccontate in “Se a parlare non resta che il fiume” inspirino i visitatori a partecipare alla battaglia contro una delle crisi umanitarie più urgenti e raccapriccianti del nostro tempo. Survival lotta contro lo sterminio dei popoli indigeni dal 1969. Abbiamo bisogno di sostegno per garantire loro un futuro, per i popoli indigeni, per la natura, per tutta l’umanità”.

Il progetto di questa esposizione quindi è anche quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importante lavoro di Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni. Nel giugno 2018, l’UNESCO ha inserito infatti il Lago Turkana nella lista dei Patrimoni dell’Umanità in Pericolo.