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18/03/2017 BIBLIOTECA CAPITOLARE - visita guidata

Piero Mai
Lunedì, 27 Febbraio, 2017

Biblioteca Capitolare di Verona: i dotti di tutto il mondo la conoscono.
Alcuni anzi l'hanno frequentata e la frequentano con assiduità. Gli specialisti
del diritto sanno che in essa è custodito l'unico testo pervenutoci in maniera
sostanzialmente completa del diritto romano: l'opera di quel Gaio divenuto
immediatamente famoso quando, nel secolo scorso, uno studioso tedesco lo
"scoprì" sotto un San Gerolamo.
I cultori di patristica sanno che qui sono conservati testi d’alta antichità:
nientemeno, ad esempio, che un De Civitate Dei scritto quando
probabilmente Sant'Agostino era ancora in vita. E chi si occupa di studi
liturgici sa che il cosiddetto Leonino di Verona è uno dei più
importanti Sacramentari: da esso fu tratta tra l'altro la citazione che apre la
"Costituzione sulla Sacra Liturgia", promulgata dal Concilio Vaticano Il.
Per riandarne alle origini occorre risalire a quando San Zeno, ormai cessate
le persecuzioni, edificò - all'interno della città romana, nell'area dove oggi è
la chiesa di Sant'Elena - la prima cattedrale. La Chiesa veronese doveva già
allora, infatti, avere una certa organizzazione. Accanto al vescovo erano
senz'altro alcuni presbiteri, diaconi, suddiaconi, lettori, accoliti, ostiari che lo
coadiuvavano: con lui amministravano i sacramenti e diffondevano la Buona
Novella. Ma con la prima cattedrale zenoniana, eretta intorno agli anni 360,
dovrebbero essere state pure costruite, sull'area anche oggi occupata dal
vescovado e dal canonicato, la dimora vescovi le e le dimore del clero, che
allora con ogni probabilità facevano vitacomune.
In queste dimore c'erano necessariamente locali attrezzati per la refezione,
per il riposo notturno ed anche per lo studio cui la comunità doveva
applicarsi: gli aspiranti ai vari ordini minori e maggiori, per essere provvisti
di cultura sufficiente a svolgere il ministero, i già incardinati per tenersi
aggiornati ed anche per istruire gli ultimi venuti. I luoghi di studio
custodivano anche libri: scritturistici, liturgici, patristici, giuridici, letterari,
scientifici, che potevano venire anche da molto lontano o che erano qui
copiati. Ecco spiegata l'origine della gloriosa Biblioteca Capitolare di Verona
che possiede ora un tesoro di codici manoscritti, alcuni dei quali vengono
senz'altro da diverse officine librarie, ma altri sono stati, di sicuro, prodotti
qui. La Biblioteca Capitolare vanta dunque sedici secoli di storia. Essendo
nato probabilmente, come si è visto, ai tempi di San Zeno, l'istituto esisteva
ad ogni modo sicuramente nel 517, che è la data apposta da Ursicino, lettore
della Chiesa veronese, ad un codice da lui trascritto. Il prezioso manoscritto,
che contiene la vita di San Martino e d’altri santi, è tuttora conservato,
assieme a numerosi altri nella celebre biblioteca veronese, la quale può
vantarsi di essere così una delle più antiche fra le istituzioni similari.
La biblioteca sarebbe così nata come centro di produzione e di conservazione
dei numerosi testi necessari alla formazione del clero veronese e
all’officiatura liturgica della cattedrale; l'attività di produzione si svolse con
alterne fortune per un millennio fino al secolo decimoquinto; quella di
conservazione, veramente solerte continua tuttora.
Lo scriptorium - vera e propria officina per la produzione di libri mediante la
trascrizione da esemplari già patrimonio della Chiesa Veronese oppure
prestati da altri centri culturali - resta in tal modo legato al Capitolo dei
Canonici della Cattedrale, detto anticamente Schola sacerdotum sanctae
veronensis ecclesiae, vale a dire la congregazione o corporazione dei
sacerdoti della venerabile Chiesa Veronese, che aveva anche, come si è detto,
il compito di istruire i nuovi chierici al servizio della Cattedrale e quindi la
necessità di possedere libri d’argomento religioso e di cultura profana.
Il prezioso fondo di manoscritti redatti presso lo scriptorium veronese ci
assicura chiaramente che quella Schola Sacerdotum -che di quando in
quando compare sui documenti com’esistente presso la cattedrale, e che
senza dubbio nell'Alto Medioevo ebbe significato e valore corporativo - non
perdette mai del tutto nemmeno il carattere formativo, a servizio del clero
veronese. Schola dunque come corporazione ma anche come vera e propria
palestra d’umane e divine scienze per quanti decidevano di abbracciare la
carriera ecclesiastica.
E' impensabile, in questa sede, dare anche una sommaria notizia dei
principali tesori qui custoditi e risalenti agli anni ai quali ci siamo appena
riferiti. Alcuni codici, qui prodotti o qui giunti per donazione od acquisto,
risalgono comunque al secolo quarto e quinto. Tra questi sono anche due
manoscritti di Sant'Ilario: un commento In psalmos e il De Trinitate. Ancora,
del secolo quinto, la Capitolare conserva un Evangeliario, vergato in lettere
d'oro e d'argento su pergamena intrisa di color porpora e noto
come l'Evengeliario Purpureo Veronese.
Dopo Ursicino, la storia della biblioteca ricorda, ai tempi della riforma
carolingia, la figura dell'arcidiacono Pacifico che, come recita il suo epitafio,
si coprì di benemerenze grandissime. Oltre che fondatore e restauratore di
chiese, architetto, scultore e perito in ogni genere artistico, fu un infaticabile
trascrittore di codici; un formidabile operatore culturale, come oggi si
direbbe, poiché fu anche a capo della scuola annessa alla Cattedrale, quella
scuola alla quale, secondo la Costituzione di Corte Olona (825), dovevano
affluire anche gli studenti di Trento e di Mantova.
Apporti di materiale librario all'Istituto si ebbero anche in epoche successive,
ancora per l'attività dello scriptorium, ma anche per lasciti e donazioni che
vennero ad integrare - con materiale prodotto altrove - quello andato
distrutto o comunque disperso in tutta Europa, a seguito di prestiti, di
scambi e con ogni probabilità anche di furti: non esiste più - per fare un
esempio - il codice che prese in mano il Petrarca e nel quale ebbe la fortuna
di trovare lettere di Cicerone, non si sa bene se Ad Familiares ovvero Ad
Atticum. La biblioteca continuò la sua attività - come luogo di conservazione
e di studio del materiale manoscritto - anche dopo l'invenzione della stampa:
nel 1501 doveva essere in auge se il canonico Paolo Dionisi la lasciava erede
della sua ricca raccolta di manoscritti ed incunaboli, in buona parte di
materie giuridiche.
La sua sede si trovava in quegli anni in un gran locale al piano terra del lato
orientale del chiostro capitolare, dove nel 1625 sarebbe stata ricavata la
nuova aula per le assemblee dei canonici, prevedendo di dare a libri e codici
ancor più degna collocazione, in una nuova sala che si sarebbe dovuta
edificare sopra la sagrestia canonicale. Il materiale librario veniva riposto in
quell'occasione nelle cimase degli armadi della vicina Cancelleria Capitolare,
dopo che se n’era redatto un diligente inventario dal bibliotecario canonico
Rezzani. Di lì a poco scoppiava peraltro un terribile morbo: la tristemente
famosa peste del 1630 che doveva ridurre ad appena un terzo gli abitanti
della città, e che fece vittime anche fra i canonici, bibliotecario compreso, il
forse solo a conoscere il nascondiglio dei codici, dei quali si perse così
irrimediabilmente notizia, per quasi un secolo. Fu a seguito delle insistenze
di Scipione Maffei presso il canonico Carinelli che, nell'ottobre del 1712, i
codici tornarono alla luce. Dal nascondiglio «non venivano fuori - narra il
Maffei - se non codici in lettere maiuscole, o, se pure in altra forma, in una
scrittura che risultava millenaria... Perdevo quasi il senno e i sensi per lo
stupore, e mi sembrava di sognare stando sveglio, dal momento che sapevo
che uno o due codici di quell'antichità bastano talora a dar fama e lustro a
biblioteche reali...
L'entusiasmo per la scoperta fu tale che tutto il mondo letterario europeo
s’interessò della cosa ed i codici veronesi divennero oggetto di studi e
d’edizioni a non finire. Sull'onda di quest’entusiasmo il Capitolo deliberò nel
1725 la costruzione della nuova sede della biblioteca, sul lato occidentale del
chiostro, su disegno di Ludovico Perini; il nuovo complesso fu poi ampliato,
sopraelevando l'aula maggiore, quasi subito, nel 1781.
A quest'epoca in particolare risalgono le maggiori donazioni alla Capitolare
di codici miniati di diversa origine ma in buona parte provenienti da
collezioni veronesi, dove erano in varie circostanze approdati. Sui codici
scoperti dal Maffei o affluiti alla biblioteca In queste circostanze doveva di lì
a poco appuntarsi l'attenzione di chi, per conto di Bonaparte, si assunse la
cura di trascegliere, del nostro patrimonio artistico, i pezzi migliori, da
portare in Francia ad arricchire quelle biblioteche e quei musei: trentun
codici e venti incunaboli partirono nel maggio del 1797 alla volta della
Biblioteca Nazionale di Parigi donde ritornarono (ma non proprio tutti)
dopo la caduta di Napoleone, il 16 aprile 1816: fra questi i manoscritti miniati
corviniani di Tito Livio e le epitomi plutarchesche di Pier Candido
Decembrio.
Dopo un’intensa attività culturale svoltasi fra le sue mura per tutto
l'Ottocento e per la prima metà del Novecento - con la scoperta tra l'altro di
famosi palinsesti come quello contenente le Istituzioni di Gaio - la sede di
questa famosa biblioteca venne distrutta: il 4 gennaio 1945 un grappolo di
bombe cadde infatti sull'aula maggiore che ospitava tutti i libri a stampa, ma
fortunatamente non i manoscritti e gli incunaboli, allontanati dalla sede, con
altro materiale prezioso, già dal novembre del 1942, per misura
precauzionale. Dal cumulo di macerie, l'allora bibliotecario monsignor
Turini estrasse, durante tutto quel durissimo inverno, i volumi, che furono
così recuperati nella loro sostanziale integrità, benché più o meno
danneggiati; torneranno questi libri a far mostra di se, almeno al novanta per
cento, nella sala maggiore, poi ricostruita, e inaugurata il 28 settembre 1948,
nell'ambito di un complesso edilizio ampliato e migliorato nei servizi e nelle
capacità ricettive, nel quale troveranno migliore assistenza studiosi e
visitatori, tanto italiani come stranieri, e nel quale si registrerà un nuovo
affluire d’abbondanti donazioni .
La ricostruzione della Capitolare - oltre a creare lo spazio necessario per tre
camere blindate, le sale di un museo e quelle per un laboratorio di restauro e
di legatura degli antici codici - ha avuto insomma un seguito molto simile a
quello che ebbe la scoperta dei manoscritti del secolo decimottavo: fra le
donazioni di libri, maggiormente distinte per quantità, qualità ed organicità
del materiale, sono da registrare quelle della biblioteca di monsignor
Giuseppe Zamboni (assieme ai manoscritti e alla corrispondenza del filosofo
veronese), della biblioteca del conte Francesco Pellegrini (storia della
medicina), della biblioteca del prof. Luigi Simeoni (storia medievale) ed
infine della biblioteca di casa Giuliari (con l'importante raccolta degli
esemplari della famosa domestica stamperia).
Tanti anni sono passati dalla fondazione di questa biblioteca, ma il varcarne
le soglie induce sempre ad un certo sentimento reverenziale, anche da parte
degli studiosi di professione, e più in questi forse, consci come sono delle
preziosità contenute in quest’autentico scrigno. Valori incalcolabili sotto il
profilo economico ma innanzitutto sotto il profilo culturale. Tale il
sentimento di tutti i visitatori, siano essi gravi filologi o semplici turisti.