Scopri il mondo Touring

Alla scoperta della città… con i mezzi pubblici

Domenica, 17 Marzo, 2013

In effetti, può essere un modo nuovo per conoscere i luoghi: non stressa, è economico, non inquina. Basta avere un po’ di spirito d’osservazione. Il “tour” comincia al capolinea del 60, un pullman che dalla periferia Nord di Torino porta al centro. In attesa della partenza mi guardo intorno. L’aspetto è quello di tutte le periferie delle grandi città, non troppo degradato ma senza nessuna concessione alla bellezza. C’è la chiesa degli anni ‘60, del colore grigio del cemento armato: solo la croce e la vicinanza dell’oratorio ci fanno capire che ci troviamo di fronte a un luogo di culto. Nei paraggi un campo di calcio spelacchiato e tanti parallelepipedi, tutti pressoché uguali, di sette, nove piani.

Due signore sulla settantina si scambiano i numeri di telefono, in un italiano non proprio “manzoniano”, dalle inflessioni dialettali miste, con il “te” invece del “tu”.

Il pullman corre veloce per via Lanzo: ai due lati palazzi alti, in paramano, degli anni ’60-’70, quelli dell’emigrazione di massa dal mezzogiorno d’Italia, nell’aiuola spartitraffico qualche alberello senza foglie.  Attraversiamo l’incrocio di Piazza Stampalia: ci sono i platani, le aiuole e un piccolo giardino con le altalene per i bambini, ma nulla che la distingua dalle altre piazze della periferia, che so, un monumento, una fontana, un bel palazzo ad essa prospiciente… Per carità, se non ci fosse sarebbe peggio: il verde serve all’occhio e ai polmoni. Ai suoi lati, tra i soliti palazzoni, noto tre o quattro bar con le vetrate inserite in profili metallici, alcune vecchie cabine telefoniche (chi le usa?), un centro d’incontro per anziani, una banca, un distributore di benzina, l’istituto aeronautico Grassi, nel cui cortile fanno bella mostra alcuni aerei della seconda guerra mondiale.

 Adesso il pullman svolta a sinistra: altri distributori di benzina, altre scuole in ferro e cemento armato, altri bar, qualche meccanico e qualche panetteria.  E – incredibile! - una fabbrica in attività, la “Olimpia Acciai”, sopravvissuta alla crisi produttiva dell’Italia e di Torino. E’ l’unica che incontro nel tragitto di quella che era una città industriale.

Sale una signora di colore con passeggino: ormai non si vedono più le donne montare sul pullman con il bimbo in braccio, anche perché nessuno si sognerebbe più di ceder loro il posto!

In via Orvieto il paesaggio cambia completamente. Delle fonderie Teksid (una città nella città) e degli stabilimenti Michelin sono rimaste solo tracce: in certi casi sono state riutilizzate le vecchie strutture portanti, come nel caso del centro commerciale Snos . Dove prima, in mezzo a rumori assordanti e temperature infernali, colava il ferro fuso, adesso, al fresco dell’aria condizionata, si susseguono negozi di telefonini, di scarpe, di generi alimentari, bar e gelaterie. Sembra che non sia più necessario produrre: servono solo i soldi per comprare.  Da una parte e dall’altra rispetto al percorso del 60, tra strade, rotonde e costruzioni nuove, sta nascendo il grande Parco Dora: per ora alberi giovani trapiantati ed enormi pilastri in ferro, colorati di rosso antiruggine, quasi moderni obelischi in ricordo della Torino industriale.

Corso Principe Oddone: cerco di immaginare come apparirà il viale quando gli interminabili lavori per il passante ferroviario, in mezzo ai palazzi dei primi del novecento, sarà finito. Il risultato non dovrebbe essere malvagio: sarà meglio sicuramente della ferrovia Torino-Milano che prima divideva in due quella parte di città.

Attraversata la bella e ottocentesca, piazza Statuto, vecchio e nuovo s’incontrano ancora in Corso Inghilterra, con i  ricordi della Torino borghese e ricca del secolo scorso (s’intravede in Corso Francia e nelle vie parallele qualche palazzo in stile Liberty), la stazione di Porta Susa, ancora da ultimare, il grattacielo della Provincia e quello, in costruzione, molto più alto, della Regione. Se avessero previsto la crisi dei nostri giorni, non li avrebbero né progettati né costruiti.

A questo punto il percorso è quasi finito. Siamo in Corso Vittorio Emanuele II. Eleganti palazzi, ormai centenari, vicino alle stazioni della metropolitana e, sullo sfondo, la colonna che sorregge il monumento al primo Re d’Italia: ancora alternanza di stili, ma qui prevale l’architettura delle case della Torino ricca, fatta di professionisti, avvocati, notai, industriali (ce ne sono ancora?).

In Corso Galileo Ferraris il “tour” è giunto al termine. Il paesaggio cominciato nella periferia anonima è cambiato completamente: i palazzi sono signorili, i bar eleganti, le vie pulite, gli alberi maestosi. Mi chiedo se tra un po’ di anni i contrasti si attenueranno. Nel senso, naturalmente, che in periferia si realizzi qualcosa di bello: piazze o edifici che siano.  Non è necessario che intervenga Juvarra o Le Corbusier! Basterebbe un po’ di buon gusto.