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"Supremi "Sindicatori"", chi erano costoro?

Rosita Corsello
Mercoledì, 23 Marzo, 2011

Nella parete a sinistra – all’interno dell’atrio di Palazzo Ducale, lato Piazza De Ferrari - incuriosisce una sorta di “buca postale” in marmo, recante la dicitura:

 

AVVISI

AGL’ILL.MI SUPREMI

SINDICATORI

(al di sotto del testo è presente una sottile apertura e - quindi - una nicchia, in oggi vuota)

 

 

 

Ma chi erano, dunque, i “sindicatori”?

 

Si trattava in verità di 5 cittadini che ogni quattro anni venivano prescelti tra i rappresentanti del Minor Consiglio ed erano deputati appunto a “sindicare” sull’attività dei magistrati, dei governatori e degli amministratori locali.

L’istituzione e l’allestimento del manufatto di cui si tratta, risalirebbe alla fine del sedicesimo secolo, ma il suo utilizzo vero e proprio risalirebbe invece al secolo diciottesimo, epoca in cui i genovesi mantenendo l’anonimato o dichiarandosi, indirizzavano al Doge e agli amministratori della città denunce, segnalazioni, suggerimenti, lamentele o quanto altro volessero portare a loro conoscenza.

I testi delle comunicazioni venivano scritti sui cosiddetti “biglietti di calice” e questa definizione è riconducibile ad una semplice circostanza di ordine pratico: infatti, all’interno della buca utilizzata da chi aveva scritto i biglietti, era sistemato – per raccogliere questi ultimi – per l’appunto un “calice” dal quale i destinatari delle varie comunicazioni, estraevano i “biglietti” a loro indirizzati.

Pare che i contenuti dei vari messaggi fossero i più disparati:

- una buona parte si riferiva talora al vero e proprio pettegolezzo;

- c’era poi chi “puntava il dito” su chi vendeva a “borsa nera” e faceva scommesse, attività quest’ultima che - all’epoca - insieme ai giochi pericolosi, era molto biasimata;

- c’era chi si lamentava per l’arroganza di alcuni nobili e chi invece protestava contro coloro che - giocando nei vicoli del centro storico - arrecava danni all’arredo urbano e disturbo alla quiete pubblica.

Pare si leggesse persino di proteste di mariti che facevano riferimento a mogli spendaccione le quali con la compulsività delle loro spese esagerate, rischiavano di mandare in rovina i loro stessi coniugi che addirittura temevano di non poter più disporre dei denari per… pagare le tasse!

E ancora le lamentele si riferivano alla presenza delle “graziose” che “infastidiscono” la “maschile gioventù” sottraendola al “bene della Repubblica e alle arti sociali”, senza dimenticare ovviamente le non rare “offese al pudore” che secondo molti soggetti, venivano arrecate in occasione di spettacoli di teatro e di danza.

Insomma, a fronte di tutte le intriganti diavolerie tecnologiche che oggi si pongono a supporto e al servizio della odierna comunicazione tra gli umani, quella sorta di “buca postale” in marmo ancora oggi visibile a Palazzo Ducale in Genova, si pone – a mio avviso – ai nostri occhi (e a qualche cuore) come l’ineffabile, antesignana, attestazione di…un’ancestrale modernità!