Quel battito d'ali
Nelle saline e negli stagni costieri. Sui graniti e sui calcari erosi dalle acque marine. Ma anche lungo le scogliere e tra le aspre montagne dell’interno. Il birdwatching in Sardegna regala spettacoli irripetibili
Sarà per le grandi dimensioni, sarà per il collo così lungo, sarà per quell’improbabile colore rosa, ma il fenicottero non può lasciare indifferenti. Osservarne uno stormo che prende il volo, poi, è uno spettacolo anche per chi i volatili non li ha mai guardati. Esperienza che si può provare lungo i tanti specchi d’acqua che bordano la costa sarda: i trampolieri amano particolarmente l’acqua salmastra, e sull’isola ce n’è parecchia. Così, se vi fermate un attimo a Quartu, Molentargius o Santa Gilla (attorno a Cagliari) piuttosto che a Cabras, Santa Giusta o Sale Porcus (a due passi da Oristano), ammirate i fenicotteri ma date un’occhiata anche agli altri abitanti degli stagni: aironi, anatre, limicoli, ce ne sono tantissimi, in tutte le stagioni. Potreste avere la fortuna anche di vedere tra le canne il pollo sultano, che con il suo blu evidenziatore pare voler rivaleggiare con il rosa del fenicottero. Un’altra esperienza prettamente sarda, così come fare snorkelling e sbucare dall’acqua di fronte a un tranquillo cormorano che già da tempo vi teneva d’occhio; o guardare le evoluzioni dei falchi della regina lungo le falesie di San Pietro, dove la Lipu tutela una delle colonie più grandi d’Italia.
Centenari e nuovi nati
Se da una parte la flora sarda deve dar prova di eterna resistenza – al vento, alla salsedine, all’afa, agli sbalzi di temperatura – dall’altra sembra sfogarsi in primavera, quando ogni campo esplode di colori
Non è poi così tanto grande: in fin dei conti, sono 8 metri di altezza e 12 di circonferenza, una giovane sequoia lo batterebbe subito. Però pensare che S’Ozzastru ha visto passare popoli nuragici, Cartaginesi, Romani, Aragonesi, Piemontesi, ed è ancora lì, a germogliare ogni primavera... beh, fa un certo effetto. S’Ozzastru è uno degli olivastri millenari di Santo Baltolu di Carana, località a pochi chilometri da Luras, sullo sfondo del lago del Liscia: secondo alcuni studi, si tratta di uno degli alberi più vecchi d’Europa, con un’età compresa tra 3.000 e 4.000 anni. Un campione di resistenza, dunque, come del resto molte specie della straordinaria flora sarda: basti pensare ai ginepri contorti dal vento (celebri quella della spiaggia di Notteri, a Villasimius), ai tenaci gigli di mare che spuntano dalla sabbia a Piscinas, ai grandi lecci di Funtana Bona, presso Orgosolo. Tutti da ammirare, tutti da cercare attentamente – sarebbe bello che fossero segnalati, loro che a differenza degli animali non si muovono... Più facili da trovare, invece, i fiori di primavera: quelli compaiono ovunque. E sono un piacere per gli occhi.
Una biodiversità subacquea tra le più ricche del Mediterraneo, tutelata da cinque riserve marine e un parco nazionale. Per apprezzarla, maschera e boccaglio. Anche se un brevetto e un paio di bombole aiutano...
Che il mare di Sardegna stia bene non è solo un’impressione. Lo dimostrano varie ricerche, tra cui quella recente di Greenpeace, che nell’ambito del progetto Des ha recentemente indagato lo stato di salute di alcune aree marine protette italiane, tra cui tre sarde (i risultati qui). Esito: Capo Carbonara, Capo Caccia-Isola Piana e Tavolara-Punta Coda Cavallo si piazzano tutte in cima alla classifica, con giudizi che vanno dal distinto al buono. Fondali non solo puliti e ben tenuti, ma anche ricchissimi di specie, dove prosperano coralli e cernie, murene e polpi che si lasciano avvicinare senza paura dai sub. Un evidente successo della tutela avvenuta negli ultimi anni, nelle tre aree citate così come anche a Sinis-Mal di Ventre e all’Asinara (protette da altre riserve marine) e nel parco nazionale della Maddalena. Un successo che dovrebbe invogliare subacquei e snorkeller a non perdere un minuto per immergersi. Se si deve scegliere? Difficile dire, ma senz’altro la secca del Papa, al largo di Tavolara, uno degli spot più strepitosi d’Italia; le grotte di capo Caccia, soprattutto quella di Nereo; e i Variglioni dell’isola dei Cavoli.
Bramiti selvaggi
Meno visibili e appariscenti di uccelli, fiori e pesci, molti altri animali popolano boschi, stagni e isole minori. A partire dai cervi sardi, che dopo aver rischiato l’estinzione sono tornati a farsi sentire
Bella storia, quella del cervo sardo. Soltanto trenta o quarant’anni fa, il Wwf aveva lanciato un disperato grido d’allarme per salvarlo: il censimento del 1970 contava solo 90 maschi bramenti. Un’inezia, rispetto ai numeri che popolavano l’isola all’inizio del secolo. Poi deforestazione, incendi pastorali e soprattutto bracconaggio avevano decimato quella che è una distinta sottospecie del cervo europeo, più piccola e più scura, evolutasi in millenni di isolamento. Oggi, piano piano, grazie a politiche di conservazione, interventi mirati, educazione della gente, l’ungulato è tornato a popolare Sulcis, Sarrabus e Arburese, le zone storicamente abitate, e non è più impossibile avvistarlo, soprattutto fuori stagione, la sera, quando esce dall’intricata e inaccessibile macchia in cui passa le giornate (l’incontro, per noi, è avvenuto sia a monte Arcosu, storica e stupenda riserva Wwf a due passi da Cagliari, sia nell’area delle miniere di Montevecchio). Tuttavia ancora tanto deve essere fatto per garantirgli la sopravvivenza: il bracconaggio, purtroppo, è bestia dura a morire.
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Informazioni
- Pubblicato il: 19 marzo 2010
- Autore: Stefano Brambilla
- Sezione: Qui Touring Speciale
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