Itinerari a tema
ROCCE. Gallura, regno del granito.
C’è un faro solitario all’inizio di questo itinerario. L’hanno costruito sulla punta estrema di capo Testa, una propaggine di roccia che si butta nel mare agitato delle Bocche di Bonifacio, giusto davanti alla Corsica. Intorno pareti di granito piallate dal vento, macchia mediterranea in ogni dove e una colonia di gatti che vigilano al sole. Da qui si può partire per esplorare la Gallura, con le sue montagne modellate, i paesaggi lunari, le querce da sughero solitarie. Lasciando Santa Teresa e capo Testa ci si instrada lungo la statale 90, guidando sotto un cielo sovrumano che si abbina a un paesaggio altrettanto sovrumano: cespugli di macchia mediterranea, spazi aperti, dune di sabbia bianca battute dal maestrale, rare costruzioni a disturbare la vista. Si prosegue per chilometri, mentre la radio alterna il segnale di Radio France Inter a una stazione corsa e si rimane ammirati da tanta bellezza. La strada fa dentro e fuori tra il mare e l’interno, mentre sulla sinistra il profilo irregolare delle montagne segna la via. Prima di addentrarsi tra quelle alture di granito merita una sosta la scenografica Isola Rossa, piacevole borgo di 130 pescatori che in estate si moltiplicano per mille. Da qui la strada sale verso Trinità d’Agultu, non appena si scollina il paesaggio cambia. Addio mare, si entra nella piana della Luna: una terra desolata orlata di rocce che spuntano qua e là, quasi fossero resti di cattedrali abbattute dal tempo. Le rocce assumono forme strane, c’è chi vede profili di animali, chi di uomini, qualcuno addirittura la testa di Platone. Lasciate alle spalle le fantasie della valle della Luna si arriva a Tempio Pausania che vale una passeggiata per il centro, anch’esso di granito. Se non c’è tempo meglio passare oltre, inerpicarsi per gli stretti tornanti che salgono lungo le pendici del monte Limbara. Qui il paesaggio cambia ancora: si sale fino a 1356 metri tra foreste di pini e graniti maestosi (nella foto). Sulla cima ci si trova circondati da una piantagione di rocce ritte come pinnacoli, che fanno concorrenza ai tralicci che punteggiano la sommità del monte. Da qui, nelle giornate serene, si vedono i traghetti che entrano nel porto di Olbia. E anche quel faro solitario.
CHIESE - Perdersi nel romanico
C’è da perdersi, per trovare le chiese romaniche del Nord della Sardegna. C’è da perdersi tra segnali contrastanti, strade che intersecano altre strade che secondo il senso dell’orientamento dovrebbero andare da tutt’altra parte e invece portano nel posto giusto. Ma è un bel perdersi, tra campi punteggiati di pecore, sugheri solitari, paesaggi grandi e cieli ancor di più. Poi, quando si arriva a destinazione si rimane ammirati dalla perfezione di queste chiese romaniche che punteggiano la campagna, con le loro proporzioni esatte, il profilo severo, l’esterno ben tenuto. E c’è anche quel paesaggio tutto intorno, che ti fa star lì a guardare senza sapere cosa dire se non “bello”. Tutta l’isola è ricca di esempi ben tenuti e non contaminati di romanico, alcuni di influenza pisana, altri genovese. Un itinerario comodo per scoprirne alcune è quello che attraversa il Logudoro, partendo da Sassari e seguendo grossomodo la statale 597 in direzione Olbia con qualche doverosa deviazione. La prima chiesa che si incontra è la basilica della SS. Trinità di Saccargia, forse la più famosa e la più imponente di tutte. Costruita alternando fasce di basalto chiaro scuro e calcare chiaro, domina la vallata con il suo campanile quadrangolare, peccato solo che non sia sempre aperta per ammirarne l’interno. Dopo pochi chilometri si trova S. Michele di Salvenero, quasi abbandonata a un ciglio della strada, tra strutture industriali e svincoli. Meglio va alla basilica di S. Antioco di Bisarcio, che dall’alto di uno sperone roccioso domina tutta la fertile piana di Ozieri. Ma prima occorre fare una deviazione per ammirare la basilica di S. Maria del Regno ad Ardara. Una struttura dell’XI secolo in pietra lavica scura, per visitarla dovete chiamare il parroco: vale la telefonata. Come vale la strada in più percorsa la chiesa (anche questa aperta a singhiozzo) di Nostra Signora di Castro, a Oschiri. Realizzata a fine del XII secolo ha una facciata in trachite rosa, ma soprattutto è in una posizione stupenda, con il lago del Coghinas sullo sfondo. Da qui si può tornare indietro e provare a non perdersi ancora per raggiungere l’abbazia benedettina di S. Pietro di Sorres, a Borutta.
FIUME - Flumendosa, le acque dolci
Dopo l’ennesima giornata di sole (e un principio di scottatura), può venire voglia di cercare il fresco. Se si è in vacanza tra la Costa Rei e Muravera, una gita all’interno risalendo le acque del fiume Flumendosa può essere un momento di grande relax, lontano dalla folla e alla scoperta di una zona poco conosciuta, ma di grande bellezza. Dalla foce si prende la strada che va verso l’interno in direzione S. Vito e Armungia. In questo piccolo centro abitato, dove nacque lo scrittore Emilio Lussu, tra le case sbuca anche un nuraghe piuttosto ben conservato. Un piacevole imprevisto che è già un buon segno per la riuscita dell’itinerario. Si prosegue quindi verso nord. Improvvisamente si apre un paesaggio quasi nordico con il canyon che ospita le placide acque del lago artificiale Flumendosa. Il verde intenso delle colline circostanti lo fa assomigliare a un fiordo, silenzioso e pacifico, decisamente inaspettato. Percorrendo la strada che lo sovrasta, in direzione Orroli, si incontra il nuraghe Arrubiu costituito da una torre centrale e da altre cinque torri, circondate a loro volta da una cinta muraria. È uno dei più imponenti della Sardegna, ma ancora gran parte delle costruzioni sono nascoste alla vista. A questo punto potrebbe scattare una certa fame. A Orroli, cittadina ai piedi del monte Pizziogu, il posto migliore per concedersi una sosta gastronomica e culturale è OmuAxiu, una dimora storica di circa duecento anni fa trasformata in albergo diffuso e ristorante (tel. 0782.845023). Qualcuno potrebbe essere tentato di prendere una stanza per concedersi un riposino, eppure ci sono ancora alcune tappe che meritano di essere fatte. Nurri, per cominciare, con la sua parrocchiale con il portale gotico-catalano in cotto, da dove è possibile prendere un battello per navigare sul lago (web), oppure Sadali arroccata sulla parete di una collina e caratterizzata da numerose sorgenti e da una cascata dedicata a San Valentino le cui acque scompaiono nella Ucca Manna, una voragine profonda 150 metri. Il corso del fiume continua verso nord, verso la sua sorgente, nel Gennargentu. Ma qui comincia un’altra storia. Fatta più di rocce che di acqua. Barbara Gallucci
MINIERE - Il tesoro (nascosto) dell'isola
Bella fuori, stupefacente dentro. Comunque la si prenda, la Sardegna riserva sorprese. Per scoprire quelle del sottosuolo meglio partire da Iglesias e andare fino a Montevecchio, addentrandosi tra le miniere abbandonate che negli ultimi anni sono confluite nel parco geominerario storico e ambientale della Sardegna (tel. 0781.255066; web). Un itinerario insolito nel Sulcis Iglesiente, che permette di scoprire le storie dei minatori e vedere i prodigi architettonici realizzati a fine Ottocento per facilitare l’estrazione del carbone, del piombo, dello zinco e degli altri minerali che si trovano da questi parti. Così il viaggio può aver inizio nel centro di Iglesias, visitando il Museo dell’arte mineraria (su prenotazione, tel. 0781.350037). Ma più che nei musei le storie delle miniere è bello assaporarle dal vero: per cui non si può prescindere dalla miniera di San Giovanni, con la profonda grotta di Santa Barbara, scoperta per caso nel 1952 vicino a Iglesias, e la gigantesca galleria Henry a Buggerru, tanto grande che al suo interno potevano addirittura entrare locomotive a vapore. Da non mancare anche Porto Flavia, gioiello dell’architettura industriale con le sue gallerie sovrapposte lunghe 600 metri che arrivano sino al mare, dove il materiale estratto veniva caricato sulle navi (tel. 0781.491300; web). Oppure, sempre a Masua, la laveria Lamarmora. Adagiata sulla scogliera, davanti al Mediterraneo agitato dal maestrale. Di qui si può andare verso nord, a Ingurtosu, muovendosi tra villaggi spettrali e miniere abbandonate, superfici industriali conquistate lentamente dalla macchia mediterranea. Tappa d’obbligo il complesso minerario di Montevecchio (tel. 389.7643692; web), il più esteso della zona con le palazzine della direzione, le case dei minatori, i trenini abbandonati e il paesaggio lunare che sconfina fino al mare. Qui, se la stagione è bella, è un dovere morale spingersi lungo la strada sterrata che scende fino a Piscinas. Tra le dune spuntano carrellini, utensili e memorie: resti di passato spazzati dal maestrale.
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Informazioni
- Pubblicato il: 19 marzo 2010
- Autore: Tino Mantarro
- Sezione: Qui Touring Speciale
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