Il turismo “fai con me”
Parliamo di limiti, e di confini. Ma nulla di geografico o di politico. I limiti sono quelli dettati dalla nostra coscienza, e in parte dal senso di superiorità del mondo occidentale e industrializzato. I confini non sono quelli degli Stati, ma quelli dati dal rispetto di culture e popoli diversi. Il Tci da sempre è promotore di un turismo che sia conoscenza e rispetto dell’altro. Ma fino a che punto possiamo visitare il terzo mondo e conoscerlo realmente per quello che è, senza il filtro dei villaggi vacanze e dei tour organizzati? E, dall’altra parte, quanto può essere accettata l’invasione del “turista bianco” che immortala tutto con le sua macchina fotografica digitale, riducendo persone, cose e animali al livello di indistinti souvenir di viaggio?
La collana di Guide gialle Touring ha una filosofia molto chiara: l’autore, o gli autori, sono sempre radicati sul territorio. Chi è nato o vive da tempo in un luogo può essere la migliore guida, nel bene e nel male. Se questo principio è applicabile all’Italia, a maggior ragione vale per i Paesi in via di sviluppo e per quelli del terzo mondo, anche se la barriera linguistica in molti casi può apparire insormontabile. “Ma è possibile”, ci siamo allora chiesti a Qui Touring, “incontrare sul campo chi opera a sostegno delle popolazioni più disagiate, e grazie a loro conoscere di più e meglio le realtà locali?”.
La mia prima personalissima risposta la trovate più avanti: è il diario di un viaggio nell’Africa equatoriale nell’estate del 2006, con un aereo bimotore guidato dall’amico Gianandrea Caravatti, tra Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio, dove sono presenti tre missioni di suore che lui conosce e sostiene da sempre. Senza queste missioni, e senza Gianandrea, non avrei mai capito davvero che cos’è l’Africa. Nella nostra inchiesta abbiamo ricevuto anche altre risposte positive: sempre più spesso, infatti, è possibile rivolgersi alle associazioni umanitarie internazionali, che conoscendo bene i luoghi dove operano da anni, a margine delle proprie attività organizzano soggiorni o visite per coloro che vogliono vedere di persona quei luoghi.
(foto B. Morton/Archivio Avsi)
Esperienze in Brasile
La Fondazione Avsi è una organizzazione non governativa, onlus, che tra i suoi numerosi progetti comprende il sostegno a distanza e la realizzazione di spazi per l’educazione e la crescita dei bambini e delle loro famiglie in 37 Paesi di Africa, America latina e Caraibi, Europa dell’Est e Asia. In alcuni di questi Paesi Avsi ha ritagliato piccoli spazi in cui chi aderisce ai suoi progetti può “toccare con mano”. Spiega Alberto Piatti, segretario generale della Fondazione Avsi: “La possibilità di visitare posti ‘inusuali’ per i circuiti turistici tradizionali è una grande opportunità per conoscere l’altra faccia della medaglia del nostro mondo. La spiaggia di Copacabana si può vedere anche dal Morros dos Cabritos, un centro per l’infanzia in mezzo a una favela. Certo, occorre trovare modalità discrete e prudenti per il rispetto delle persone che si visitano e che non intralcino chi sta lavorando. Io viaggio molto e spesso mi accompagnano amici che sostengono le nostre fatiche quotidiane per dare un contributo a migliorare la vita di migliaia di persone. Ne tornano sempre stupiti ed entusiasti”.
Proviamo allora a raccontare alcune esperienze che ci hanno maggiormente colpito, dando spazio alla voce dei protagonisti. La prima testimonianza è quella di Angelo Abbondio, broker di borsa: “Circa 15 anni fa sentii parlare per la prima colta dei meninhos de rua e degli squadroni della morte. Fui colpito profondamente e decisi di andare a vedere di persona quella realtà brasiliana che nessun tour operator ci avrebbe mai mostrato. Fu don Luigi Giussani a consigliarci di andare con il supporto dell’Avsi, già attiva a San Paolo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Salvador da Bahia. Fra tutti i luoghi quello che ci colpi di più fu Ribeira Azul, una favela di Salvador da Bahia, nata sulla spiaggia e poi sviluppatasi nell’unica direzione in cui aveva trovato spazio: verso il mare. Una baraccopoli di palafitte, in una zona oltretutto molto piovosa, dove il legno marciva di continuo e i rari fili della corrente presenti sono scoperti e uccidono... un inferno, dove si muore quasi ogni giorno. Abbiamo deciso che dovevamo fare qualcosa, e con una piccola fondazione privata abbiamo contribuito alla realizzazione di una scuola-asilo, con un piccolo campo di calcio che in Brasile è assolutamente indispensabile, e un supporto medico. Oggi questa struttura compie 10 anni. Sempre a Bahia l’Avsi ha realizzato un centro di aiuto alla famiglia. Oggi si può andare a visitare quanto abbiamo e hanno fatto, ma bisogna muoversi con guide del posto perché è una zona pericolosa. Di sicuro è sconsigliato ai turisti fai-da-te, anche perché non c’è nessuno spettacolo da vedere”.
(foto archivio Avsi)
Invasioni reciproche
Un percorso simile lo ha compiuto Renzo Vanetti, amministratore delegato di Sia-Ssb (la società che “governa” il sistema nazionale dei bancomat): “Il mio primo viaggio in Uganda risale al 2002, quando andai a trovare un caro amico che assieme alla moglie lavorava per Avsi a Kampala. Fu una sorta di colpo di fulmine: l’Africa, quella vera ti sconvolge e ti coinvolge. Bisogna farsi coinvolgere e guardarla da dentro, farne esperienza. E questa esperienza può e deve essere corredata anche da un impegno concreto. A Jingia, vicino alle sorgenti del Nilo, abbiamo incontrato un piccolo ospedale gestito da due suore francescane, a Kampala abbiamo fatto ricostruire una scuola che era stata semidistrutta dalle termiti. Siamo stati ospitati nel locale ostello Avsi, una struttura spartana, ma dove in fondo si stava bene. Ritengo di avere ricevuto più di quanto ho dato, non ho alcun dubbio. Ricordo un episodio. A una fermata dell’autobus chiediamo a un giovane che aspetta: a che ora passa il pullman? E lui risponde: prima di sera. Ecco, per noi che viviamo di corsa è un salto verso una diversa dimensione della vita. Io non sono mai andato in Africa per turismo, eppure ho apprezzato forse più di altri la bellezza dell’Africa”.
L’impatto con il terzo mondo, quello vero, è fortissimo. Molti hanno reagito sentendo la necessità di fare qualcosa di concreto, sostenendo le realtà che li avevano ospitati. Altri ne hanno avuto un arricchimento culturale e spirituale. Lucilla Cabrini, che si occupa di politiche sociali a Reggio Emilia, ci racconta un suo recente viaggio in Algeria, compiuto grazie al legame tra due sacerdoti, il parroco del suo paese, Pratofontana, e monsignor Teissier, fino a qualche mese fa arcivescovo di Algeri. “Siamo state ospitate nel seminario della Maison diocésaine di Algeri, che abitualmente dà spazio a pellegrini e visitatori. Siamo state a Notre Dame d’Afrique, abbiamo visitato una cooperativa in cui sono impiegate donne che fanno ricami e altri manufatti artigianali, e una religiosa che vive là da cinquant’anni, suor Jamila, che da oltre venti fa parte del gruppo Ribat per il dialogo islamico-cristiano. Ho visto una grande umanità in tutte le persone che ho incontrato. È stato bellissimo. Ho fatto altri viaggi di questo genere, ma neppure il pellegrinaggio in Terrasanta mi aveva colpito così profondamente”.
Ci chiedevamo, all’inizio, se fosse possibile avvicinarsi e condividere senza invadere. Alla fine ci siamo resi conto che l’invasione c’è. Non può non esserci, ed è reciproca. Saltano i confini e i limiti. Noi entriamo negli ospedali in Uganda, nei villaggi in Mali, nelle favela del Brasile. E gli ospedali, i villaggi, le favela entrano in noi e lasciano un segno profondo. Ha ragione Vanetti: “Chi non è disposto a mettersi in gioco e a fare qualcosa per gli altri, fa il turista con i paraocchi: vede l’aspetto delle cose senza vederne l’anima, e il suo viaggio è inutile”.
(foto B. Morton/Archivio Avsi)
La mia Africa
In aereo tra Mali, Burkina Faso e Costa d'Avorio
La prima cosa che ricordo è il sorriso di padre Arvedo. O forse è semplicemente la cosa che ricordo meglio. Padre Arvedo Godina oggi ha più di 70 anni. A parte una parentesi di otto anni durante i quali è tornato in Italia, è in Mali da 40 anni. Dal 1992 gestisce un centro per catechisti a Ntoninba, 30 km a sudovest di Bamako, la capitale, all’ombra di una piccola foresta piantata da lui trent’anni fa. “Sei mai stato in Africa?” mi chiede. “Sì, in Tunisia”. “Ma la Tunisia non è Africa”, risponde. Non capisco. Padre Arvedo parla correntemente francese e bambara, la lingua locale. Attorno al suo centro per catechisti si è sviluppato un piccolo villaggio, abitato da persone che lavorano con lui. Tra questi c’è Tonià Jara, un giovane musicista. Sta costruendo una piccola sala di registrazione che funziona a pannelli solari, per poter incidere la sua musica. Qui, nella foresta di Ntoninba. Come è possibile? “Con l’aiuto di Dio tutto è possibile”, risponde. E sorride. E nel suo sorriso riconosco quello di padre Arvedo.
Ricordo suor Angela, che vive nella missione di Kati, 20 km a ovest di Bamako, in Mali, con suor Carmen e suor Miriam. Suor Angela è dell’Oltrepò Pavese e all’arrivo mi chiede: “Sei mai stato in Africa?” “Sì, in Tunisia”, rispondo. E lei ride: “La Tunisia non è Africa”. Il primo giorno in Mali suor Angela mi porta con sé a un edificio giallognolo, dai muri scrostati. Questo è l’ospedale di Kati, dove la gente aspetta di morire. Aspettano quelli che devono essere operati, aspettano coloro per i quali è troppo tardi. Tardi per una cura, per un’operazione, per un’amputazione. Non c’è più tempo, non ci sono mai stati i soldi. I più gravi sono all’aperto. Aspettano pazienti, sdraiati a terra, a malapena coperti dalle zanzariere. Intorno, nuvole di mosche. Questo è l’ospedale di Kati: mosche. Cancrena. Odore di marcio. Rassegnazione. Occhi senza lacrime, occhi di bambini che hanno dimenticato l’infanzia da tempo. O forse non l’hanno mai conosciuta. Questa non è solo l’Africa che nessuna agenzia turistica ti porta a vedere. Questa è, semplicemente, l’Africa.
Il giorno dopo, andiamo con il fuoristrada a N’Tyeani, un villaggio di 1.500 abitanti a 45 km di Kati e a 10 km da qualsiasi strada. Qui la famiglia Caravatti ha fatto costruire a proprie spese una scuola. Ora i bambini del villaggio possono imparare a leggere e scrivere. E i bambini di N’Tyeani sono bellissimi. Abudu, 3 anni, mi adotta appena arrivo. Mi porta una sedia per mettermi comodo, perché l’ospite è sacro, e poi mi tiene per mano in tutto il giro del villaggio. Il pozzo, il mulino e la scuola sono stati costruiti grazie alle donazioni raccolte dalle suore. Chiedo quando è nato il villaggio. Nessuno lo sa. L’unica certezza degli anziani è che esisteva già quando sono nati loro, quindi ha più di 50 anni. Forse ne ha 70, forse molti di più.
Ricordo suor Valentina e suor Luisella, alla missione di Bobo Dioulasso, in Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del mondo. Suor Valentina ha settant’anni e una flebite che la tormenta giorno e notte, ma non c’è verso di tenerla a letto. C’è sempre qualcosa da fare e lei lo sa. Suor Luisella al mio arrivo chiede “Sei mai stato in Africa?” “... in Tunisia”, rispondo. E lei scuote la testa: “La Tunisia non è Africa”. Quella di Bobo Dioulasso è la più recente delle tre missioni aperte in Africa dalle Smirp, le suore missionarie dell’Immacolata Regina Pacis di Mortara (Pv). La missione si occupa dei malati, dei carcerati e delle loro famiglie e dà lavoro a 65 ragazze burkinabé che ricamano e cuciono tovaglie, tende, centrini. Inoltre gestisce una scuola serale dove si insegna a leggere e scrivere in francese alle donne.
A Ouangolo, nel Nord della Costa d’Avorio, c’è un centro di analisi e ricerca sull’Aids, realizzato sempre dalle Smirp. Qui sono tenuti sotto osservazione 380 malati retrovirali. Uno su cinque è un bambino. Ouangolo era un fiorente centro di 28mila abitanti, prima della guerra civile che ha spaccato in due il Paese. Oggi la situazione è relativamente tranquilla, mi spiega suor Bruna, una delle responsabili del centro. Poi anche lei mi chiede: “Sei mai stato in Africa?”. Ma ormai ho capito. E le rispondo: “No, è la prima volta”.
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Informazioni
- Pubblicato il: 01 febbraio 2010
- Autore: Luca Bonora
- Sezione: Qui Touring Mensile
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