Nova Gorica, Mostar e Mitrovica: divisi dalla storia
Ci sono ponti che non uniscono e muri che non dividono. Servono alla storia per fare i suoi balzi: spezzando famiglie, segnando esistenze, colonizzando ricordi. A un certo punto qualcuno decide di erigerli ed entrano a far parte della vita delle persone. Da quel momento tutto cambia. Quel che era unito dall’abitudine viene diviso dall’autorità e si inizia a riscrivere il passato. Perché è così che funziona: è così che si creano le fratture e gli odi. I regimi modellano i ricordi, chiamando storia quelle che in realtà sono menzogne. Alla fine nessuno sa più quale sia la verità e il gioco è fatto. Negli ultimi cinquant’anni in quella che era la Iugoslavia è andata proprio così. Muri tirati su dal niente, ponti che hanno iniziato a segnare confini dove confini non c’erano. Tanta retorica, molto opportunismo e immensi spargimenti di sangue. A Gorizia/Nova Gorica il muro è caduto con tranquillità. A Mostar il ponte che univa le due anime della città l’hanno tirato giù con le granate: ora l’hanno ricostruito come simbolo di buona volontà. A Kosovska Mitrovica il ponte c’è ancora: divide fisicamente una città divisa mentalmente e guai ad attraversarlo. Tre storie diverse che fanno parte di un’unica grande storia.
Gorizia e Nova Gorica, gemelle siamesi
A Nova Gorica il muro divideva artificialmente quel che diviso non era mai stato. Per secoli quella provincia dell’Impero austroungarico era una terra unica che andava da Caporetto a Postumia. La vecchia città era il baricentro urbano di una vallata contadina, non c’erano divisioni nette. Non c’era un di qua e un di là: c’erano italiani e sloveni, ma vivevano insieme. Questa era une delle tante zone d’Europa a cultura mista. La città era soprattutto un mercato dove si vendevano i prodotti della campagna: c’era un ceto contadino e uno commerciale, questo c’era. Le differenze le hanno costruite la retorica fascista e i vari nazionalismi contrapposti: noi italiani, loro sloveni. Separati da un muro, nemici per geopolitica. Eppure quello di Gorizia più che un muro era un muretto con una recinzione metallica sopra. Cinquanta centimetri di cemento sovrastati da una rete di un metro e mezzo. Ma tanto bastava. Dal 16 settembre 1947 tagliava in due il piazzale della Transalpina. Merito dei cartografi inglesi e iugoslavi che con millimetrica pazienza affettarono tutta la zona. Di qui Italia, di là Iugoslavia. Furono così maniacali nel farlo che a Merna venne tagliato in due anche il cimitero: ingresso iugoslavo, tombe tricolori. Raccontano i vecchi che quella mattina di settembre a tracciare i nuovi confini arrivarono gli scozzesi con tanto di kilt: due segni con il gesso e la vita prende un’altra strada. C’era il muro e c’erano anche i varchi: dal cimitero alla stazione erano sette e mettevano in comunicazione le città gemelle, Gorizia e Nova Gorica.
La città slovena sorse dove c’erano i quartieri periferici della città italiana. Fu costruita per volere di Tito. Duplice lo scopo: ridare un baricentro amministrativo alla provincia che era rimasta orfana e mostrare all’Occidente le glorie (architettoniche) del socialismo. Una delle immagini del passato che più si è fissata nella memoria della gente di qui è quella stella rossa montata sulla stazione con la scritta mi gradimo socializem, che campeggiava sotto. Recitava “noi costruiamo il socialismo”, ed era un manifesto programmatico che faceva il paio con un’altra frase simbolo: il contestato Nas Tito, nostro Tito, che faceva bella mostra di sé sul monte Sabotino. Questa era la propaganda. Poi c’era la realtà. Quella di tanta gente che non ha mai considerato questo confine una barriera reale: tutt’al più un intralcio materiale, una tragedia creata dalla storia e dalla storia rimossa. Una piccola breccia venne aperta nel 1950. Durò poco. Era agosto, il 13, e in mattinata si diffuse la notizia che si sarebbe potuto andare dall’altro lato per vedere i parenti. In centinaia ne approfittarono anche per comprare quello che l’economia pianificata socialista non aveva previsto servisse tra cui, chissà perché, scope di saggina. È passata agli annali come la “domenica delle scope”.
Poi, per anni, il muro tornò a essere un confine che divide. Solo negli anni Novanta divenne permeabile: chi viveva entro dieci chilometri poteva andare e venire con un semplice lasciapassare. Così gli sloveni passavano di qua a fare acquisti e gli italiani andavano di là a fare benzina e una puntata al casinò. Poi la storia ha subito una decisa accelerata e il muro è caduto. Le prove generali sono state fatte con un bus bianco, che per due anni ha unito la piazza della stazione italiana con il centro della città slovena. Accesso solo per i residenti dotati di lasciapassare. Il 1º maggio del 2004 il muro di Gorizia è caduto, la storia ha rimesso le cose a posto. E così oggi a Nova Gorica si va sempre per un’immancabile puntata al casinò, ma anche per vedere quel che è rimasto del muro in piazzale della Transalpina e delle divisioni antiche. Magari salendo fino al monastero francescano della Kostanjevica ad ammirare il panorama di una città divisa formalmente ma che vista da lassù sembra un’unica cosa.
Granate sulla storia
Non è successo lo stesso a Mostar, in Bosnia Erzegovina. Qui una guerra è scoppiata dentro un’altra guerra. Mentre a Sarajevo ancora stavano smaltendo i veleni della guerra con i serbi, nel 1993 in città i croati bosniaci presero le armi contro i musulmani di Bosnia loro alleati fino a qualche settimana prima. Nove mesi di bombardamenti di una parte sull’altra, vicini di casa contro vicini di casa. Tutti a spararsi, divisi da un odio etnico alimentato ad arte. Fu in quei mesi che venne tirato giù lo Stari Most, il ponte vecchio costruito nel 1566, l’anno 944 dell’Egira. Era il 9 novembre del 1993 e granata dopo granata cadde nella Neretva. Tirato giù dai militari croati. Era stato costruito all’epoca del dominio ottomano, quando regnava Solimano il Magnifico. L’architetto Hajruddin aiutato dai maestri di pietra dell’Erzegovina costruì un prodigio di tecnica e bellezza: un ponte di pietra a campata unica. Univa il bazar e il resto della città abitata da cristiani e musulmani. Dopo una decina d’anni l’hanno ricostruito a memento dell’orrore e simbolo di buona volontà. Ma forse non è più lo stesso ponte di prima. Ci sono ancora tre municipi nella parte ovest della città, quella croata. E tre nella parte est, a maggioranza musulmana. Mostar è ancora una città doppia, divisa, non integrata. Troppo vicine le stragi, troppo evidenti le fratture. Si rincorrono nelle teste come sui muri del Bulevar che ancora porta i segni della guerra. I turisti sono tornati nel quartiere di viuzze strette intorno al rinato Stari Most. Molti arrivano dal santuario cristiano di Medugorje e vengono a vedere le moschee e il bazar che si affacciano sulla Neretva, tra bar a terrazze e negozietti di souvenir. Ma le ferite sono aperte. Per vedere qualcosa che unisce davvero tocca andare al cimitero di Liska Ulica. Prima della guerra era un parco, il parco degli innamorati. Poi divenne un cimitero urbano dove morti cattolici venivano sepolti accanto a quelli musulmani, gli uni con la croce sopra, gli altri con una tavoletta di legno colorata di verde. Divisi da un ponte, uniti dal destino.
A un passo dal baratro
Altro ponte, stessa storia. Kosovska Mitrovica è il simbolo conteso del Kosovo, l’ennesima Berlino balcanica. Da una parte i kosovari albanesi, dall’altra quel che resta dei serbi. Il muro qui è un fiumiciattolo dalle acque basse e pericolose, l’Ibar. Ad attraversarlo un ponte ferroviario e uno stradale: tengono lontani due popoli che quando non si odiano hanno deciso di ignorarsi. Come se fosse possibile. Anche qui il gioco delle parti è sostanzialmente lo stesso. Tutti a vantare diritti, tutti con la loro parte di ragione. Perché da queste parti da aggressori ad aggrediti il passo è breve. Il Kosovo sotto Tito era una provincia autonoma della Repubblica serba: maggioranza albanese e riconoscimento delle diversità.
Poi la Iugoslavia implose e iniziarono i problemi: Milosˇevic´ decise di togliere agli albanesi i diritti fondamentali. Così nel 1999, mentre la Nato borbardava Belgrado, era la polizia serba che rastrellava casa per casa gli albanesi. Chi tentava di fuggire veniva ucciso. Anni dopo le parti vennero invertite. Dal 17 marzo del 2004 per tre giorni gli albanesi devastarono la parte avversa. I serbi in minoranza divennero vittime, non più carnefici. In mezzo c’era quel ponte che ora fa da meka granica, frontiera di sicurezza. Divide la parte nord di Kosovska Mitrovica abitata dagli irriducibili serbi dalla parte sud, dove vive la maggioranza albanese: 80mila contro 30mila. Un confine non segnato su nessuna carta ma ben presente nel quotidiano di chi abita qui. Oggi la città è parte del Kosovo indipendente, riconosciuto dall’Italia ma non dalle Nazioni Unite. Ma per chi vive nella parte nord della città la dichiarazione di indipendenza del 17 febbraio 2008 non significa nulla se non altri guai. Loro sono serbi e rimangono fedeli a Belgrado, fin quando Belgrado non li sacrificherà sull’altare di qualche accordo internazionale. Per ora li sostiene e li foraggia. Al bar La Dolce Vita guardie informali sorseggiano caffè e controllano che nessun albanese guadi il ponte. Per anni è stato la prima linea degli scontri, nelle foto sui giornali mostrava le sue mura scheggiate dalle granate con lo stesso orgoglio con cui un soldato mostra le cicatrici. Oggi qui si spara un po’ meno. Ma persa tra le montagne del Kosovo del Nord Mitrovica continua a non essere un buon posto per fare turismo. È uno strano acquario dove la temperatura dell’acqua è ancora controllata dalle Nazioni Unite. Un acquario separato da un ponte.
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Informazioni
- Pubblicato il: 29 gennaio 2010
- Autore: Tino Mantarro
- Sezione: Qui Touring Speciale
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