Strada facendo
Un Paese, una strada; una macchina, una donna. Ecco gli attori di una minuscola avventura fatta di grandi attese e grandi scoperte, di piccole emozioni e piccole storie. Due mondi che si guardano negli occhi in un caleidoscopio di immagini, suoni, sapori, profumi. Un gioco continuo fra il microcosmo automobilistico e il macrocosmo naturale, fra dentro e fuori, qui e là, finito e infinito, vicino e lontano, oggi e domani. Un confronto alla pari anche fra Vecchio e Nuovo continente, fra consuetudini e culture diverse. L’Australia della Great Ocean Road: quasi 300 km di paesaggi sempre diversi, scogliere tormentate e solitarie, pascoli trapunti di mucche, manciate di pecore, foreste pluviali, abeti come soldatini disciplinati, parchi giochi di eucalipti per koala miopi. Una Fiat Cinquecento, piccola, agile e compatta per assecondare il piacere della scoperta, per gettarsi sull’asfalto come bassotti tenaci e festosi, dimentichi dell’arroganza dei macchinoni locali, molossi barricati dietro parabrezza rinforzati e grate anticanguro. Il richiamo della strada, un nastro grigio che si srotola come un’eterna promessa di vita, con l’entusiasmo dell’oltre. Il senso di libertà dato dal poter scegliere. La leggerezza di sentirsi soggetti attivi e non passivi del proprio viaggio. Gestire gli imprevisti in prima persona, assumersi la responsabilità di andare a sinistra o a destra, di proseguire o fermarsi, lottando contro il senso del déja vu, contro la malinconia del consueto, la banalità del conosciuto. Lasciare la sicurezza del noto per andare incontro all’ignoto senza pregiudizi. Mentre la lentezza consente di preparare gli occhi e il cuore a un nuovo paesaggio, a nuovi sorrisi e strette di mano. Mentre si dilata e acquista importanza lo spostamento, quello che nell’eccezione moderna del turismo è solo una fastidiosa parentesi. Una perdita di tempo fra il partire e l’arrivare.
Introduzione al Paese
Il volo per il Paese dei canguri è lungo, molto lungo, e una sosta ad Adelaide, nel South Australia, permette di ricaricare le pile e studiare l’itinerario che, dipanandosi lungo la fascia costiera sudorientale, condurrà a Phillip Island, meta finale del viaggio. Un paio di giorni fra negozi e parchi, spiagge ed edifici coloniali ornati di trine di ferro, cantine di shiraz e ristoranti di pesce, edifici classicheggianti e strutture moderne aliene da eccessi. Città garbata, cordiale e vivace (il sabato sera, causa l’alcool, forse troppo), vero preludio di quello che mi aspetta, Adelaide permette di farsi un’ idea del Paese e dei suoi riti. Il miscuglio indifferente di stili architettonici, colori, materiali, superfici è analogo a quella della moda, parola qui sconosciuta, a tutto vantaggio della praticità. Qui dove la cultura dei tanti musei è un gioco senza soggezione, dove le regole sono semplificate e la gente dice quello che pensa. E poi via, si parte.
La guida è a sinistra come in Inghilterra, la velocità in chilometri come da noi, il prezzo del carburante fortunatamente è australiano. Come la polizia, cortese ma inflessibile, i cui agenti armati di telelaser, alle rimostranze del turista-Schumacher che pensa di godere dell’immunità ricordano che è ospite del Paese. Per il resto il cuore si allarga a mano a mano che si perde se stessi davanti a panorami che lottano contro cieli gonfi di nubi, monoliti di calcare, spiagge solitarie che sembra ti aspettino da sempre, immense, bagnate da onde arroganti, animali di ogni foggia, dimensione e colore. E spazi vuoti, tanti, dove il vuoto non ha il senso della mancanza ma esiste di per sé, ha un suo proprio valore. Non ha il senso della povertà ma quello della ricchezza, come il silenzio, che regna sovrano ma che qui ha tante voci. Voci da ascoltare, spazi da riempire con i propri pensieri e la propria voglia di ricominciare.
Annusando il mare
Colline coperte da una folta pelliccia verde, le lagune di acqua salata rossastra divise dal mare da dune di sabbia del Coorong National Park, il complesso di laghi nel cratere vulcanico di Mount Gambier, bordato di pini. Pascoli immensi e strade diritte che a tratti impazziscono in curve e curvette, segnali di b&b modesti ma curati, paesini solitari come Portland, Port Fairy, Warrnambool, allineati lungo la striscia d’asfalto che li taglia in due, case semplici ma mai trascurate. Montagne di fish and chips avvolte in carta da pacchi e servite su tovaglie di carta, negozietti affollati di canne da pesca ed esche luccicanti come gioielli, cerate, stivali, felpe e vestiti dalle fantasie improbabili, empori che dispensano indifferentemente pancetta, detersivi, calze e creme per il viso. Mucche e pecore, pecore e mucche. Un po’ Irlanda, un po’ Svizzera, questo primo tratto di strada che introduce la Great Ocean Road rivela l’animo bucolico e agreste del Paese. Un cartello giallo, dove alla familiare sagoma della mucca si affianca quella di un koala oppure un movimento saltellante che ogni tanto percepirete con la coda dell’occhio mentre guidate (e pregate di trovarvelo di fianco e non di fronte!), vi ricorderanno però che questa è Australia.
Il mare lo senti, lo annusi, lo percepisci, lo vedi a tratti ma lo vivi veramente solo quando a Warrnambool imbocchi la Great Ocean Road, la B100 scavata a mano da 3mila soldati della prima guerra mondiale nel 1919-1932. Un modo per dare lavoro ai reduci, un omaggio ai caduti, un collegamento costiero fra Melbourne e Adelaide che rese accessibile un territorio precedentemente raggiungibile solo via mare. La strada corre fra l’oceano Indiano e le colline verdi dell’entroterra, toccando piccoli abitati come Port Campbell, Lorne, Anglesea, con il suo campo da golf a 18 buche frequentato da famiglie di canguri. Da un lato foreste e cascate, felci ed eucalipti, dall’altro arbusti bassi accartocciati dal fiato del mare, rocce rossastre, alte scogliere, sabbia e acque tormentate.
Un navigatore satellitare aiuta, ma tutte le cose importanti sono accuratamente segnalate. La strada asseconda docilmente i capricci della costa che si attorciglia, si slancia, si placa in baie larghe e rassicuranti. Ogni tanto la presenza amica di un faro snervato dal vento, una casetta di legno solitaria con una grande vetrata sul mare. E il richiamo tentatore di un viottolo che si apre improvvisamente sulla destra e ti lascia a tu per tu con la tua curiosità e il tuo spirito di avventura. Tanto alla fine sai che troverai una spiaggia, un pugno di surfisti pazzi e scavezzacollo, un piccolo bar, caffè caldo e barattoli di vetro pieni di biscotti.
Avvistamento koala
I 12 Apostoli, Apollo Bay, London Arch, i nomi biblici o mitologici delle baie e dei fragili giganti di calcare che svettano sopra le onde impazzite dell’oceano, monoliti indifferenti alla lotta delle forze naturali scatenate intorno a loro, si alternano a quelli delle tanti navi, oltre 700, qui affondate nel corso dei tempi, come a Loch and George. A Marengo la strada si impenna, si arriccia, allontanandosi dalla costa verso l’Otway National Park. Una rigogliosa foresta pluviale, eucalipti giganteschi, gruppi di macchine mollate sul ciglio della strada con il motore acceso e capannelli di persone con un sorriso vagamente idiota sul volto rivolto in su saranno il segnale: koala! Inizia la caccia fotografica, a cavalcioni o avviluppati ai rami, mentre questi peluche che sono un vero e proprio logo del made in Australia guardano quella cagnara con aria indifferente e sorniona, continuando pacificamente a ruminare.
Altri marchi rigorosamente made in Australia portano invece i nomi di Rip Curl e Billabong. Nomi noti agli amanti dell’abbigliamento sportivo ma soprattutto agli appassionati di surf. A Torquay o Bells Beach, le capitali di questo sport, i locali si riempiono di ragazzotti con visi cotti dal sole, capelli rasta o cortissimi, barbe incolte, piedi nudi o stivali di pelle da cui fuoriescono ciuffi di pelo. E se in Italia davanti alle case si può trovare una grotta di Lourdes in miniatura, qui campeggia un tunnel di onde in cemento, sicuro indizio di un surf shop ricolmo di tavole, mute, tabelle delle maree e dei venti, oltre a una serie di oggetti incomprensibili ai non adepti. Questo Paese sportivo, di uomini e donne sportivi, oltre che ammirato deve essere vissuto. Per capirlo veramente bisogna sentirlo sotto i piedi e nelle mani: surfare, camminare, pescare, arrampicare, nuotare. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, quasi tutti i negozi sportivi affittano l’equipaggiamento e mettono a disposizioni istruttori professionisti per lezioni di surf, kayak, snorkeling, mountain bike.
Motociclisti e pinguini
Torquay e Geelong, a un’ora di strada da Melbourne, segnano la fine della Great Ocean Road, ma non delle spiagge per surfisti, che si ritrovano anche a Phillips Island, come quella di Cape Woolamai. L’isola, lunga 26 chilometri e larga nove, è nota per la ricca fauna: foche e uccelli di ogni tipo, oltre che per Churchill Island e per il Koala Conservation Centre. Ma a Phillip Island non si cavalcano solo le onde. Qui si trova infatti il circuito del MotoGp, fra i più veloci del calendario. Dal 1989 un appuntamento irrinunciabile per gli appassionati delle due ruote, che vi si ritrovano in ottobre in occasione dell’omonimo gran premio. Un esercito variopinto, allegro, rumoroso ma innocuo, costituito da persone di ogni età. Uno sfoggio di moto di tutte le marche e le cilindrate che attraversano in parata il ponte di San Remo, la cittadina di pescatori che introduce all’isola, e la sera si ritrovano per le vie di Cowes, il suo centro principale. L’ossessione di Phillip Island però non è solo la Yamaha di Rossi, bensì i pinguini. Una schiera di barilotti alti 33 cm, del peso di circa un chilo, che tutte le sere, tornando a Summerland Beach, danno vita alla Penguin Parade. E i piccoli pinguini, ingessati nelle lucide pellicce scure, rigidi e caracollanti nei passi, non sembrano in fondo così diversi dagli spettatori-motociclisti, fieramente prigionieri delle loro coriacee tute in pelle nera.
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Informazioni
- Pubblicato il: 01 gennaio 2010
- Autore: Isabella Brega
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