Editoriale/Costruire case sicure, tutelando il paesaggio
L'autrice, Carla di Francesco, cxonsigliere Tci, è direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici dell’Emilia-Romagna del ministero per i Beni e le Attività culturali.
Il paesaggio italiano, fatto di coste e montagne, colline e pianure punteggiate fittamente di città e borghi storici, nel quale si intrecciano arte e natura, tradizione e cultura, è un prezioso bene che la storia ci ha consegnato, tanto importante per l’identità della nostra terra da essere tutelato dalla Costituzione e protetto da una particolare legislazione che è modello per tutto il mondo. Certo, siamo consapevoli che, nonostante tutto, dagli anni Cinquanta a oggi il territorio è stato sottoposto a forti trasformazioni e che, quindi, non possiamo dire di averlo trattato al meglio, soprattutto negli ultimi decenni; ma forse è proprio per questo che, riconoscendo ai beni culturali e paesaggistici ereditati dalla storia un primario valore di identità collettiva, siamo come italiani particolarmente attenti a quanto accade intorno a essi, a quanto su di essi può provocare effetti, positivi o negativi, e ai possibili pericoli ai quali possono essere esposti.
Ed è per questa nostra sensibilità che all’inizio di quest’anno ci siamo allarmati non poco all’annuncio del governo che il rilancio dell’economia italiana sarebbe passato anche attraverso provvedimenti di legge volti alla facilitazione, o addirittura alla liberalizzazione, dell’edilizia abitativa, da realizzarsi mediante ampliamenti degli edifici esistenti o demolizioni e ricostruzioni con aumento di volumetrie, anche in deroga agli strumenti urbanistici.
Un Piano casa forse utile a dare respiro al settore produttivo delle costruzioni, ci siamo detti, però davvero molto pericoloso per il territorio italiano, che, tra l’altro, proprio per essere così come è mette in moto milioni di turisti che vengono a visitare paesaggi e centri storici, contribuendo positivamente alla nostra economia, ma che rimarranno a casa quando essi siano stati sfigurati. L’opinione pubblica si è interrogata e si è sviluppato un acceso dibattito; nonostante questo, nel mese di aprile è stata firmata l’intesa tra Stato, Regioni ed Enti locali per il rilancio dell’economia attraverso l’attività edilizia, in base alla quale le Regioni, competenti sulla materia urbanistica, possono emanare i provvedimenti di legge conseguenti.
A oggi la massima parte delle Regioni ha legiferato; alcune hanno dato una interpretazione ampia e permissiva, altre, come l’Emilia-Romagna, preferiscono una visione cauta nelle quantità, e attenta alla qualità della costruzione, enunciata già nel titolo “norme per la qualificazione del patrimonio edilizio abitativo”, che costituisce la parte terza della legge regionale n. 6 del 2009 “Governo e riqualificazione solidale del territorio”.
Diciamo subito che gli scenari apocalittici che immaginavamo spariscono: niente bubboni sui palazzi, niente sopralzi su edifici storici, niente lottizzazioni in aree protette, e neppure in quelle non tutelate: qui non sono ammissibili; potranno infatti usufruire della possibilità di ampliamento solo edifici abitativi monofamiliari o bifamiliari la cui superficie non superi i 350 metri quadrati lordi complessivi e purché siano ubicati fuori dal perimetro del centro storico, fuori dalle aree individuate come significative sotto il profilo paesaggistico, fuori da aree a rischio idrogeologico eccetera. L’ampliamento, variabile tra il 20% e il 35% nella scala, di una casistica delineata con chiarezza, è subordinato all’applicazione, per l’intero edificio, sia che sia ampliato o demolito e ricostruito, di criteri di miglioramento energetico e di adeguamento sismico. Una filosofia condivisibile, quella che coniuga le parole chiave qualità architettonica, sicurezza, efficienza energetica, per il miglioramento del benessere abitativo.
Anche se ci domandiamo perché, dopo il disastro dell’Abruzzo, che ci ha mostrato tutta la fragilità del costruito storico e recente, non si sia pensato piuttosto a sottoscrivere una intesa che prevedesse, per tutto il territorio nazionale, l’obbligo di adeguamento o miglioramento sismico per tutti gli edifici, compresi quelli di civile abitazione. Per le condizioni in cui siamo, il settore edilizio ne avrebbe avuto certo un rilancio, e la comunità sicurezza.
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- Pubblicato il: 01 dicembre 2009
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