Sapor di melodramma
Altro che cigno! Fra tutti i rappresentanti del regno animale, quello che meglio si addice a Giuseppe Verdi è piuttosto l’orso. Se infatti il soprannome, che egli condivide con lo struggente catanese Vincenzo Bellini, è legato alle straordinarie capacità musicali, il temperamento volitivo, schietto, ombroso, introverso e alieno dai compromessi è sicuramente più affine a quello di un plantigrade. Verdi, l’eterno grande vecchio della musica italiana, così come appare nel più famoso ritratto di Boldini, lo sguardo limpido, il cilindro, la barba e la sciarpa bianche. Verdi, il contadino che non conosce l’ambiguità e la sregolatezza del genio, che non brucia la propria esistenza nel furore e negli eccessi. Una vita intessuta non d’oro ma di canapa, un droghiere come mecenate, un impero agricolo su cui regnare. Un uomo solido, parco, ruvido, maniaco dell’ora al punto da controllare continuamente i più orologi (almeno tre) che gli piace avere con sé. Così diverso dal musicista che condivide con lui l’onore di essere il più rappresentato al mondo. Quel Puccini, cacciatore e gaudente, amante delle donne, delle ore piccole e della bella vita. Giuseppe in calesse nei suoi poderi della Bassa Parmense. Giacomo a sfrecciare con le sue auto per le strade della Versilia.
La Bassa, così ben descritta nelle pagine di Giovannino Guareschi. Filari spessi di pioppi, platani e faggi, terra grassa e sfrontata, grandi zolle a pancia all’aria impastate di sudore e di speranze, di umori e di sangue di maiale, di fumo di camini e di musica, di lambrusco e di zanzare, di anarchia e di ribellione, di processioni e di bestemmie, di angeli rubizzi e satolli e sante dalle guance rosate. Acqua pesante e inquieta del Grande Fiume, nebbia inchiodata ai rami di alberi indifferenti, grappoli di cascine schiacciate dalla fatica e da un orizzonte piatto, opaco e monotono che ignora nonostante tutto il richiamo dello spazio. Casolari dalle ampie aie dove corre una vita sempre diversa, eternamente uguale: la festa del grano, nozze, battesimi, funerali. Torri colombare che spettegolano con i piccioni, grandi tavolate, porte celate da tende a righe ma sempre aperte, a condividere gioie e dolori, odio e amore. Mattoni fiaccati dal caldo e dal freddo, sbocconcellati dal tempo, illividiti dalle nebbie, campanili che rincorrono il cielo, cappelle di madonnine solitarie corteggiate da fiori ingialliti e polverosi, stradine che disegnano fra i campi pettinati curve inutili e capricciose.
Profumo di terra e di umido, di foglie intrise di brume o accartocciate dal respiro dell’estate. Profumo dolce e intenso di salumi che hanno nomi antichi e sapidi, culatello di Zibello, spalla di San Secondo, strolghino, culaccia, fiocco, cappello del prete. Cantine odorose e gelosamente serrate, forme morbide e generose, il panciuto parmigiano reggiano, le rigonfie delizie della torta fritta e la rustica spongata: saperi antichi delle antiche rezdore.
In giro per Busseto
Qui, a una quarantina di chilometri da Parma, i luoghi dell’agiografia verdiana portano i nomi delle Roncole, dove Giuseppe nacque da un’umile famiglia di origine piacentina, e Busseto. Le tappe del pellegrinaggio, la spoglia casetta natia, fronteggiata dal capoccione in bronzo del musicista, la chiesa di S. Michele, dove venne battezzato e dove le dita del piccolo Giuseppe cominciarono a esercitarsi sul vecchio organo. E poi il salto, “la città”, Busseto, con i porticati di via Roma per ripararsi dalla vita e dalla malinconia, densi di ombre e vibranti di luce.
Le strade impregnate della parlata larga, i capannelli maschili, la solitudine pacata del mattino, le biciclette affannate, l’aroma del caffè ad accompagnare interminabili partite di carte, i palazzotti pretenziosi. Villa Pallavicino, attribuita al Vignola, dove il 10 ottobre dovrebbe essere inaugurato un museo nazionale dedicato al compositore, il severo palazzo Orlandi, residenza bussetana del musicista, comprato con i soldi del Nabucco e dove compose Rigoletto, Trovatore, Luisa Miller e Traviata. La piazza con la statua del compositore, alle cui spalle si erge la piccola rocca che ospita sia il municipio sia il teatro, del 1868, che sostituisce quello nel quale Verdi si esibì in gioventù. E ancora la collegiata di S. Bartolomeo, ricolma di stucchi rococò, il Monte di Pietà, del 1680, S. Maria degli Angeli, gotica, con la terracotta policroma del Compianto sul Cristo morto del 1476, opera di Guido Mazzoni.
Da non perdere palazzo Barezzi, già sede della filarmonica fondata da Barezzi stesso e ora dell’associazione Amici di Verdi, che con tanta passione e abnegazione custodiscono un prezioso museo di cimeli verdiani provenienti dalla collezione G. Stefanini e organizzano concerti e conferenze nel salone ottocentesco. Salone dominato dagli occhi buoni del padrone di casa, ritratto con il panciotto e la catena d’oro, e dal fortepiano viennese su cui il giovane maestro compose I due Foscari e suonò il Và pensiero per alleviare l’agonia del suocero morente, mentre il vecchio sussurrava “’l me Verdi”. Ma il tempio verdiano per eccellenza è la villa di Sant’Agata, la pace laboriosa di una vita giunta alla consapevolezza di sé. Tornato a Busseto, irritato per i pettegolezzi legati all’allora scandaloso legame con la cantante Giuseppina Strepponi, sua moglie solo nel 1859, Verdi decise di allontanarsi dal paese (come scrisse in una lettera a Barezzi “... ella vive in un paese che ha il malvezzo di intricarsi spesso degli affari altrui, e disapprovare tutto quello che non è conforme alle sue idee; io ho per abitudine di non immischiarmi, se non chiesto, negli affari degli altri, perché appunto esigo nissuno s’intrighi de’ miei. Da ciò provengono i pettegolezzi, le mormorazioni, le disapprovazioni...”).
(foto di palazzo Barezzi dal sito Giuseppe Verdi)
Nel 1848 aveva acquistato dalla famiglia Merli una tenuta con alcuni fabbricati rurali, a una manciata di chilometri da Busseto. Qui fece erigere su proprio disegno una villa, circondata da un parco di sei ettari, in cui si trasferì stabilmente solo tre anni dopo, installandosi curiosamente al pianterreno e destinando il primo piano agli ospiti e alla servitù.
Fu l’inizio di un piccolo impero rurale tra le province di Piacenza, Parma e Cremona. Nel corso degli anni Verdi comprò terreni e poderi per un totale di quasi 1.100 ettari, che amministrava personalmente, dando così lavoro a centinaia di contadini (“Dirigere i contadini. È questo il debole del signor Maestro” – lasciò scritto –, “se tu gli dici che il Don Carlos non val niente non gliene importa un fico, ma se gli contrasti la sua abilità a fare il magutt, egli se n’ha a male!”). Gli unici acquisti non legati a possedimenti agricoli furono quelli per la costruzione dell’ospedale di Villanova e per la Casa di riposo per musicisti di Milano, dove riposa insieme alla moglie Giuseppina Strepponi.
Del complesso di Sant’Agata, a Villanova sull’Arda, che appartiene alla terza generazione della famiglia Carrara-Verdi, discendenti di Filomena, nipote del compositore e da lui adottata, è visitabile l’ala sud. La camera da letto della “Peppina”, quella di Giuseppe, lo studiolo e la stanza dove è stata riallestita con i mobili originali la camera del Grand Hotel et de Milan dove Verdi morì nel 1901. Oltre al parco, piantumato con specie rare e con il cippo dedicato all’amato maltese Lulù, al laghetto artificiale, alla ghiacciaia e alle scuderie con le cinque carrozze del maestro.
Qui Verdi conduceva una vita semplice e frugale, cenava alle cinque, andava a letto presto, la notte talvolta componeva. Si alzava alle quattro del mattino, scriveva lettere per ore. Ed era felice: “È impossibile trovare località più brutta di questa, ma, d’altra parte, è impossibile ch’io trovi per me ove vivere con maggior libertà”. Qui giocava a biliardo con Muzio, Boito e i Ricordi, e dalla cucina, che il commediografo Giuseppe Giacosa definiva “officina d’alta alchimia pantagruelica” transitavano i culatelli destinati alla tavola, propria e degli amici sparsi per il mondo. I panettoni della pasticceria milanese Cova a Natale, i semifreddi a base di burro, amaretti e savoiardi, riposti per alcune ore nella ghiacciaia della villa d’estate. I cachi, che gli erano stati omaggiati nel 1888 dai fratelli Ingegnoli che ne avevano appena iniziato in Italia la coltivazione, da cospargere di zucchero e irrorare di champagne, di cui era ghiotto. Le ricette personalizzate “alla Verdi”: il risotto alla milanese, gli anolini, la spalla cotta di San Secondo (che compare in una lettera inviata all’amico Arrivabene). E i vini. Bordeaux nei cristalli molati, lambrusco leggero e frizzante nelle scodelle. Nocino denso e profumato, ratafià canterino in tutto il suo splendore rosato, il liquore di Maria Luigia (a base di erba cedrina) nei minuscoli bicchierini colorati. E nello studiolo il blocchetto di biglietti ferroviari gratuiti cui Verdi, il sostenitore dei moti risorgimentali, senatore del Regno dal 1874, aveva diritto. Intatto.
(foto di villa Sant'Agata dal sito Giuseppe Verdi)
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Informazioni
- Pubblicato il: 01 ottobre 2009
- Autore: Isabella Brega
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