Storie del sottosuolo
La polvere è sempre andata d’accordo con la letteratura. E anche con le belle storie. Nel sottosuolo dell’Umbria la polvere non manca. Le belle storie neanche. Prendete Narni. È una cittadina abbastanza periferica rispetto ai circuiti turistici tradizionali, però vista da sotto, che domina con la sua scura foggia medievale l’ampia vallata di Terni, è davvero un bel vedere. Raccontano i locali che abbia qualche aggancio con Le Cronache di Narnia, il libro scritto da C. S. Lewis e poi diventato un film da cassetta. Si dice che Lewis abbia preso spunto da un sopralluogo tra il castello e il ponte di pietra d’epoca romana, non per nulla il nome antico della città è Narnia. Ma questo conta poco. Quel che conta è che sotto Narni si trova un tesoro scoperto per caso venti anni fa da sei ragazzotti e da un signore che annaffiava l’orto.
Cronaca di Narni
L’uomo intento a coltivare zucchine si chiamava Ernani e il suo orto era a due passi, due di numero, dall’antica chiesa di S. Maria Maggiore, oggi S. Domenico. Occupava un terreno su cui un tempo sorgeva un’ala del convento dei domenicani, poi crollata. Il signor Ernani dunque aveva quest’orto, un orto che annaffiava con costanza, ma con raccolti così e così. Aveva notato infatti che l’acqua tendeva a scomparire in una cavità all’angolo del suo podere. Così, era il 1979, decise di chiedere a sei ragazzotti del paese che si dilettavano di speleologia di provare a vedere cosa ci fosse dentro quel buco che si intravedeva appena. Dentro c’era la sorpresa: le rovine di una cappella medievale affrescata con angeli e immagini di San Michele Arcangelo. All’epoca i sei scopritori avevano tra i 14 e i 18 anni, tra loro anche Roberto Nini, che da allora anima Narni sotterranea. Inizialmente dedicarono la chiesa a Santa Maria della Rupe, ma bastò un giro negli archivi comunali per scoprire che quella che avevano riportato alla luce altro non era che la chiesa di S. Michele Arcangelo. Una chiesa sconsacrata nel 1809 dai soldati di Napoleone, che l’adoperarono come cantina per i vini. Goccia dopo goccia per decenni il calcare delle infiltrazioni aveva ricoperto gli affreschi, ma negli ultimi anni sono stati compiuti restauri e anche il soffitto affrescato con stelle a otto punte e una rappresentazione dell’Agnus Dei è nuovamente visibile. Ma le scoperte sotto S. Maria Maggiore non erano finite. Accanto alla chiesa infatti venne presto rinvenuta una cisterna di epoca romana, era celata da un muro. Con un sistema semplice quanto efficace – battere sulle pareti con le nocche per capire se oltre c’è il vuoto – i giovani speleologi di Narni intuirono che oltre la cisterna c’era qualcosa: la cantina della signora Rosita. Ma non solo. Oltre la cantina c’era dell’altro: la parte più sinistra della Narni sotterranea.
La stanza dell'Inquisizione
I ragazzi dovettero aspettare un giorno di festa, quando fuori c’era rumore e la signora Rosita non poteva sentire, per entrare in un’ennesima stanza, la sala dell’Inquisizione. Nel 1868 infatti i domenicani abbandonarono il convento e murarono parte dei sotterranei per nascondere quello che all’epoca tutti sapevano. Lì venivano celebrati i processi contro chi era accusato di blasfemia, adulterio, poligamia, eresia e altri peccati capitali. Stanze segrete, dove si praticavano le torture per estorcere la piena confessione e si rinchiudevano per brevi periodi gli accusati. Accanto alla sala dei processi infatti erano state ricavate tre cellette. Una, poco più alta rispetto al livello dell’aula giudiziaria, è ancora la stanza da letto della signora Rosita. Un’altra invece è piena di graffiti lasciati da uno degli “ospiti” delle galere domenicane. Si tratta di Giuseppe Andrea Lombardini, caporale di stanza a Spoleto, incarcerato – ingiustamente scrive lui sul muro della celletta – il 4 dicembre 1759, per aver aiutato un collega a evadere. Questo è quello che è stato trovato fino a oggi, ma, sotto sotto, l’antica Narnia nasconde ancora molte sorprese.
Il segreto di Orvieto
Come tante sono le sorprese che nasconde un’altra cittadina umbra tanto ricca in superficie quanto sotto: Orvieto. Qui i visitatori possono esplorare tre grotte e un pozzo: quello di S. Patrizio. Rappresentano solo una millesima parte dei tesori nascosti nel sottosuolo del paese. “Sono state mappate circa milleduecento cavità sotto il centro storico”, racconta Tonino Equitani, tra i membri del gruppo che gestisce Orvieto Underground. Lo studio delle cavità ha avuto un duplice scopo: riscoprire la storia e studiare i movimenti della massa rocciosa su cui sorge la città, che con gli anni si stava erodendo. Per questo a partire dagli anni Ottanta è stata sottoposta a un intenso lavoro di messa in sicurezza. “Tutta la rupe è stata riempita di fondamenta e inchiodata, per farlo si è scesi nelle viscere della città”. E le sorprese non sono mancate. Sulla mappa appesa nell’ufficio di Orvieto Underground si vedono tratteggiate di rosso le cavità esplorate. “La gente qua ha sempre detto di avere una cantinella sotto casa e la usava per metterci il vino, mentre altri le hanno addirittura chiuse con il cemento”, prosegue Tonino. Eppure spesso si tratta di grotte ipogee di epoca etrusca, o di cisterne, cunicoli e pozzi romani: una città parallela, scavata nei secoli dentro la tenera pozzolana di cui è composta la rupe. Il gruppo ha reso agibili e visitabili due grotte, scavate sotto quello che un tempo era l’ospedale cittadino. “Per decenni sono state usate come discarica, con tutto il materiale di scarto che veniva buttato qua sotto”. Ora sono un’attrazione da 35mila visitatori l’anno. Si tratta di due ambienti che avevano destinazioni d’uso diverse. Una, la più esterna, era una colombaia: vi allevavano i piccioni. A guardarla oggi si presenta come la parete di una nave piena di piccoli oblò. Nell’altra – in parte utilizzata come cava di pozzolana – era in funzione addirittura un frantoio, con tanto di macine a trazione animale e di canali per far arrivare l’acqua da scaldare per la spremitura. Oggi, oltre ai turisti, la frequentano i novelli sposi: vi si celebrano i matrimoni civili.
Pozzi di storia
Diversa la storia del pozzo di S. Patrizio, fatto costruire da Papa Clemente VII al tempo del sacco di Roma, quando il Pontefice si rifugiò a Orvieto. Il pozzo fu scavato per assicurare il rifornimento di acqua alla rocca in caso di assedio. L’opera fu affidata all’architetto Antonio da Sangallo il Giovane, che elaborò una struttura a doppia elica con due percorsi a scale non comunicanti che permettevano agli animali da soma di scendere fino ai 62 metri di profondità, dove si trova l’acqua. C’è anche un altro pozzo, fatto scavare da Clemente VII, il pozzo della Cava, nel centro del paese. La storia del ritrovamento di questo pozzo è quantomeno inusuale. Era il dicembre del 1984 e il signor Tersilio Sciarra stava ristrutturando la sua trattoria, quando nei sotterranei trovò questa cavità che si estendeva per 25 metri nelle profondità della rocca. Da allora iniziò a scavare a sue spese e ne venne fuori un tesoro che si è andato espandendo negli anni: prima il pozzo scavato per 36 metri nel tufo, poi una fornace medievale, una tomba etrusca del periodo arcaico, sepolture del periodo rupestre, due butti – piccoli pozzi risalenti al medioevo – e il pilastro di una torre, anch’essa di epoca medievale.
Il lascito dei Romani
Un altro esempio viene da Amelia, un piacevole borgo murato che sorge sulla cima di un poggio calcareo tra le valli del Nera e del Tevere. Qui, sotto la centrale piazza Matteotti sede dell’antico Foro romano, si trova la gigantesca cisterna. Dieci umidi ambienti, la cui datazione viene fatta oscillare tra il 50 a.C. e il 50 d.C., costituiscono un sistema complesso per l’approvvigionamento idrico della città. Il rifornimento avveniva tramite pozzetti in cui veniva convogliata l’acqua piovana raccolta nella piazza sovrastante. Sotto, il tutto era organizzato con stanze impermeabili che misurano in media 5 metri d’altezza e fino a 19 di lunghezza, collegate tra loro attraverso aperture che servivano per far defluire l’acqua da un ambiente all’altro in modo da garantire la pulizia e la manutenzione, anche grazie al leggero dislivello che era stato ricavato tra la prima e l’ultima sala. Di epoca romana è anche un altro tesoro dell’Umbria sotterranea: il Foro romano di Assisi. Un’area monumentale che sorge in corrispondenza del tempio di Minerva, una struttura del primo secolo a.C. riadattata più volte fino a diventare, nel 1634, una chiesa di forme barocche dedicata a San Filippo Neri. All’interno di una cripta dell’XI secolo, che faceva parte della chiesa di S. Nicolò (demolita nel 1926 per permettere la costruzione dell’edificio delle Poste!), si trova materiale archeologico di epoca etrusca e romana proveniente dalla città e dal territorio vicino. Il percorso si snoda sotto la pavimentazione di piazza del Comune e culmina nell’imponente sala delle Volte, dove sono conservate alcune statue che risalgono al I secolo a.C. Ma chissà quante altre sorprese sono nascoste sotto la polvere, in attesa di qualcuno che si prenda la briga di raccontare la loro storia.
Lascia un tuo contributo a questo articolo. In questa sezione i commenti saranno moderati prima della pubblicazione. Grazie.
Informazioni
- Pubblicato il: 23 settembre 2009
- Autore: Tino Mantarro
- Sezione: Qui Touring Speciale
Commenti
che zone belle! ci sono stata anni fa e me ne sono innamorata!
08/10/2009 17:16Stashriders