I magnifici nove
CITTA' DELLA PIEVE: a casa di Pietro Vannucci.
“Perugino era un termine dispregiativo, come terrone. Era il modo che i fiorentini usavano per indicare quel pittore che veniva da fuori, dall’Umbria”. Non fosse per Valerio Bittarello, storico dell’arte che mi accompagna in giro per Città della Pieve, questa non l’avrei mai saputa. Questa, e molte altre curiosità su Pietro di Cristoforo Vannucci, il divin pittore del primo rinascimento che qui nacque intorno al 1450. “Lui si firmava Pietro Vannucci da Castel della Pieve, il nome del borgo all’epoca”, spiega Bittarello con uno spiccato accento toscano che tradisce non solo i suoi studi a Firenze, ma anche il fatto che qui siamo ancora, come ai tempi delle Signorie e dello Stato pontificio, terra di confine: Città della Pieve è più Toscana che Umbria. Lo è nell’impianto architettonico, con un uso costante dei mattoni in terra rossa, lo è nella gastronomia – panzanella e chianina imperano – e nella lingua.
Città della Pieve: a casa di Pietro Vannucci
Tra i massimi artisti del rinascimento, il Perugino impara il mestiere nella bottega di Piero della Francesca e poi in quella del Verrocchio. Sfortuna volle che mentre era all’apice della fama due geni come Michelangelo e Leonardo rivoluzionassero i canoni filosofici, prima ancora che artistici, del rinascimento: la lezione classica del Perugino apparve superata e iniziò il declino. Fortunatamente aveva già realizzato diversi capolavori anche nella sua città natale. Come l’Adorazione dei Magi, del 1504, nell’oratorio di S. Maria dei Bianchi: a Bittarello brillano gli occhi nel raccontarne gli studi prospettici, la perfezione stilistica, l’uso del colore. L’Adorazione dei Magi fa parte di uno dei percorsi di visita, quello dell’arte, che l’ufficio di accoglienza turistica propone ai turisti. Comprende anche la Rocca, l’oratorio di S. Bartolomeo, con un grande affresco di scuola senese, la Cattedrale e la chiesa di S. Maria dei Servi, riaperta dopo un lungo restauro che ne ha valorizzato l’interno barocco. Qui si può ammirare un’altra opera del Perugino, la Deposizione dalla Croce, del 1517.
Gli altri percorsi sono quello dei vicoli, un modo particolarissimo di scoprire il centro storico (“vicolo Baciadonne deve il nome al fatto che quando incrociavi una fanciulla, per poter passare un punto di contatto bisognava per forza averlo” ride Valerio) e quello del paesaggio, giacché Città della Pieve sorge su un’altura e domina la Valdichiana. Ma sono numerosi i punti panoramici dai quali lo sguardo spazia verso Montepulciano, Chianciano Terme, il monte Cetona e i monti Volsini. Un panorama molto toscano, a tratti laziale, poco umbro. Del resto questa è terra di confine, lo abbiamo detto. E dove un tempo si alternavano i vessilli della guelfa Perugia e della ghibellina Siena, oggi sventola la Bandiera arancione.
Bevagna: artigiani... si ritorna
“Davvero non conosce le gaite?” mi chiede stupito Folco Barattini, presidente dell’associazione Mercato delle gaite di Bevagna. Abbasso gli occhi imbarazzato: essere inviati Tci a volte è impegnativo, ci si aspetta da noi un’onniscienza geografico turistica. E spiega: “Il vocabolo gaita viene dal longobardo vaita, che significava guardia, nel senso di posto di guardia, vedetta. Poi il termine si è evoluto andando a indicare i quattro rioni in cui è divisa Bevagna: San Giovanni, San Giorgio, San Pietro e Santa Maria”. Dal 1983, ogni anno a fine giugno le gaite gareggiano tra loro: ciascun rione allestisce botteghe storiche il più possibile fedeli a quelle medievali, e le botteghe giudicate migliori da un’apposita giuria fanno vincere la rispettiva gaita. Alcune di queste botteghe restano poi aperte tutto l’anno: salomonicamente sono una per gaita. C’è il Dipintore, dove Alessia, studentessa all’accademia di Belle arti, spiega ai visitatori di ogni età come si realizzava un dipinto su tela o legno in epoca medievale. È grazie a lei che scopro l’esistenza della colla di coniglio, e che il blu era uno dei colori più cari perché ricavato da una pietra preziosa, il lapislazzulo. C’è la Cereria, dove Giuseppe, vent’anni ma già da tre a girare per botteghe storiche, racconta le fasi della lavorazione delle candele in cera d’api, realizzate colando la cera fusa sugli stoppini e poi intrecciandoli a due a due per realizzare il caratteristico duplero. C’è il Setificio, dove il macchinario principale è un gioiello di ingegneria realizzato tutto in legno e a incastro, che fila decine e decine di fusi. E c’è la Cartiera dove lavora mastro Cecco, al secolo Francesco Proietti. Qui si fa la carta dagli stracci, secondo il procedimento dei maestri fabrianesi. Quindici anni fa Proietti se ne appassionò al punto di farne il proprio mestiere. Lasciò il suo lavoro da impiegato per fare la carta filigranata o, come appunto recita il suo biglietto, il Mastro cartaro.
Bevagna: artigiani... si ritorna
Il circuito di visita dei mestieri medievali è il fiore all’occhiello di Bevagna, centro antichissimo – è di fondazione romana – lambito dal fiume Clitunno, lo stesso della celebre fonte che si trova, sempre in Umbria, una trentina di chilometri più a sud. Di epoca romana è il grande mosaico di soggetto marino che si trova in gaita San Giovanni, a due passi dalla chiesa e dal convento di S. Francesco. Una cinta muraria di epoca medievale cinge il centro storico, molto ben conservato (alcune gru svettanti verso il cielo rivelano lavori di restauro tuttora in corso), il cui cuore è piazza Silvestri, con una bella fontana in pietra al centro di un impianto architettonico risalente al XII e XIII secolo che comprende le chiese di S. Michele Arcangelo e dei Ss. Domenico e Giacomo, e il palazzo dei Consoli, sede del teatro Torti.
Montefalco: sulla strada del sagrantino
Torno a Montefalco, la capitale del sagrantino, tre anni dopo averne parlato sul primo Speciale Qui Touring Umbria. Qualcosa è sicuramente cambiato: anzitutto, sul palazzo del Comune sventola la Bandiera arancione. Il sindaco di allora, Valentino Valentini, oggi è presidente dell’associazione nazionale Città del Vino, viticoltore con l’azienda Bocale e papà da pochi mesi. “Non vi bastano come novità?” chiede sorridendo. Temo di no. “Allora dovresti raccontare quello che non hai raccontato la volta scorsa, per esempio dei nostri bellissimi chiostri, come quelli di S. Agostino e di S. Chiara, o degli spazi espositivi annessi al museo di S. Francesco, quello dell’ex chiesa affrescata da Benozzo Gozzoli. Nella cripta sono conservati numerosi reperti archeologici e i resti delle antiche cantine dei frati, venuti alla luce proprio tre anni fa. E poi, nello stesso complesso trova spazio una pregevole raccolta di opere d’arte sacra umbra”. La fama del paese resta però legata principalmente al sagrantino, vitigno locale con il quale si produce l’omonima docg, in versione secco e passito, e il Montefalco rosso doc, con uve di sangiovese (massimo 60 per cento) e sagrantino (minimo 10 per cento).
Montefalco: sulla strada del sagrantino
Montefalco è chiamata la ringhiera dell’Umbria perché dal colle su cui sorge la vista spazia verso Assisi, Foligno, Trevi e Spoleto, e anche nelle giornate più calde la brezza rinfresca montefalchesi e turisti. C’è perfino una via, che dalla cinta muraria sale alla centralissima piazza del Comune, che si chiama proprio così, Ringhiera Umbra. Ed è su questa via che si affaccia l’ex chiesa di S. Francesco. Tutto in poche centinaia di metri: del resto, se il Comune è piccolo (quasi 6.000 abitanti contando le numerose frazioni) il centro storico, cinto dalle mura medievali, è minuscolo. Quattro le porte di accesso – la più importante e scenografica è S. Bartolomeo, dominata dalla torre –, quattro le strade che salgono alla piazza centrale. Su questa piazza, si affaccia il duecentesco Palazzo comunale: alla sua sinistra, la storica “hosteria, enoteca e winebar” Federico II, alla sua destra il rinato palazzo Bontadosi. Accanto c’è il teatro S. Filippo Neri e l’ufficio informazioni della Strada del sagrantino, che comprende anche i vicini Comuni di Bevagna, Castel Ritaldi, Giano dell’Umbria, Gualdo Cattaneo.
Al suo fianco, L’alchimista, piccolo ristorante e bottega di prodotti tipici. Seduto a un tavolo sotto il gazebo, sorseggio un calice di sagrantino davanti a un piatto di stringozzi al tartufo, e penso che fortunatamente, tra le cose che non sono cambiate, c’è la cuoca dell’Alchimista. Forse non c’è bisogno di novità per tornare a Montefalco: basta la certezza che le cose migliori siano rimaste uguali.
Montone: la patria dei Fortebracci
Oggi è un piccolo centro con 1.500 abitanti, ma ci fu un tempo in cui la minuscola Montone dominava su Perugia. Era il 1416 quando il capitano di ventura Braccio da Montone, della famiglia dei Fortebracci, vinse la battaglia di Sant’Egidio. Il suo regno durò appena otto anni: inviso al nuovo papa, Martino V, che non tollerava la sua indipendenza, morì per le ferite riportate nella battaglia dell’Aquila, del 1424. A ridare lustro alla famiglia e a Montone fu il figlio Carlo, che nel 1473 combatté i Turchi al soldo della Serenissima. Come ricompensa del suo valore ricevette una sacra reliquia: una Spina della corona di Cristo. Portata a Montone con tutti gli onori, oggi è custodita nel convento di S. Agnese ed è protagonista della festa della Donazione della Santa Spina, la penultima domenica di agosto. È in questa occasione che i tre rioni del centro storico, Porta del Borgo, Porta del Monte e Porta del Verziere, si sfidano per aggiudicarsi il Palio e la castellana.
Una curiosità: a pochi chilometri da Montone, in località Coloti, si trova un osservatorio astronomico gestito dall’Università di Perugia e aperto al pubblico (tel. 075.9306325).
Panicale: a guardia del Trasimeno
Borgo d’aspetto medievale, posto su uno sperone roccioso che domina le colline a sud del Trasimeno, nato come centro per controllo e difesa del versante meridionale del lago, Panicale conserva l’impianto di borgo murato imperniato su tre piazze centrali a tre differenti livelli, collegate dalla via principale. Da porta Perugina, nei pressi della quale si trova la chiesa di S. Sebastiano con alcuni affreschi del Perugino (il più celebre è il Martirio di San Sebastiano), si raggiunge piazza Umberto I dove affaccia il Palazzo pretorio. A sinistra della piazza si trova la collegiata di S. Michele Arcangelo, e nelle vicinanze il teatro Caporali (nella foto). Da piazza Umberto I si raggiunge anche la terza piazza, Masolino, con il trecentesco palazzo del Podestà. Un’esposizione permanente nell’ex chiesa di S. Agostino invita a scoprire l’ars panicalensis, ovvero il ricamo a mano su tulle, qui nato e sviluppatosi secoli e secoli fa e riscoperto negli anni Venti. A settembre Panicale ospita la Festa dell’uva, con carri allegorici, concerti, piatti tipici e degustazioni di vino.
Norcia: paese di Santi e di sapori
All’estremità sudorientale della regione, la cittadina sembra quasi volersi nascondere ai piedi dei monti Sibillini. Il centro storico, chiuso da una cinta muraria trecentesca, è di trama medievale. Se Montone lega la sua storia ai Fortebracci, Norcia è la città di San Benedetto. Al Santo è dedicata la piazza centrale (nella foto in alto), su cui s’affacciano la chiesa omonima, il medievale Palazzo comunale, la cui loggia (nella foto) è stata ricostruita dopo il terremoto del 1859, il Duomo e la Castellina, roccaforte in miniatura del 1554, oggi sede del Museo civico-diocesano. La località è considerata capitale enogastronomica dell’Umbria per l’arte della norcineria, termine che indica la lavorazione della carne del maiale. Ogni anno a fine febbraio ospita la Mostra mercato del tartufo nero. Nel territorio di Norcia si trova il Piano Grande, la cui fioritura è uno degli spettacoli naturali più suggestivi d’Italia; e Castelluccio, frazione celebre per le omonime, saporite lenticchie.
Vallo di Nera: nel bosco delle fiabe
C’è un’atmosfera particolare, a Vallo di Nera. il paese sorge seminascosto sulla sommità di un colle. Sì, avete letto bene. Vallo di Nera domina la statale della Valnerina, uno dei percorsi panoramici più belli dell’Umbria, eppure i fitti verdissimi boschi della zona nascondono la vista delle piccole case di pietra arroccate attorno al duecentesco castello. Sicuramente è stata questa atmosfera fiabesca a far sì che qui nascesse la Casa dei Racconti (tel. 0743.616143), che raccoglie le storie della montagna e gli aneddoti trasmessi oralmente di generazione in generazione dagli abitanti della Valnerina. Il borgo conserva possenti mura e all’interno si presenta ancora con una struttura medievale, fitto di vicoli stretti e case di pietra chiara collegate da archi e sottopassaggi. Oltre al castello, vi si trovano chiese romaniche ben conservate, come S. Caterina, la francescana S. Maria e S. Giovanni Battista, del XIII secolo. Vanto della gastronomia locale è il formaggio, protagonista a giugno di Fior di cacio, ghiotto appuntamento durante il quale il pubblico può degustare e acquistare.
Spello: la romana splendidissima
Allungata lungo il pendio del monte Subasio, quella che i Romani chiamavano splendidissima colonia Julia è un borgo caratterizzato da antiche case di arenaria, vicoli stretti e tortuosi, scalinate e squarci panoramici sulle colline di ulivi. Più di ogni altra località umbra conserva tracce dell’epoca romana: le mura e le porte augustee (porta Urbica, Consolare e Venere), i resti dell’anfiteatro e delle terme. Nel borgo romano si trovano la chiesa di S. Maria Maggiore, con la cappella Baglioni affrescata dal Pinturicchio e la collegiata di S. Lorenzo. Fuori dalla cinta romana, ma inglobata da quella trecentesca è la contrada Prato, con l’arco di Augusto e il monastero di Vallegloria. Poco fuori dal borgo s’incontra villa Costanzi (Fidelia), circondata da un bel parco e sede della collezione Straka Coppa di arte classica, moderna e contemporanea. Ogni anno per la festa del Corpus Domini le strade di Spello si coprono di petali di fiori per la celebre, spettacolare Infiorata. Da gustare è l’olio di oliva, prodotto tipico a cui il paese dedica una festa a Carnevale.
Trevi: c'è pace tra gli ulivi
Arroccata su un colle a dominio della piana spoletina, la città presenta un singolare impianto urbanistico tanto da essere chiamata la “città-chiocciola”. Si entra nell’abitato da via Roma che porta nella centrale piazza Mazzini; da qui si sale in cima al colle dominato dalla cattedrale di S. Emiliano. L’abitato altomedievale si concentrava tutto in questa porzione urbana compatta chiusa da mura, anche se oggi il paese si è espanso anche oltre. L’ex convento di S. Francesco ospita la raccolta d’arte S. Francesco, la Pinacoteca civica e il Museo nazionale della civiltà dell’ulivo. Trevi infatti è celebre per il suo olio e qui è nata l'Associazione città dell'olio che oggi riunisce oltre 300 tra Comuni ed enti italiani. Di fronte al Duomo si trova palazzo Lucarini, sede del Trevi Flash Art Museum: nato recentemente da un’idea di Giancarlo Politi, patron della rivista Flash art, ospita importanti opere e mostre d’arte contemporanea. La terza domenica di ottobre, la cittadina ospita la Sagra e la Mostra mercato del sedano nero di Trevi, di colore verde scuro e dal sapore intenso, coltivato fin dall’antichità.
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Informazioni
- Pubblicato il: 23 settembre 2009
- Autore: Luca Bonora
- Sezione: Qui Touring Speciale
Commenti
Abbiamo visitato questo fantastico borgo nel 2009 ospiti di una struttura degna di rilevanza, parlo della Locanda del Capitano un caratteristico hotel con un ristorante di altissimo livello. Spero aver fatto sa gradita agli amici viaggiatori Cordialmente Carlo
09/03/2010 16:22carlopito