Ripartire. Dopo un terremoto la parola d’ordine è una sola. Ricostuire, certo, ma soprattutto ripartire. Perché oltre a non avere più la casa, spesso non si ha neanche il lavoro e allora riprendere da dove tutto si è interrotto diventa più difficile. Spesso impossibile. Ne sa qualcosa l’Orchestra Sinfonica abruzzese: una sessantina di persone tra maestri e amministrativi che da quella notte oltre a non aver più casa, non ha neanche più la sede di lavoro. “Fortunatamente gli orchestrali sono riusciti a portare in salvo anche gli strumenti”, spiega Giorgio Paravano, segretario generale dell’istituzione abruzzese. Da quel 6 aprile, il 90 per cento delle maestranze vive da sfollato sulla costa o nelle roulotte. E l’attività dell’orchestra ha subito un’inevitabile battuta d’arresto.
“La sala prove è a pezzi, l’archivio è inagibile perché la vicina chiesa di S. Domenico rischia di crollare e tutti gli uffici non sono al momento utilizzabili”, prosegue Paravano. Però gli orchestrali non sono stati con le mani in mano a specchiarsi nel disastro e si sono dati subito da fare. “Abbiamo trovato l’aiuto di tanti. Il sindaco di Chieti, Francesco Ricci, e Gabriele Di Iorio, direttore artistico del teatro Marrucino, hanno offerto la loro disponibilità immediata e dopo poco abbiamo potuto riprendere le prove”. Così un mese dopo erano nuovamente sulla pedana. “Trenta giorni dopo i funerali dei nostri morti abbiamo voluto iniziare con una messa da Requiem che si è tenuta all’Auditorium della Guardia di Finanza, a Coppito”. È stato solo il primo di una lunga serie di concerti, culminati con l’esecuzione davanti ai grandi della terra riuniti a L’Aquila per il G8.
“In questi mesi ci siamo mossi tanto, abbiamo suonato in S. Marco a Venezia e con Bocelli a Lajatico, nell’anfiteatro naturale. Ma anche a Roma, dove abbiamo chiuso l’Anno Paolino con un concerto a S. Giovanni fuori le Mura e abbiamo anche fatto una serata al Colosseo per raccogliere fondi in favore dei nostri concittadini”. Un impegno che in questi mesi si è concretizzato anche attraverso una serie di performance che l’orchestra ha tenuto nelle località della costa abruzzese, dove sono raccolti gli sfollati dell’Aquila. “È un modo con cui vogliamo dimostrare che non tutto si è fermato, che la vita deve proseguire e prosegue. Perché in questi momenti la vita è come se fosse sospesa e questo, alla lunga, compromette il tessuto sociale di una comunità”. Poiché se prima ci si dava appuntamento la sera, al teatro, adesso quell’appuntamento è impossibile e alla lunga la struttura sociale cede. “Per questo poter riprendere le nostre attività all’Aquila è di vitale importanza: per dare un segno a tutti che la cultura è viva e che da qui si può partire per ricostruire”, conclude Paravano. Per questo hanno chiesto, e ottenuto, dal ministero dei Beni culturali l’impegno a riaprire fin da subito il ridotto del teatro, che era in avanzata fase di ristrutturazione e ha retto l’urto. Così che possano riprendere non solo le attività di un teatro, ma anche le vite di chi lo anima.
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