Il ritorno dei pellegrini
Presto nel mattino, tardi nel viaggio arriva anche la domanda che non andrebbe mai posta. Ma perché hai deciso di farlo? Come fosse semplice dire qualcosa di diverso dal “perché ne avevo voglia e volevo provarci”. Oppure tentare di fare gli ironici dicendo “non ho trovato un altro modo per arrivare a Roma”. Eppure pare che non ci siano molte altre motivazioni, oltre alla spinta religiosa che anima alcuni, quelli che sui Liber peregrinorum che si firmano negli ostelli lungo la via chiudono i loro messaggi con la formula “che il Signore ci accompagni”. Così, fatta salva la spiritualità, occorre dare per buona la risposta più semplice e ripetuta: “Mi andava di farlo”.
In genere nel curriculum del pellegrino francigeno c’è un’onesta propensione al camminare e quasi sempre una precedente esperienza del Cammino: nove su dieci quello verso Santiago di Compostela. Come nel caso di Eric Sylvers, americano, corrispondente del New York Times, in pianta stabile in Italia da anni, che la scorsa estate si è cimentato nella Francigena (la sua esperienza è raccontata sul sito). “Ho sempre amato camminare fin da quando vivevo ancora negli Stati Uniti. Due anni prima avevo fatto il Cammino di Santiago e pensavo: ci sarà qualcosa di simile in Italia? Così grazie a degli amici ho scoperto la Francigena e ho deciso di percorrerla tutta, anche per portare un po’ di luce su un percorso dimenticato”.
Già, un percorso dimenticato. Anche se adesso se ne fa un gran parlare, basta scorrere i numeri di quanti la percorrono ogni anno per capire che quella tra Francigena e Cammino è una lotta impari, se di lotta si può parlare. “In Spagna siamo sulle 130mila presenze l’anno, da noi ci fermiamo a due, tremila, che la percorrono almeno in parte, diciamo per più di una settimana”, spiega Alberto Conte, che della valorizzazione della Francigena ha fatto una professione (la sua attività è sul sito). Dal 2005 ha iniziato a mapparla per arrivare a tracciare un percorso unico e condiviso. “Al momento siamo arrivati alla versione 3.0. Navigando tra le competenze di tutti gli enti che gestiscono i sedimi su cui fisicamente si transita si è messo a punto un itinerario sicuro sponsorizzato dal ministero dei Beni culturali. Manca di ultimare la segnaletica, però siamo già al 70 per cento”, prosegue Conte. E interi settori come quelli che attraversano la provincia di Parma, la parte di Pavia, il Lazio o la Valle d’Aosta sono già allestiti e ben organizzati per accogliere i viandanti.
Dunque i quasi novecento chilometri che vanno dal passo del Gran San Bernardo giù fino a Roma, cuore della Cristianità, stanno per diventare un percorso maturo. Pronto ad accogliere schiere di moderni pellegrini che vogliano cimentarsi con le 44 tappe del tracciato approvato dal ministero. I racconti di chi l’ha percorsa negli ultimi anni lasciano capire che ancora mancano molte cose, sulla via Francigena. Anche se poi, a conti fatti, questa sostanziale disorganizzazione aumenta il fascino del tutto. “Ti senti un po’ un pioniere, camminare così ha più un sapore antico, avventuroso”, dice Sylvers. E racconta che “alle volte chiedevo indicazioni, per sincerarmi di essere sulla strada giusta, ma spesso la gente del posto neanche sapeva che di lì passasse la Francigena”. Anche se non è sempre così. “Ad Altopascio, vicino Lucca, è dal 1991 che hanno ripreso ad accogliere i pellegrini al suono della smarrita, la campana che nei secoli richiamava i pellegrini ancora in viaggio. E la gente guarda divertita i camminatori di passaggio non disdegnando un trattamento di favore in bar e ristoranti”, racconta Elena Parasiliti, che due anni fa a camminare ci è andata con papà, come regalo di compleanno. Insomma, nonostante i secoli di storia la Francigena è ancora un affare per pochi temerari che scelgono di camminare per ore, giorni e settimane lungo un antico percorso. Non tanto, o non solo, perché spinti dalla fede, ma perché hanno voglia di riscoprire un modo di viaggiare antico e diverso. Così chi attraversa la Spagna può farlo da solo, convinto “che tanto hai la possibilità di conoscere tante gente di un sacco di posti”, come dice Ludovico Rossari, che ha due Cammini alle spalle. Mentre, oggi come oggi, intraprendere la Francigena in solitaria è un po’ un azzardo. “Certo, si può fare, ma c’è il rischio concreto di non incontrare nessuno per giorni”, spiega Alberto Conte. Il problema più grande, al momento, sono le strutture ricettive. “In alcune zone per trenta chilometri non incontri né un ostello né un posto dove dormire e le tappe diventano forzatamente lunghe”, prosegue Conte. Lunghe ma non impossibili per chi abbia un minimo di abitudine al camminare, perché trasformarsi in pellegrini non è come decidere di fare la maratona di New York. “Non è un atto performativo, in cui conta il risultato, il tempo. È davvero una logica diversa”, spiega Conte che con il suo gruppo organizza anche seminari residenziali per meglio preparare il “lungo viaggio lento”.
I disagi pratici vengono ripagati dalla soddisfazione del cammino e dalla bellezza dei posti attraversati. Alcune parti non sono cambiate per nulla da quando le attraversò Sigerico. Un nome che dirà poco ai più, ma che è strettamente legato al cammino. Quel che si sa della Francigena infatti si suole farlo risalire alle sue descrizioni. Nominato arcivescovo di Canterbury nel 990, lasciò un dettagliato elenco delle tappe del suo viaggio di rientro verso l’Inghilterra. Così il primo tratto dell’attuale percorso, la discesa dal Gran San Bernardo, è faticoso ma altamente scenografico. Lo stesso vale per il passaggio sulla Cisa e per la parte nella bassa Toscana e il Lazio, quando inizia il selciato romano. Un cammino nella storia, che riesce a essere interessante anche nei tratti paesaggisticamente meno belli. “Il ritmo lento permette di guardare con occhio diverso al paesaggio che attraversi, dà il tempo di riflettere sui cambiamenti della geografia umana nel corso della storia”, aggiunge Conte. Chiamata via Francigena perché si originava dalla Francia, per almeno quattro secoli ha costituito un asse fondamentale per tutti i cammini che attraversavano l’Europa occidentale. Non fu mai una vera strada, come lo sono state le consolari romane, ma più che altro un fascio di sentieri battuti che convergevano nei pressi dei punti di ristoro, dei monasteri o degli altri ospizi che aprivano le loro porte ai viandanti. Sui suoi cammini incrociavano i pellegrini che intorno all’anno Mille si recavano ai principali luoghi della Cristianità: Santiago de Compostela, Roma e Gerusalemme. E, almeno fino al tredicesimo secolo, anche i mercanti e i soldati. Poi è caduta in disuso, sorpassata da nuove strade, tutte che portavano a Roma, come vuole il detto.
Ma oggi sta rinascendo. “Non è un trekking come gli altri. Anche chi è laico sente il valore spirituale di un percorso come questo e fa le sue riflessioni”, conclude Conte. Perché camminare per giorni verso un traguardo come Roma è qualcosa di affine alla poesia: un modo per raccontare emozioni grandi con parole semplici. E allora finisce che uno si chiede che cosa ci faccia ancora seduto a casa invece di partire.
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Informazioni
- Pubblicato il: 01 luglio 2009
- Autore: Tino Mantarro
- Sezione: Qui Touring Speciale
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