Storie d'acqua dolce
Dici lago e subito tutti pensano a un posto un po’ triste, sepolto tra nebbie autunnali e salici riversi su se stessi, circondato di freddo e silenzi. Uno specchio d’acqua da guardare seduti su una panchina, meditando. Falso. Dal Maggiore al Garda, passando per Como, Iseo e l’arcipelago dei minori, lago in Lombardia è sinonimo di attività, storie centenarie e imprese sportive.
“Mi hanno mandato a Colico. Ma dove cavolo è Colico?”, si domanda il bancario Abatantuono nella prima scena di Puerto Escondido. Chiedetelo a un qualsiasi surfista e ve lo dirà. È in cima al lago di Como e ogni santo giorno è baciato da un forte vento, la breva, che ne fa un paradiso per surfisti e amanti del kitesurf. “La breva è un vento termico che viene da sud – spiega Cristiano, triestino, che sul lago ha aperto una scuola (Bit of salt, tel. 335.5742065; www.bitofsalt.it) – si alza intorno a mezzogiorno e soffia forte, circa 10, 12 nodi fino alle sei”. E la breva è un appuntamento fisso per gli appassionati del windsurf e del kitesurf, che tutto l’anno fanno capolino da queste parti verso metà giornata e iniziano ad armare tavole e vele. “Essendo un vento costante, si presenta almeno ottanta volte su cento, tranne quando il tempo è decisamente brutto”, dice Cristiano.
Una puntualità che fa di questo spot un luogo ideale per organizzare corsi e gare: non per nulla da tre anni è stato scelto come sede dell’unica tappa italiana dei mondiali di kitesurf del circuito Kpwt, il Kiteboard Pro World Tour. Il kite è un’evoluzione del windsurf nata a fine anni Novanta: una piccola tavola, funi e una vela che si alza solo se c’è un vento robusto. Insomma, uno sport che all’apparenza sembra riservato a supereroi dotati di incredibile coraggio, capaci di far capriole sull’acqua legati a una vela che pare un aquilone. “Ma non è un sport pericoloso – assicura Cristiano –: per iniziare devi avere una serie di conoscenze tecniche tali che acquisisci subito la consapevolezza dei rischi e di cosa fare per evitarli. Un corso base per riuscire a partire dura circa 12 ore”. Il minimo: anche perché senza difficilmente si riesce a far volare una vela di 25 metri quadrati con 25 metri di corde. Per fare kite serve spazio, oltre che vento ad almeno otto nodi, e a Colico c’è tutto. “Qui è ideale per il kite perché non ci sono troppi bagnanti e troppe barche”, prosegue Cristiano, uno dei pochi istruttori certificati Iko in Italia. Sul lago, tra Dervio e Cremia ci sono altre sette scuole. Quelli che le frequentano sono pronti a giurare che Colico è meglio di Puerto Escondido.
L'onorata società di Arolo
Sul Lago Maggiore il canottaggio è una questione di onore. Onore e orgoglio dei singoli paesi che un tempo si sfidavano a remare in barche pesanti, usate da contrabbandieri e pescatori. Più che uno sport era una tradizione popolare che si rinnovava di anno in anno tra i ragazzi dei paesi vicini. Unica forma di allenamento il lavoro: tutti in un modo o nell’altro erano legati al lago. Oggi quelle gare di paese sono diventate una disciplina sportiva, il canottaggio a sedile fisso, che spopola tra il Maggiore e il lago di Como. Da anni i ragazzi di una piccola società, la Canottieri Arolo, primeggiano nei campionati italiani. “Agli ultimi: quattro ori, due argenti e un bronzo su 29 titoli disponibili”, racconta con orgoglio Davide Ferretti, presidente tuttofare. Non male per una società nata nel 1975 e portata avanti in modo familiare dalla passione di tanti soci. A vederli sfilare sull’acqua, veloci e silenziosi, sembra quasi che non facciano fatica i campioncini di Arolo. Hanno tra gli otto e i sedici anni, normalmente vogano con le pesanti barche a sedile fisso. Ma da qualche anno si cimentano anche nel canottaggio a sedile mobile, quello degli Abbagnale e delle gare olimpiche, per i profani. La sede della Canottieri è in una villetta che dà sulla spiaggia, una struttura ereditata quasi per caso da un professore del paese e in breve divenuta il centro delle attività del gruppo. Oltre agli allenamenti qui si fanno le feste per raccogliere i fondi e le regate. Ma l’attività è continua: allenamenti quasi quotidiani senza esasperare la competitività. Il canottaggio sarà pure una questione d’onore, “ma per questi ragazzi rimane pur sempre un bellissimo sport”.
Navigare a orecchio
Sintonizzarsi con l’acqua senza vederla. Sentire le onde dal movimento del corpo, capire la direzione del vento da come soffia sulle orecchie, capire che ci si avvicina alla riva dai rumori. Sono tanti i modi con cui si orientano i ragazzi di Homerus, la prima scuola in Europa di vela in autonomia per non vedenti. Un pugno di istruttori, tre barche e un circolo velico di base nel porticciolo di Bogliaco, sul Garda. Qui è nata e continua l’esperienza di quest’associazione che ha fatto scuola. “Vengono da tutto il mondo per apprendere il nostro metodo”, dice soddisfatto Alessandro Gaoso, mentre snocciola i centri velici che hanno passato settimane ad apprendere come insegnare l’uso della barca ai non vedenti. “Il nostro è un metodo duro, non facciamo sconti e non diamo alibi – ammette –. Però permette di conquistare autonomia e libertà altrimenti non raggiungibili”. Così dopo il corso i ragazzi possono uscire governando la barca da soli, a bordo al massimo c’è qualcuno per le manovre in porto, ma è come un giudice e non interviene se non in caso di pericolo.
In dodici anni sono passati oltre 200 allievi, cui vanno aggiunti quelli che hanno imparato a navigare nelle scuole germinate da Homerus. E Bogliaco oltre a essere il quartier generale può vantare anche l’unico porto al mondo organizzato per non vedenti realizzato a spese dell’associazione. Segnali in rilievo a terra, scalette di sicurezza, mappa tattile servono per mettere a proprio agio il non vedente che acquista dimestichezza con il luogo. “Qualcuno ogni tanto lo peschiamo nel lago – sorride Alessandro Battuccelli, che aiuta nelle attività – ma fa parte della situazione”. Scopo è far scoprire ai non vedenti le emozioni della vela, facendogli conquistare l’autonomia necessaria, dimostrando che la barca, una volta apprese le regole base della navigazione, è un ambiente come un altro in cui anche chi non vede può muoversi con facilità.
Questione di stile
Le teste delle viti di una barca Riva sono orientate nelle stessa direzione. Tutte e da sempre. Perché nel cantiere di Sarnico, sul lago d’Iseo, quello che conta sono i dettagli. Anche i più insignificanti. Sono oltre 160 anni che fanno così e nonostante i passaggi di proprietà – i cantieri dal 2000 sono entrati a far parte del gruppo Ferretti – la tradizione è rimasta immutata. Riva continua a essere la Ferrari dell’acqua. La storia inizia nel 1842, quando il maestro d’ascia Pietro Riva si trasferisce a Sarnico dal lago di Como. C’era da rifare l’intera marineria e il lavoro non mancava. Nei primi anni del Novecento i Riva si specializzano in imbarcazioni veloci, che trionfano nelle gare di motonautica. Ma è il per il design delle sue barche di mogano che Riva va famoso nel mondo. Negli anni della Dolce Vita non c’era star che non fosse stata fotografata a bordo di un Rivarama o di un Tritone. Tutti salivano a Sarnico a vedere lo stato dei lavori. Oggi se in paese chiedi dov’è il cantiere tutti fanno segno con la mano come se fosse impossibile non vederlo. Un segno familiare nel paesaggio del lago, anche per la particolarità della struttura. Vista dall’acqua spicca la costruzione a plancia, identica a quella di un transatlantico, da cui Carlo Riva monitorava la prova in acqua delle sue barche. Tutti particolari che contano.
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Informazioni
- Pubblicato il: 01 novembre 2008
- Autore: Tino Mantarro
- Sezione: Qui Touring Speciale
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