Le sette sorelle
Prologo
“Vado a Cuba.”
“Che bello! Varadero o Cayo Coco?”
“Nessuna delle due. Faccio un tour per le città coloniali.”
“E niente mare?”
“Solo se capita.”
“Ah, capisco.” E si allontana con aria di compatimento come se stessi sprecando un’occasione.”
Introduzione
Cristoforo Colombo era poco portato per la geografia, si sa, però andava per mare come nessun altro, soprattutto a partire dal 1492. Secondo la leggenda, sbarcò per primo sull’isola, sulla punta estrema orientale, e lì si innamorò, di un’indigena o della natura lussureggiante non è dato saperlo. Fin qui nessuna novità. Poi però tornò indietro con un bagaglio di convinzioni errate a cui nessuno credette e quell’isola divenne un autentico mito. Per il conquistatore e colono di Hispaniola Diego Velázquez una vera fissazione. Ci sbarcò la prima volta nel 1509 con trecento uomini che, in poco tempo, eliminarono quasi ogni tipo di resistenza degli indios locali, i Tainos. Nel 1511 iniziò poi la seconda parte della sua opera: fondare sette città, da est a ovest, che lo facessero sentire a casa. Il senso estetico non gli mancava nonostante pare non fosse parente dell’omonimo e ben più celebre pittore spagnolo. Baracoa, Bayamo, Santiago, Camagüey, Sancti Spíritus, Trinidad e l’Avana. Le sette sorelle che, secondo alcuni, farebbero sprecare un’occasione.
Elementi di scena
Una piccola auto rossa degna di un cartone animato, due intrepidi viaggiatori, una cartina dettagliata, qualche guida, palme a volontà e cubani a piacimento.
Primo atto
L’arrivo nella notte cubana è buio. Le stelle a guidare il cammino, ma chi le sa leggere? Holguín è solo una sosta per riposare e cominciare a capire. Innanzi tutto entrando in casa di qualcuno per dormire. Le famose casas particulares, una sorta di bed & breakfast alla cubana, sono il primo esempio dell’arte di arrangiarsi con dignità. Bersi una birra, o un rum, con i padroni di casa, un piacevole modo per cominciare l’avventura. Ci tengono a manifestare il loro cordoglio per la scomparsa di Pavarotti, primo brindisi, la loro passione per Laura Pausini, secondo brindisi, i loro complimenti per essere così bravi a calcio, terzo brindisi. Poi però danno anche informazioni utili: la strada per Baracoa è pressoché impraticabile, capita spesso. Doccia gelata. E il suo piccolo Malecón? E la Cruz de la Parra che pare sia stata eretta proprio da Colombo? E la vita notturna vivace? E il famoso cioccolato? Appena atterrati e già si immagina un ritorno a Cuba solo per vedere la mitica e irraggiungibile Baracoa.
Secondo atto
La congiuntura astrale sembra negativa, ma a Cuba lo sconforto non ha senso. Può capitare infatti di arrivare a Bayamo una domenica mattina e di assistere a due fenomeni interessanti. L’uscita dalla messa, che si svolge nella seicentesca cattedrale del SS. Salvador, così simile a quelle di tutti i Paesi cattolici, ma con l’interessante variante di un folto gruppo di fotografi pronti a immortalare i credenti vestiti a festa per qualche peso. Il secondo fenomeno è decisamente più originale. Improvvisamente compaiono intorno al parco Céspedes dei banchi. Sopra i banchi delle scacchiere. Intorno alle scacchiere bambini e adulti che si sfidano in decine di partite all’aria aperta. Che Guevara, appassionato scacchista, ne sarebbe fiero. Il piccolo centro cittadino assomiglia più a quello di un paese che a quello di una città: isola pedonale, parchetto con anziani chiacchieroni, ragazzini che corrono a comprare il gelato, una dimensione inusuale per Cuba, ma un buon modo per non farsi travolgere.
Cosa che puntualmente accade quando si arriva a Santiago de Cuba. Ovvio, è la seconda città più importante dell’isola. Per riuscire a entrare in centro con l’auto bisogna essere bravi in matematica. La pianta ortogonale in teoria aiuta, basta infatti contare gli isolati (esquadras), in un senso o nell’altro, prima o poi si arriva alla nuova casa particular a due passi dal centro. Casa coloniale magari, con patio, arredi d’epoca, soffitti in legno, per entrare in pieno nello spirito di Velázquez, con meno cattiveria possibilmente.
Il centro della città è in parte ristrutturato, come la cattedrale, la casa in cui visse appunto Velázquez e altri palazzi, e in parte dà la sensazione di stare per crollare. Sotto il peso dei libri, della polvere o dei biglietti da visita appesi alla libreria La Escalera nella centrale Calle Heredia, sotto i passi di salsa che animano le serate alla Casa della Trova (sempre in Heredia), oppure per la sovreccitazione causata da un’avvincente (?) partita di domino tra un gradino e l’altro della scalinata Padre Pico. Con Santiago l’idea di Cuba comincia a profilarsi più nitidamente, si inizia a intuire quello che doveva essere in un tempo lontano, tra conquistatori, pirati e schiavi i cui discendenti sembra quasi di riconoscere nel volto dell’inflessibile poliziotto, dell’inevitabile jinetero (truffatore tanto generico quanto molesto), o della vecchietta affacciata alla finestra scura come una notte cubana. In tutto questo ci si rende conto che il silenzio qui non è propriamente di casa. Dalle cinque del mattino quando i primi galli danno la sveglia anche in città, fino a notte fonda con l’ultimo gruppo musicale che intona l’ennesimo pezzo di Compay Segundo. Un po’ di quiete la si trova nelle prime ore del mattino al castello di S. Pedro de la Roca del Morro, una seicentesca fortezza in pietra che, almeno fino all’arrivo dei pullman di turisti, si mostra in tutta la sua imponenza peraltro solo di facciata visto che venne attaccata più volte con successo. Da qui si vede il mar dei Caraibi, finalmente. Mancano le spiagge, farebbe subito notare qualcuno. Pazienza, il sole è sempre lo stesso.
Terzo atto
Attraversare la Sierra Maestra, sulla carta, sembra una missione impossibile, ma bisogna arrivare a Camagüey prima del tramonto, poi capiremo il perché. Montagne inviolate, ricoperte da una vegetazione prepotente, perfetta per nascondere i guerriglieri castristi durante la rivoluzione, i cui sentieri sono oggi quasi impossibili da percorrere se non con una guida autorizzata. Ma è meglio non lasciarsi distrarre, c’è una città da scoprire. Una che merita, peraltro. A prima vista è un intrico un po’ illogico di strade. Dovevano essere un deterrente contro le scorrerie dei pirati, ma a quanto pare i deterrenti a Cuba non servono un granché (vedi il castello del Morro a Santiago). Sulla confusione del viaggiatore, soprattutto dopo il tramonto, puntano tutto i soliti jineteros che, in bicicletta, fanno da comitato d’accoglienza. Meglio non fidarsi e rivolgersi a qualche vecchietto che, con piacere, vi darà le indicazioni per arrivare alla meta.
Per esempio la splendida casa particular di Rafael, un architetto con la specializzazione in recupero di case coloniali. E che recupero. Sarà lui a dirvi che la migliore vista della città si gode dalla terrazza sul Gran Hotel in Calle Maceo (al tramonto anche i contorni di alcuni palazzoni sembrano meno brutti). Poi da una chiesa all’altra si comincerà a capire perché i pirati si accanivano contro questa città: è bella, ricca anche ora, con una via per lo shopping e le tante chiese tutte ristrutturate, come la chiesa di Nuestra Señora de la Merced, tenuta d’occhio dallo sguardo serio dell’onnipresente foto del Che. E sempre il rivoluzionario scruta, da immaginette appese a mo’ di santino un po’ ovunque, gli avventori del mercato agropecuario, il più grande dell’isola, dicono. Montagne di banane, cumuli di riso, lunghe trecce di aglio, carni appese, gente che urla, come accade in ogni mercato degno di questo nome. Gli odori forti si imprimono nelle narici, le immagini di vita quotidiana, senza corruzioni turistiche, nella mente.
Quarto atto
Superata la metà dell’avventura si ha la sensazione di avere il segreto di Cuba in pugno. Non è propriamente vero, ma l’euforia sale. Anche perché la prossima meta è davvero sul mare, o quasi.
Ma prima è d’obbligo una pausa nella quarta città fondata da Velázquez: Sancti Spíritus. Chiedi indicazioni per la piazza Serafín Sanchez e finiscono benedicendoti e ringraziandoti. Sono coscienti che tu, intrepido viaggiatore, sei una delle principali fonti di sostentamento per loro. E questo è bene tenerlo a mente quando si prenota una vacanza a Cuba.
Ma non c’è molto tempo da perdere, anche se il centro è grazioso e ben tenuto, ci aspetta una città il cui casco historico (la parte centrale) è tutto Patrimonio dell’umanità, Trinidad.
Il manto delle strade è di ciottoli, le piccole case sono colorate, qualcuna è in ristrutturazione, altre crollano affaticate dopo secoli di abbandono. La Plaza Mayor è perfetta, come la scalinata al suo fianco. Le viuzze intorno sono popolate di bancarelle di giorno, buie e quasi spettrali di sera, ma mai silenziose, con musica che sbuca da chissà dove e televisori sintonizzati ovunque sulla stessa telenovela. La salita sconnessa verso la Ermita de Nuestra Señora, una chiesa diroccata, vale lo sforzo e regala un tramonto da premio. Goderselo in silenzio non è neanche immaginabile. D’altronde siamo a Cuba e le urla dei bambini che chiedono gomme da masticare insieme alle loro mamme che preferirebbero avere creme e prodotti di bellezza fanno parte del pacchetto.
Nel giro di due giorni si è di famiglia. Tutti nella via della casa particular sanno chi sei, da chi stai, da dove vieni, magari ti chiamano anche per nome, quindi è normale che il tuo ospite ti prepari un’ottima canchancha, squisito cocktail locale con miele e rum, e improvvisi anche un giro di salsa con la moglie. Indaffarati in cucina racconteranno molte più cose di Cuba di quante se ne possano leggere in mille guide. Quest’isola è così, ti apre le porte e, se sai aprire le orecchie, ti racconta tutto di sé. O almeno quello che vuole farti sapere. I segreti ci sono in tutte le famiglie, d’altronde.
Intervallo
Prima dell’ultimo sforzo automobilistico è giusto farsi un regalo e godere della spiaggia semideserta di Ancón. In autunno e inverno i cubani non ci mettono piede. Per loro 28 gradi vuol dire freddo. Se solo sapessero...
Ultimo atto
L’ultima tappa di Velázquez è quella più nota, amata, frequentata, fotografata: l’Avana. Difficile aggiungere altro ai litri di inchiostro consumati per raccontare la magia dell’Habana Vieja, se non dire che merita una deviazione la Calle Cuarteles con la sua pizzeria alla finestra (letteralmente, seguite il profumo e vedrete una coda di gente in attesa); i tramonti del Malecón poi sono un’icona di per sé, ma a bordo del coco taxi (a forma di uovo) diventano una giostra; da non snobbare il Centro Habana che è la città vera, dove non si incontrano facce ustionate con al collo l’ultimo gadget digitale in cerca di una rapida e insipida avventura; e poi il Barrio Chino (quartiere cinese) in cui sono i cubani a preparare gli involtini primavera, ma le indicazioni sono anche in ideogrammi, e le vie ampie e pulite con case eleganti del Vedado, e il Paseo de Martí dove giovani pittori si esercitano a dipingere, o ragazzini atletici giocano a pallavolo.
Si potrebbe andare avanti all’infinito. Una cosa è imprescindibile: cedere al mojito. Da gustare al bancone dell’intramontabile e turistica Bodeguita del Medio o del cubano-basco bar Bilbao. Un brindisi alle bellissime occasioni sprecate.
Muoversi
Il modo più comodo per muoversi tra le sette città coloniali è quello di noleggiare un’auto. Le principali società di autonoleggio sono Cubacar e Havanautos che rispondono allo stesso centralino: tel. 0053.7.8350000; www.havanautos.com.
È consigliabile prenotare prima di partire. Per una settimana il costo si aggira, per una macchina piccola, intorno ai 300 euro benzina esclusa. Le stazioni di servizio si trovano in tutti i centri abitati principali.
Dormire
Le casas particulares
camere in case private, sono diffuse in tutto il Paese. Fondamentale accertarsi che siano legali, facendo riferimento a quelle consigliate dalle guide.
Casa Colonial Maruchi
San Félix 357 tra San German e Trinidad, Santiago de Cuba, tel. 0053. 22.620767;
www.casasantiagodecubacolonial.sitio.net
Due camere ben arredate e un patio ombreggiato dove fare colazione.
Camera doppia da 17 €.
Hospedaje Colonial Los Vitrales
Avellaneda 3, tra General Gómez e Martí, Camagüey, tel. 0053.32.295866.
Due camere intorno a un patio in una casa coloniale ristrutturata dal proprietario architetto. Ottima e abbondante la colazione.
Camera doppia da 17 €.
Hospedaje di Jesús Pineda Tamayo, Francisco Cadahía (ex Gracia), tra Colón e Lino Pérez, Trinidad, tel. 0053.41.996970.
Due camere intorno a un patio. Terrazza e gustosa cucina casalinga. Il proprietario, Jesús, è anche un ottimo barman.
Camera doppia da 17 €.
Hospedaje Alfonso Rodriguez, Cuarteles 10, tra Cuba e Aguiar, l’Avana, tel. 0053.7.8610457. Immerso nell’Habana Vieja, a due passi dalla cattedrale.
Camera doppia da 20 €.
Mangiare
Taberna de Dolores
Aguilera 468, Santiago de Cuba.
Cucina creola da consumare in un bel patio con accompagnamento musicale.
Da 8 €.
La Quinta Santa Elena
Padre Quintero, tra Llano e Manolico Día, Sancti Spirítus.
Piatti a base di pesce e carne serviti in una terrazza affacciata sul fiume Yayabo.
Da 7 €.
La Julia
O’Reilly 506, tra Bernaza e Villegas, l’Avana.
Minuscolo paladar, ristorante privato, in cui servono semplici piatti creoli.
Da 8 €.
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Informazioni
- Pubblicato il: 01 gennaio 2008
- Autore: Barbara Gallucci
- Sezione: Qui Touring Speciale
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