L'Aquila tornerà a volare
"Abbia pazienza", dice la signora Quaianni mentre entra nel bar del suo albergo. E nel dirlo sembra quasi scusarsi per il disordine in cui si trova: scatoloni ammonticchiati, espositori accatastati, sedie e arredi sparsi qua e là. Sembra un trasloco, invece è il terremoto. Ai piani alti dell’albergo di famiglia, l’Amiternum – a metà tra lo svincolo autostradale Aquila Ovest e il centro città–, sono già iniziati i lavori per consolidare le poche crepe e rimettere in sesto quel che è stato danneggiato. “La protezione civile ci ha dato l’agibilità già due giorni dopo e noi abbiamo chiamato una ditta locale per risistemare tutto. Qui tocca ripartire subito, se mo’ ci fermiamo siamo finiti”, prosegue la signora, che è anche presidente cittadina di Federalberghi. Chi si siede non si alza più, sembra essere il pensiero condiviso degli imprenditori dell’Aquila. Ognuno a suo modo ferito, ognuno pronto a ripartire. Così, quasi con liberazione, la signora racconta di una telefonata ricevuta poco prima: “Volevano quattro stanze per questa domenica, forse non saremo ancora aperti, però è un bel messaggio”, spiega spingendo la tristezza più in là. Una volta dentro il bar colpiscono i bicchieri intatti, in fila e in ordine sulle mensole, le bottiglie che hanno danzato ma non sono cadute. Quasi stessero a significare che quel che si crede fragile alle volte regge gli urti della vita, mentre le certezze più solide si frantumano in quaranta secondi. Constatato questo, contati i danni, sopite le ansie e pacate in qualche modo le paure non rimane altro da fare che rimettersi in moto.
Ripartire, fin da subito
Qualcuno l'ha fatto subito, il giorno stesso, al massimo il giorno dopo. “L’agibilità me la sono andata a prendere al centro della protezione civile”, spiega con orgoglio Alberigo Contini, romano, da sei mesi direttore dell’hotel Federico II, una struttura compatta di cemento grigio appena fuori le mura antiche dell’Aquila. “Ho fatto vedere i fogli dei pompieri che hanno svolto i controlli, sono corso dal sindaco e gli ho chiesto di firmare. Abbiamo riaperto in tre: io, una collega alla reception e il vicedirettore”, racconta con trasporto e si interrompe per andare in cucina a prendere i piatti di spaghetti da portare ai clienti in sala. Per ora sono tutti giornalisti e operatori dei soccorsi. “In questi giorni il nostro è un servizio pubblico, ma è il minimo che possiamo fare in questo momento”. Però è un segno importante per dire che la vita non finisce. “Ora contano i risultati, non le parole: e per noi l’unico risultato significativo è tenere aperto”. E a pochi passi dal centro dell’Aquila è ancora più vero che altrove.
La pensa come lui anche Stefano Cardelli, architetto che dal 2001 si è riconvertito in ristoratore a Poggio Picenze, mezza dozzina di chilometri dall’epicentro. “La sera stessa sono arrivato qua e ho trovato amici e dipendenti. La struttura è solida e ha retto bene, dal giorno dopo ho aperto le stanze per ospitare i miei parenti e le famiglie di alcuni dipendenti, il lunedì eravamo quasi ottanta. Da quel giorno abbiamo ripreso a far funzionare la struttura per quanto possibile”. Dove il quanto possibile significa cucinare in un altro palazzo e portare il cibo nella sala dei banchetti dell’Osteria della Posta, dove i grandi piloni di cemento mettono sicurezza, nonostante i continui tremori. “Avevo fatto la spesa per Pasqua e tutto è andato perso, ma mi conforta che i trenta matrimoni che avevo in programma per l’estate non sono stati cancellati. La gente ha chiamato per sincerarsi di come stavamo e poi ha voluto confermare”.
La voglia di andare oltre
Di lui, come di tanti altri colpisce la pervicace voglia di andare oltre le difficoltà. Se lo fai notare dicono che sia tipica degli abruzzesi, ma forse è lo stesso sentimento, lo stesso orgoglio che anima ogni popolo ferito. “Riaprendo subito”, prosegue, “facciamo un servizio alla nostra comunità: passata la paura dobbiamo conquistarci la vecchia normalità e magari saper sfruttare la nostra tragedia come occasione di rinascita”. Stefano ne è convinto, lo dice a se stesso ma anche agli altri imprenditori del consorzio Gran Sasso. A due settimane dal 6 aprile si sono riuniti alla spicciolata nelle sale del convento di S. Colombo, a Barisciano. Sale massicce che anche questa volta hanno fatto il loro dovere. Nel rivedersi per la prima volta da quella sera ognuno ha la sua storia da raccontare, un’esperienza di paura da condividere, la conta dei danni da fare. Sulle facce la consapevolezza che bastano quaranta secondi e buonanotte alle cose di quaggiù. Però, oltre a questo, c’è nell’aria l’idea che non ci si debba fermare, non ci si possa specchiare all’infinito nel disastro. Occorre fare qualcosa e occorre farlo da subito. La paura è di venir schiacciati dal buio e dal silenzio.
Un'occasione di rinascita
“La solidarietà è fondamentale e necessaria nell’emergenza, e c’è stata eccome. Adesso la ricetta migliore è permetterci di fare il nostro mestiere, darci la possibilità di vivere non di sussidi, ma di quello che sappiamo e abbiamo sempre fatto”, dice Corrado Sinistoro, presidente dei ristoratori aquilani per Confcommercio, che dal 2000 gestisce il S. Colombo. L’albergo è aperto, ma lui dorme in tenda. Casa sua, giù al paese, è lesionata e di stare sotto un tetto ancora non se la sente. Ma in certi momenti questi sono solo dettagli, lo spirito è quello che conta. “Il turismo deve essere l’occasione per resuscitare l’economia di queste zone: una microeconomia che negli anni si è lentamente creata dal basso e che da un evento come questo può ricevere un colpo mortale, se non siamo noi i primi che ci diamo da fare”, spiega. Darsi da fare guardando alle esperienze positive di altre zone che si sono riprese e anzi dalla catastrofe hanno ricevuto nuova linfa, come il Friuli. Corrado è tra i pochi che lo dice con schiettezza: “Nel lungo periodo questa per noi può essere anche un’occasione di miglioramento: adesso la gente sa dov’è l’Abruzzo, ora sta a noi fargli vedere com’è e come sarà”.
L'ennesima rinascita di Santo Stefano
Un sano furore che anima anche Pietro Balbi, un romano che a Rocca Calascio – paese antico con un battistero ottagonale che si vede su tutti i poster turistici della Regione – ha aperto un albergo ristorante, il Rifugio della Rocca. “Noi danni non ne abbiamo subiti, del resto tutto era stato ristrutturato da poco. Appena finisce lo sciame sismico io sono pronto a riaprire. Il mese di aprile è andato, ma la stagione estiva ce la dobbiamo conquistare, perché non ha senso stare qua ad aspettare”, spiega. A ripartire subito pensano anche al Sextantium, l’albergo diffuso che ha rianimato il borgo mediceo di Santo Stefano di Sessanio, tanto che due anni fa si era aggiudicato il premio Europa Nostra per la conservazione del patrimonio culturale. A metà aprile indicano già una data probabile per la riapertura. La signora Rosa Maggi, assessore al turismo che come tutti a Santo Stefano ha anche delle stanze da affittare nel centro del borgo, spera. “Indicare una data può essere uno stimolo per rimettere tutto in ordine al più presto. Perché qui avevamo fatto tanto, tantissimo. Eravamo arrivati ad avere più posti letto che all’Aquila. E in questi giorni ci sentiamo respinti indietro di dieci anni”. La torre medicea che era il simbolo del paese è crollata su se stessa, forse per colpa di un restauro eseguito maldestramente. “Per tutti noi non vederla è un segno tragico”, sospira.
L'arte, nonostante tutto
Però, come cadono, i simboli si ricostruiscono e questa consapevolezza può aiutare a lavorare con uno spirito diverso. Magari quello che anima Luigi Guardagli, di mestiere incisore. Da giovane per due anni ha lavorato a casa Picasso, negli ultimi tempi, quasi presagendo quel che stava per accadere, aveva deciso di spostare il suo torchio da Castelvecchio Subequo a Calascio, a casa di amici. “Se non l’avessi fatto sarebbe crollato come la soletta della mia casa, invece così si sono salvati tornio e casa”. Da quel giorno ha sempre continuato a lavorare, nonostante qui non ci sia il riscaldamento e parte del materiale sia rimasto nell’altra casa, transennata e inagibile. “Continuo a incidere: dedico le mie opere ai lavoratori, perché è grazie al loro impegno e alla loro volontà che ci riprenderemo”. Più che una questione pratica al momento ripartire sembra essere una questione di testa. Forse perché un sisma non vuol dire solo macerie. Ma anche depressione, senso di vuoto, paura dell’abbandono, di essere dimenticati.
Turismo: un gesto semplice
Così per andare avanti occorre darsi obiettivi concreti. Come il 5 agosto, il giorno in cui da cinquant’anni i pastori della zona si riuniscono a Campo Imperatore per l’annuale fiera degli ovini. “Per allora dovremo essere in grado di celebrare la nostra rinascita”, dice sicuro Giulio Petronio, allevatore di pecore per tradizione familiare. Da presidente del consorzio per il Canestrato di Castel del Monte ha ben presente la situazione degli allevatori della zona. “La produzione è ferma, per giorni non abbiamo ritirato latte. Adesso piano piano ripartiamo, ma il nostro mercato era soprattutto locale, con i ristoranti e i turisti, per cui il nuovo formaggio si accumula nel magazzino e se il turismo si ferma non sappiamo come fare”, spiega. Qui a Castel del Monte, una delle porte d’accesso al Gran Sasso, il turismo era soprattutto naturalistico. “Fortunatamente si può passeggiare lo stesso. La gente dovrebbe capire che venendo tra queste montagne non fa turismo del dolore, non arreca fastidi, ma anzi ci aiuta. Con un gesto semplice potremmo ripartire da subito”.
Che farò quando tutto brucia?
Non è certo una domanda che ci si ponga spesso, anche se si vive in una zona a elevato rischio sismico come L’Aquila. Si pensa sempre che se qualcosa avverrà, colpirà un po’ più in là. Non ora, non qui. “Non ci pensi, non ci puoi pensare: altrimenti come fai a vivere?”, dice Francesco del Prete, vastese trapiantato a L’Aquila dai tempi dell’università. Come tanti anche lui in quaranta secondi ha perso tutto. Tutto, tranne la voglia di riprendere. “Avevo due pub nel centro della città, tutte le sere si riunivano gli studenti dell’università per bere e festeggiare”. Duecento passi in discesa separano i locali di Francesco da piazza Duomo. Adesso sono entrambi inagibili. Non sono crollati, ma sono minacciati dalle macerie di una chiesa che probabilmente dovrà essere abbattuta. “Sulle prime ho pensato di andarmene. Poi a mente fredda ho riflettuto: non posso lasciare questa città che mi ha dato tanto, non posso lasciarla soprattutto adesso. Sarebbe una fuga, un gesto codardo mentre ora abbiamo bisogno di altro”, dice. Non atti eroici, quelli ci sono già stati, ma piccoli gesti concreti: che riportino a una qualche forma di normalità.
Centro commerciale per ricominciare
È per questo che Elda Fainella, console Tci per l’Aquila, ha deciso di non rinviare nulla di quello che aveva organizzato, nonostante casa sua sia stata lesionata e oramai dorma in un camper di amici. “Quello che ci è successo ci deve far riflettere, però occorre muoversi e non fermarsi”, dice. Così a tre settimane dal sisma è partita per Atene per il Certamen Sallustiano che non ha voluto cancellare. “Noi e il Punto Touring dell’Aquila, che per ora è totalmente inagibile, eravamo il riferimento nazionale del Certamen e portare avanti il nostro progetto è il simbolo che ci siamo ancora”. Come lei anche altri si danno da fare per organizzare iniziative che riportino un po’ di normalità. Francesco per esempio vorrebbe iniziare con l’organizzare una festa per la gente che oggi vive nei campi. Cercare di conquistare un po’ di normalità bevendo un bicchiere di birra, meglio se all’aperto, magari nel parcheggio del Leclerc, l’ipermercato che fin dai primi giorni ha costituito il nuovo centro sociale della città.
“È stata la stessa protezione civile a chiederci di riaprire appena possibile”, racconta Lucia Grandoni, direttrice di Conad Adriatico. Lei all’inizio era perplessa. “Ma come, mi dicevo, la gente piange i morti e noi riapriamo un esercizio commerciale? Poi ho capito che anche il semplice gesto di comprarsi qualcosa era un grosso aiuto morale per chi è costretto a vivere nei campi, è un riappropriarsi di un pezzo di quotidianità”. Da quando hanno ricevuto il fondamentale certificato di agibilità si sono dati da fare: meno di dodici ore dopo avevano aperto. “Anche grazie all’attivismo dei dipendenti: c’è gente che è venuta da fuori a dare una mano, lavora qui e poi dorme in camper”. All’interno del centro commerciale le uscite di sicurezza sono spalancate. Sono aperte per scappare all’occorrenza, certo. Ma stanno a significare che all’Aquila si può rientrare, per tornare all’ordine naturale delle cose. Per farlo serve pazienza, ma da sola non basta.
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- Pubblicato il: 01 giugno 2009
- Autore: Tino Mantarro
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