Se Darwin ci fosse stato
Se ci fosse arrivato, probabilmente gli sarebbero venute in mente le stesse idee che lo ispirarono alle Galápagos. Perché queste isole sono tra i più grandi laboratori dell’evoluzione sul pianeta.
Vulcaniche Hawaii «...eravamo completamente tagliati fuori dal resto del mondo, benché circondati dal più sublime dei lavori della natura» (H. Bingham, 1849).
Ne siamo sicuri: il giovane Darwin si sarebbe divertito alle Hawaii. Sorrisi polinesiani, corone di fiori, hula sulla spiaggia? Può darsi.
Sole nel Pacifico
Ma soprattutto le immense, straordinarie potenzialità naturalistiche dell’arcipelago in mezzo al Pacifico. D’altronde, l’aveva capito anche lui: non a caso – una volta tornato in Inghilterra – Charles si impegnò a offrire la somma di 50 sterline a ogni “collezionista” intenzionato a lavorare laggiù. Una cifra discreta per l’epoca. Bastava guardare su una mappa quelle isole per rendersene conto: a migliaia di chilometri dalle coste californiane e da quelle della Polinesia, le Hawaii sono l’arcipelago più isolato del mondo. E dove c’è isolamento, c’è evoluzione a portata di mano, tanto più che anche le Hawaii, come le Galápagos, sono isole recenti, nate da eruzioni vulcaniche dopo la formazione dei continenti.
Darwin l’aveva intuito, ma forse non poteva sapere che oltre ai processi di differenziazione e di adattamento di animali e piante, qui ancora più accentuati che alle Galápagos, avrebbe trovato anche una notevolissima varietà di ambienti, almeno 150 diverse comunità naturali: savane, foreste pluviali, colate di lava, dune costiere, nevai, caverne sotterranee, tanto per citarne qualcuna. Molte erano ancora intatte, nel 1835; oggi parecchie sono scomparse o ridotte al lumicino. Come spesso succede, l’impatto dell’uomo su un ambiente così fragile è tragicamente catastrofico: e le Hawaii, complici specie introdotte e degrado degli habitat, hanno assistito a dolorose estinzioni. Ma lo Stato più biodiverso degli Usa, grazie a una delle politiche conservazionistiche più avanzate al mondo, ancora ci crede. E non tutte le speranze sono perdute.
Socotra tra terra e luna
«... una terra che è stata “un’arca di rifugio” per fauna e flora da uno dei più antichi periodi della storia della Terra» (T.G. Bonney, 1882).
Sole implacabile, venti secchissimi, lunghi periodi di siccità. La vita, a Socotra, deve impegnarsi parecchio per riuscire ad avere la meglio. Così l’ Adenium obesum socotranum s’è inventato un tronco vuoto e panciuto in cui immagazzinare l’acqua delle brevissime piogge. Le foglie di Dracaena cinnabari sono diventate dure e appuntite per evitare la traspirazione. E il Dendrosicyos socotranus, beh, è l’unico albero di cetrioli al mondo a essere alto sei metri. L’evoluzione si tocca con mano anche in quest’isola yemenita, al largo delle coste del Corno d’Africa: tanto che, guarda caso, c’è chi l’ha soprannominata “la Galápagos dell’oceano Indiano”. Darwin probabilmente non l’aveva mai sentita nominare, se è vero che la prima spedizione scientifica avvenne solo nel 1880: in 48 giorni, il professor Isaac Bayley Balfour scoprì 200 nuove specie di piante. Tornò a casa soddisfatto, ovviamente.
Qualche anno dopo, un team dell’università di Vienna mise in saccoccia un altro ottimo bottino, classificando 500 specie di insetti e una settantina tra pesci e rettili. Gli endemismi – vale a dire gli organismi sviluppatisi in un unico posto al mondo – sono sempre segno di ricchezza e preziosità di un ecosistema, e Socotra può vantare, per esempio, 6 uccelli, 19 rettili e quasi 300 piante che non esistono altrove. Finora la posizione fuori dalle rotte turistiche e commerciali ha permesso la conservazione di quest’eden unico, a metà tra oceano e deserto, tra Terra e Luna, tra storia e preistoria. Finora. Oggi il campanello d’allarme inizia a suonare: i turisti arrivano sempre più numerosi e le lusinghe del progresso si fanno avanti anche tra gli isolani. L’evoluzione, in un certo senso, non smette di fermarsi.
Esuberante Madagascar
«Posso annunciarvi la terra promessa dei naturalisti? Qui la natura sembra essersi ritirata in un santuario privato» (P. Commerçon, 1771).
Un Angraecum sesquipedale arrivò nelle mani di Darwin nel 1862. “Ma guarda un po’ che strana orchidea” disse all’amico Bateman, che gliel’aveva fatta arrivare fin dal Madagascar. “Non ne avevo mai viste così”. Lo sperone del fiore – ovvero il prolungamento del calice, alla cui base c’è il nettare – era lungo oltre
La storiella dimostra due cose. Che Darwin era avanti con i tempi, ma questo già lo sappiamo. Che il Madagascar ha meravigliosi segreti da nascondere, ecco, questo ogni tanto ce lo scordiamo. Ieri l’orchidea, oggi un serpente, domani chissà. Con la solita, lancinante postilla che fa da sottotitolo a ogni notizia: “Appena scoperto è già a rischio d’estinzione”. Eppure l’enorme isola dovrebbe rientrare tra le priorità mondiali della conservazione. Altro che Jurassic Park: fauna e flora potrebbero essere quelle aliene di un pianeta parallelo. L’evoluzione ha camminato per la sua strada, da quando l’isola s’è staccata dall’Africa e dall’India, tra i 160 e i 90 milioni di anni fa. Oggi ha bisogno di essere portata per mano.
Molucche sconosciute
«La natura pare aver preso ogni precauzione perché i suoi tesori più preziosi non perdano valore essendo troppo facilmente raggiunti» (A. Wallace, 1862).
Giugno 1858. Darwin riceve una lettera dall’Indonesia. È di Alfred Wallace, collega naturalista. “Sai, caro Darwin, cosa ho pensato? Che forse le specie cambiano nel tempo”. Darwin ha un sussulto. Perbacco, qualcuno gli stava soffiando quelle idee che, una volta tornato a casa dal suo giro intorno al mondo, aveva prudentemente tenuto nel cassetto per oltre vent’anni. Nel 1859 compare L’origine delle specie. E il resto è storia: qualcuno forse ricorda il nome di Wallace, oggi? C’è da dire che nonostante le idee simili a quelle di Darwin, Wallace non vi credette così fortemente come il suo “concorrente”, tanto che poi si diede la zappa sui piedi appoggiando credenze spiritualistiche.
Ma il naturalista fu pur sempre uno di quelli che lasciarono il segno. Mentre Darwin iniziò a formulare le sue ipotesi osservando la fauna delle Galápagos, per Wallace furono ispiratori e rivelatori i viaggi in Insulindia. Il suo interesse si concentrò sulle strane differenze biologiche delle varie isole: anche se vicine, presentavano fauna e flora molto diverse tra loro. Come mai? Nonostante la prossimità, l’evoluzione geologica era stata differente, e di conseguenza anche quella organica. Oggi, in suo onore, i biogeografi chiamano Wallacea la zona che comprende Sulawesi e le vicine Molucche, le celebri “isole delle spezie”. Una zona di transizione: su Sulawesi, per esempio, vivono sia erbivori di origine asiatica sia tre marsupiali, tipici dell’Oceania. Circa 1.500 delle 10mila piante della Wallacea sono endemiche, così come quasi la metà dei vertebrati terrestri. Una parte del mondo ricca e poco conosciuta, anche a causa delle instabili condizioni politiche.
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Informazioni
- Pubblicato il: 01 gennaio 2009
- Autore: Stefano Brambilla
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