Cinema - Il senso delle trame
Tre anni fa la Polonia ha festeggiato i 100 anni del suo cinema. Percorso affascinante attraverso una storia complessa e complicata, ma anche attraverso grandi esplosioni di libertà di espressione e di innovazioni. Il primo momento di successo internazionale fu quello della cosiddetta Scuola polacca di cinema che in qualche modo precede le nouvelle vague europee. Il cinema della scuola polacca, nato dalla rottura con il realismo socialista, fu una sofferta ricerca di identità caratterizzata dal disvelamento di grandi temi nazionali. Epica o intimista, l’espressione artistica poteva essere romantica in Andrzej Wajda, ironica e razionale in Andrzej Munk, stilizzata e fredda in Jerzy Kawalerowicz, crepuscolare e liberty in Wojciech Has. Si trattava sempre della ricerca di un’identità nazionale: autori che sono stati protagonisti anche di successive rotture e innovazioni del nuovo cinema polacco insieme alla generazione nata nella famosa e vivace Scuola di cinema di Lodz, come Roman Polanski, Jerzy Skolimowski, ma anche Kazimierz Kutz, Janusz Morgenstern, Tadeusz Konwicki e più tardi Krzysztof Zanussi e Andrzej Zulawski. I successivi periodi sfuggono a classificazioni. Quello che i critici hanno chiamato il cinema dell’inquietudine morale degli anni Settanta non corrisponde alle realtà individuali di Wojciech Marczewski, Agnieszka Holland e soprattutto di Krzysztof Kieslowski, il più amato dalle nuove generazioni del pubblico e dei critici italiani.
Una breve presentazione del cinema polacco come questa non può prescindere dal cinema documentario, sperimentale e di animazione, la cui storia si intreccia con quella del grande cinema e spesso la precede. Molti degli autori polacchi citati hanno iniziato con il documentario - Wajda, Has, Munk e più tardi negli anni Settanta, fedeli alla “scuola di Karabasz”: Krzysztof Kieslowski, Marcel Lozinski, Marek Piwowski, o tra i nuovi autori, vincitori dei più importanti festival, Maciej Drygas, Dariusz Jabblonski, Pawel Lozinski, Maria Zmarz-Koczanowicz, solo per citarne alcuni.
Quando si parla del cinema polacco in Italia manca un riferimento fondamentale, quello della fruizione dei film nelle sale. Gli autori dei quali abbiamo parlato hanno avuto modo di farsi conoscere, ma questa è solo una piccola parte della grande produzione polacca. Sembra che sia più fortunato il cinema sperimentale d’animazione realizzato non solo da autori di cinema: dallo scrittore Stefan e Franciszka Themerson, dal designer industriale Andrzej Pawlowski, dagli artisti visivi Jozef Robakowski e Jerzy Kalina agli animatori di fama mondiale come Jan Lenica, Walerian Borowczyk e Zbigniew Rybczyski - vincitore dell’Oscar per il suo Tango e uscito in Italia in dvd, e Tomasz Baginski, nominato anche lui all’Oscar per il film d’esordio Cattedrale. Oggi per fortuna esiste un modo per conoscere il cinema polacco, soprattutto giovane: non solo attraverso il web, ma anche grazie ai festival di grande respiro come Nuovi Orizzonti a Breslavia (luglio), dove in dieci giorni vengono presentate 600 pellicole, Camerimage, il più importante festival internazionale di direttori di fotografia, lo storico Festival del cinema polacco di Gdynia e molti altri. E per conoscere il cinema polacco, ecco una selezione di dieci film da non perdere.
Cenere e diamanti
1958, Andrzej Wajda
Uno dei primi capolavori del regista che più ha saputo raccontare le complessità della storia polacca. Il film comincia il primo giorno dopo la fine della seconda guerra mondiale e si svolge in due giorni. Protagonista Maciek, combattente nazionalista che ha il compito di assassinare Szczuka, il segretario comunista del Partito dei lavoratori di ritorno dall’Urss. Mentre tutti festeggiano la fine del conflitto la tragedia ha luogo simboleggiando anche la conclusione delle pulsioni politiche forti, oneste, impegnate per dare spazio al compromesso e ai calcoli che seguiranno negli eventi storici.
Madre Giovanna degli angeli
1961, Jerzy Kawalerowicz
Vincitore del premio speciale della giuria al Festival del cinema di Cannes, è una pellicola ambientata nel Settecento in un convento polacco. Le monache sono tormentate dalla presenza del demonio e un prete viene inviato per esorcizzarle. Non resisterà nemmeno lui al richiamo della carne. Ispirato a fatti realmente accaduti, il film, scritto durante gli anni dell’occupazione nazista, vuole interpretare messaggi libertari e antioscurantisti. Kawalerowicz, oltre a essere un prestigioso cineasta, produsse tutte le più importanti pellicole della scuola polacca resistendo alle continue pressioni del Partito comunista.
La passeggera
1963, Andrzej Munk
Presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 1964, seppur incompiuto fu subito indicato dalla critica come un capolavoro nell’analizzare il rapporto tra carnefice e vittima. Protagoniste del film due donne, la carceriera tedesca Liza e la prigioniera polacca Marta, che si incontrano su una nave anni dopo la fine della guerra e la chiusura dei lager nazisti. Il film racconta in flashback il rapporto tra le due donne all’interno del campo di concentramento lasciando quasi sullo sfondo le atrocità cui erano costretti i reclusi. Il regista Munk, nato nel 1920 a Cracovia e diplomatosi alla scuola di cinema di Lódz, fa parte della cosiddetta scuola polacca insieme a Wajda, Has, Kawalerowicz. Muore in un incidente in moto proprio durante la lavorazione di questo film.
Il manoscritto trovato a Saragozza
1965, Wojciech Has
Tratto dall’omonimo romanzo di Jan Potocki, il film narra le avventure del giovane capitano delle guardie valloni Alfons van Worden in viaggio a Madrid. Ambientato alle fine del Settecento, è un incastro di scatole cinesi con continue storie nella storia. L’incontro con due principesse moresche e momenti straordinari con matematici e cabalisti rendono la pellicola surreale. E proprio surrealista è spesso definita dalla critica l’opera di Has che si stacca quindi dall’impegno politico profuso spesso dai suoi colleghi polacchi per sperimentare la sua creatività portandola a estremi estetici fuori dal tempo. La visionarietà è un tratto caratteristico che lo distingue completamente dagli altri.
La terza parte della notte
1972, Andrzej Zulawski
Michal assiste impotente all’uccisione da parte di soldati nazisti della moglie e del figlio e quindi decide di entrare a far parte della resistenza. Per sfuggire a un agguato si nasconde mentre quello che sembra essere un suo perfetto sosia viene ucciso al suo posto. Il protagonista scopre anche che la moglie del sosia assomiglia alla sua. Da qui la battaglia diventa tutta emotiva e psicologica in un crescendo ben sottolineato da una colonna sonora di grande impatto. Opera prima di Zulawski, per anni assistente alla regia di Wajda, autore controverso i cui film furono banditi dalla Polonia e che quindi fu costretto a rifugiarsi in Francia per continuare a realizzare pellicole.
Colori mimetici
1976, Krzysztof Zanussi
Una scuola estiva di lingue, due metodologie di approccio con gli studenti, due professori che proprio non hanno nulla in comune. Uno è più moderno e progressista, mentre l’altro è un mediocre che preferisce la banalizzazione dei ragionamenti. Una metafora di un Paese che, negli anni Settanta, comincia a mettere in discussione i dogmi del socialismo reale. Zanussi, di lontanissime origini friulane, è uno fra i più importanti cineasti polacchi nonché autore di una serie di saggi sul cinema. Nel 2007 ha girato in Italia il film Il sole nero con Valeria Golino.
Decalogo
1989, Krzysztof Kieslowski
È il caso cinematografico degli anni Ottanta, non solo in Polonia. Il Decalogo è un film in dieci episodi da 60 minuti l’uno prodotti dalla televisione locale e ispirati ai dieci comandamenti raccontati con altrettanti casi giudiziari. Un pretesto per riflettere sulla condizione umana, sulle scelte di vita, che però non vengono mai giudicate in chiave cattolica, ma lasciate aperte al ragionamento esistenziale. La riflessione sulla morale laica prosegue con la trilogia dei colori Film blu, Film bianco e Film rosso girati tra Francia e Polonia. Diplomatosi alla scuola di cinema di Lodz, Kieslowski cominciò come regista di documentari per poi diventare il cineasta polacco con maggiore successo di critica e pubblico a livello internazionale.
Il pianista
2002, Roman Polanski
Tratto dal romanzo autobiografico del pianista Wladyslaw Szpilman, il film narra le sue vicende dal momento dell’invasione tedesca della Polonia fino alla liberazione. Gli anni del ghetto, le deportazioni di massa, il dolore, la fame, ma anche la collaborazione e l’aiuto umano emergono in ogni sequenza della pellicola vincitrice di tre premi Oscar, compreso quello alla regia per Polanski. Il regista, seppur nato in Francia, si forma in Polonia dove vivrà la stessa esperienza di Szpilman nel ghetto di Cracovia. Dopo gli studi alla Scuola di cinema di Lodz inizia come attore per Wajda, ma già nel 1962, con il film Il coltello nell’acqua, ottiene la prima nomination agli Oscar. Poco dopo si trasferisce in Francia e, nel 1968, negli Stati Uniti dove inizia una carriera a Hollywood che gli garantisce fama internazionale.
Essential killing
2010, Jerzy Skolimowski
Ambientato nelle foreste della Masuria, il film racconta di un prigioniero afghano nelle mani della Cia che sta per essere trasportato in una base segreta in Polonia. Un incidente stradale uccide gli altri detenuti e guardie, ma lui riesce a fuggire. Ma deve anche sopravvivere e non è facile con 35 gradi sotto lo zero. La battaglia per la vita diventa quindi il tema centrale della pellicola hollywoodiana, anche nel cast. Premiato con il premio speciale della giuria a Venezia, Skolimowski ben rappresenta la lobby di registi polacchi che hanno raggiunto l’apice del successo oltreoceano, anche se il suo cinema più interessante è quello prodotto in Polonia come Walkower o Mani in alto.
Nell’oscurità
2011, Agnieszka Holland
Candidato all’Oscar 2012 come miglior film straniero, Nell’oscurità è tratto da una storia vera avvenuta a Leopoli, nel 1943. La città è occupata dai nazisti a caccia di ebrei nascosti. Leopold Socha lavora nelle fogne e gli viene chiesto di collaborare nella ricerca di ebrei che si nascondono sottoterra. Impiega poco tempo a trovarne qualcuno disposto però a pagarlo per mantenere il segreto. Poco alla volta, nonostante l’ingordigia di Socha, comincia ad aiutarli senza ricevere nulla in cambio in un processo empatico che lo costringe a tirar fuori il coraggio nascosto.
(si ringrazia Malgorzata Furdal per la collaborazione)
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Informazioni
- Pubblicato il: 25 gennaio 2012
- Autore: Barbara Gallucci
- Sezione: Qui Touring Speciale
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