Confini - Le visioni del Nordest
“L’ho vista e ho pensato: deve essere mia”. Dicembre, alle cinque del pomeriggio buio pesto. Inizia a nevicare. Beviamo un bicchiere di Montepulciano e immaginiamo Michal Drynkowski che arriva a quella che una volta era la stazione degli zar e che in quel momento non è che una ragnatela con qualche muro addosso. “Uno sano di mente non avrebbe mai pensato quello che ho pensato” sorride, con la moglie che lo guarda sognante. Ovvero: trasformare la stazione ferroviaria costruita nel 1903 dallo zar Nicola II in un ristorante di gran classe. E poi la torre dell’acqua in albergo. E poi far arrivare dei treni e convertirli in stanze e poi magari riattivare la linea e poi chissà. Intendiamoci: Bialowieza era la riserva di caccia dello zar, il luogo di vacanza di principi e re. La stazione è persa tra i boschi, oggi come ieri. “Abbiamo venduto tutto, lasciato Poznan e ci siamo trasferiti qui nel 2003. Nei primi tempi non è stato facile” confessa la moglie Katarzyna. “D’inverno mi sembrava di essere Lara nel dottor Zivago. Mio Dio, dove sono finita, pensavo. Ma il nostro ristorante degli zar – Carska – funziona. Bialowieza è Bialowieza. E non tornerei indietro”. Brindiamo ai sogni diventati realtà, e a quelli che lo diverranno.
“Bialowieza è Bialowieza”. Stiamo ancora pensando alle parole di Katarzyna, mentre la mattina dopo ci addentriamo con Kamil Witkos nell’area strettamente protetta del parco nazionale, quella cui si può accedere solo con una guida. Kamil, appunto. Spunta un pallido sole, le ghiandaie schiamazzano, un picchio batte il tronco come un martelletto impazzito. “Questa foresta è unica” spiega Kamil. “Non esistono più foreste di pianura, in Europa, e boschi dove la natura viene lasciata libera di fare il suo corso. Vedi tutti questi tronchi per terra? Sono alberi caduti, nessuno li tocca, servono a tanti animali per trovare riparo e nutrimento. Ah, dovresti tornare in primavera, non passa il sole tra gli alberi”. Anche così è bello, comunque, c’è una pace irreale, pare di essere finiti in un documentario, quelli in cui si vedono i funghi crescere a ritmo accelerato e le foglie cadere e i germogli nascere dalla terra. La vita, insomma. Chiediamo a Kamil se i polacchi si rendono conto dell’importanza di Bialowieza. Ride. “Forse non sono consci della rilevanza naturalistica” risponde “ma tutti i polacchi sanno che cos’è, ci si viene in villeggiatura, qui, e poi ci sono i bisonti”. Già, i bisonti. Il simbolo. Li vediamo in quella che è chiamata riserva ma in realtà è un grande giardino zoologico che ospita i mammiferi della foresta, lupi, linci, caprioli, alci e anche loro, ovviamente, gli zubri, i bisonti. “È qui che li abbiamo salvati dall’estinzione” dichiara orgoglioso Kamil. Riportare alla vita una specie. Altro sogno, altra visione (si veda l’articolo a pag. 90).
Pare che in Podlachia ci siano sogni a ogni angolo. Più procediamo in quest’angolo del Nordest polacco e più incontriamo gente che sogna, che tiene in piedi un sogno, che l’ha realizzato o ci prova. Sarà quest’aria di confine, oggi con la Bielorussia e la Lituania, ieri tra altri mille Stati, a forgiare la gente, a darle ispirazione, a fornirle coraggio per inventare, creare? Difficile a dirsi, anche perché queste lande di boschi e di laghi sono sì belle per una campagna intatta e florida, stracolma di cicogne che in estate affollano comignoli, torri e pali della luce, ma non è che invitano più di altre a sognare. Eppure ci vuole proprio un sogno, per tener viva una tradizione contro il tempo che cancella, il mondo che ingloba. “Io sono orgogliosa delle mie radici tartare e mai e poi mai ci rinuncerei. Le mie figlie lo sanno”. Seduti a un tavolo di legno, Dzenneta Bogdanowicz non sta più nella pelle a farci vedere decine di foto scattate a Palermo un paio di mesi prima. Lei che prepara il pierekaczewnik, lei che lo cucina, lei che lo offre per una platea di 400 persone, giunte a festeggiare il semestre polacco di presidenza Ue. “Mi hanno chiamato dall’Ambasciata perché rappresento una minoranza, volevano un simbolo di interrelazione culturale. Chi meglio di noi tartari? E sapessi che soddisfazione far assaggiare a tutti il pierekaczewnik, quanti applausi ho ricevuto...”. In effetti la sfoglia ripiena di carne, tipica della tradizione musulmana, è proprio da applausi. Sì, musulmana: perché qui a Kruszyniany, sperduto villaggio al confine con la Bielorussia, c’è una piccola comunità sunnita che mantiene vive “tradizioni, religione, cucina”, come spiega Dzemil Gembicki, occhi sottili, volto orientale, che ci guida alla moschea locale. Ora, la moschea è come una chiesetta di legno, nessuno nel Settecento aveva idea di cosa fosse un minareto, si replicavano modelli esistenti. Solo che c’è una mezzaluna sopra, e dentro tappeti su cui i piedi scalzi ci mettono due secondi a gelare. “Ci viene l’imam da Bialystok, ogni tanto. Lui lavora in banca”. Dzemil sa tutto dei tartari, genti mongole che si stabilirono qui nel 1679, e poi convissero pacificamente con i locali, anzi, ci combatterono accanto. “Lo sapevi che anche Charles Bronson era un tartaro? Ora in Polonia siamo quattromila. Tutti vengono a farsi seppellire qui” racconta, mentre passeggiamo in un surreale cimitero, sotto gli abeti, con le lapidi scritte in cirillico e le falci di luna ricoperte di muschio.
I tartari di Kruszyniany non sognano rivendicazioni. Gli ortodossi di Suprasl neppure. Gli uni vogliono far sapere al mondo chi sono, gli altri mostrare al mondo i loro tesori. Ovvero una collezione di icone che non ha pari, come non ha pari il museo inaugurato nel 2005 per ospitarle, all’interno del grande monastero in centro al paese. Ricostruzioni di ambienti, il buio che in ogni sala diventa a poco a poco luce illuminando le icone, i canti dei monaci come sottofondo: pare di stare in America, invece siamo in Podlachia. Senza contare la bellezza delle opere esposte, e la loro sapiente esposizione tema per tema, storia per storia. Prenotate una visita guidata in inglese e vedrete, sarà uno dei ricordi più belli del viaggio. Per un sogno realizzato, un altro da realizzare: quello di ricostruire i mirabili affreschi che ricoprivano le pareti della chiesa dell’Annunciazione, proprio in mezzo al monastero. Un manipolo di tedeschi, alla fine della guerra, buttò delle bombe nelle navate, quel che si salvò - ben poco - è nell’ultima sala del museo. “Guardate le foto, non era bellissimo?” ci mostra la guida Piotr Sawicki, sgranando gli occhi di fronte ad angeli e santi.
Ci vorranno soldi e tempo, ma gli ortodossi sono tenaci. “Siamo 500mila, in Polonia, di cui due terzi in Podlachia” spiega Anna Raczkowska, padre ortodosso madre cattolica e un bel piercing sulla lingua, mentre saliamo al Sacro Monte di Grabarka. Che così, nel buio di una sera d’inverno, sotto la luce della luna piena, assume un’atmosfera a metà tra il mistico e lo spettrale. “Grabarka è uno dei luoghi più importanti per gli ortodossi” spiega Anna. “Qui, nel Settecento, una sorgente guarì da un’epidemia di colera. Da allora ogni 19 agosto migliaia di pellegrini vengono su questa collina a pregare e a portare la propria croce. Un momento così sentito, guarda, mi vengono i brividi anche ora”. Attorno alla chiesetta, sotto gli alberi, c’è una selva di croci di legno. Grandi, piccole, minuscole, enormi. Croci su croci, una sull’altra, tre bracci orizzontali per ciascuna, come vuole la tradizione ortodossa. “Qualcuno dice che sono diecimila”. Impressionante. “Ah, dovresti tornare in estate”.
Anna è la general manager del castello di Tykocin, vicino a Bialystok, così ci porta a scoprire il maniero, che ha avuto un’importanza fondamentale, nella storia della Polonia trecentesca, qui visse Sigismondo II Augusto, e poi è stato disastrato da vari passaggi. Ora un industriale locale ha venduto tutto per ricostruirlo da zero, facendo una ricerca minuziosa in mezza Europa per recuperare le planimetrie originali. “Siamo giunti a metà dell’opera” spiega Anna, che ci conduce per le immense stanze, in procinto di diventare sedi di eventi e matrimoni. Vendere tutto per un sogno. Altra visione. Si è frantumata invece quella degli ebrei che abitavano il paese: spazzati via dalla guerra, di loro non rimane che la meravigliosa sinagoga a metà tra il rinascimentale e il barocco, miracolosamente sopravvissuta alle bombe. Sui muri, a caratteri giganti, passi delle scritture in ebraico. Abbiamo visto caratteri arabi, cirillici, latini, ebraici gli uni vicini agli altri. E siamo ben lontani dall’essere in una metropoli.
Il viaggio in Podlachia si conclude con un’ultima visione, che tra tutte è forse la più surreale, e la più bella. Al parco della Biebrza, immensa area paludosa di campi e canneti, dove i turisti si inoltrano silenziosamente con barche e canoe, l’ornitologo Piotr Marczakiewicz ci spiega qual è il suo sogno. “Salvare un piccolo uccellino, il pagliarolo, che fa il nido solo nei prati sfalciati del Centro Europa. Visto che nessun contadino sfalcia più i prati, il pagliarolo è in pericolo. Così nel parco, dove nidifica il 15 per cento della popolazione mondiale, cerchiamo di sfalciarli noi. E per farlo, abbiamo riadattato gli unici mezzi che possono penetrare in questi terreni acquitrinosi: i gatti delle nevi. E funziona!”. Gatti nelle paludi. Lunga vita ai sogni della Podlachia.
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Informazioni
- Pubblicato il: 25 gennaio 2012
- Autore: Stefano Brambilla
- Sezione: Qui Touring Speciale
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