Nowa Huta - La città d'acciaio
Maciek si sente arrivare da lontano. La sua Trabant rosso Ferrari fa lo stesso rumore (più o meno) del bolide modenese, pur andando a un terzo della velocità. Sulla portiera l’adesivo di Crazy Tours, guide matte che conducono alla scoperta della loro città: Nowa Huta, a pochi chilometri da Cracovia. Il problema è che Maciek è alto e sul gioiello della produzione automobilistica dell’Est europeo sta un po’ stretto, però mostra con orgoglio l’assenza completa di optional e di riscaldamento. Anche le cinture di sicurezza sono state applicate successivamente e funzionano con un meccanismo al contrario. La gente si volta a guardare e sorride. I più adulti perché la Trabant (che in tedesco significa sia satellite, sia compagno di viaggio) è un ricordo del passato. Un passato lungo 28 anni di produzione ininterrotta che copre più generazioni. Come a dire che in Italia c’è chi si commuove al passaggio di una 600 o di una Alfasud. Per i più giovani, invece, la Trabant è un oggetto alieno, ma inevitabilmente comico. “Mi ricordo un’epica vacanza fino alla Ddr con questa macchina. Avevo cinque anni e mi sentivo un gran figo” racconta ridendo Maciek, nato nel 1983 e testimone bambino degli ultimi anni di socialismo reale polacco. Ingrana le marce e inizia a raccontare Nowa Huta mentre i primi casermoni si affacciano all’orizzonte.
Avevano un piano
“Il progetto della città fu realizzato nel 1949. Doveva essere il cuore del primo piano programmatico di sei anni della Polonia. Tutto doveva ruotare intorno alla nuova acciaieria (Nowa Huta in polacco, ndr), con un piano urbanistico di concezione anglosassone. Scelsero questa zona perché era rurale e perché bisognava infastidire Cracovia, troppo spocchiosa e intellettuale per Stalin. Ci volevano più proletari in giro!”. Arrivati in centro città, parcheggia il bolide e prosegue a piedi. Il cuore del progetto è un esempio perfetto di razionalismo sovietico con influenze estetiche parigine. La via delle rose è l’asse centrale. Ai lati si sviluppano gli edifici che, a loro volta, con una serie di archi, conducono ad altri edifici. “Durante il socialismo reale eravamo tutti uguali, ma qui ci abitavano quelli... più uguali: funzionari del partito e simili. Gli appartamenti erano più grandi e, sulla strada, si affacciavano le vetrine chic”. Nowa Huta era sì una città operaia, ma era soprattutto un simbolo. Simbolo perfetto per la propaganda, strumento essenziale per qualsiasi regime qui elevato ai massimi livelli. In questa grande strada pedonale svettava un’enorme statua di Lenin proteso verso il futuro, come al solito, pronto a guidare le masse verso il sol dell’avvenire, con due spalle larghe che lo facevano sembrare un culturista. Stando ai ricordi e alle fotografie era sovradimensionata come statua e sempre ripresa dal basso verso l’alto con l’effetto, ai limiti del surreale, di un Lenin anche più alto degli edifici di cinque piani. “Anche quella era propaganda” prosegue Maciek “come il dire che i portici erano abbastanza larghi da permettere il passaggio dei carri armati sovietici. Non è assolutamente vero, ma nessuno in passato aveva voglia di sperimentare stuzzicando le forze armate russe”. E c’è da credergli sulla parola. Sul destino della statua di Lenin e tutte le altre ci sono diverse versioni (un collezionista svedese ne ha acquistate a decine per il suo parco di soviet divertimento), però per nostalgici e fan del vintage basta entrare nel vicino bar ristorante Stylowa e fare un tuffo indietro di trent’anni. A gestirlo due ex cameriere che oggi ne sono proprietarie. Dal comunismo al capitalismo senza spostarsi di un metro. Gli arredi non sono cambiati molto. Questo era il locale chic di Nowa Huta e, con uno sforzo di fantasia e la soppressione totale del senso del ridicolo, si capisce anche il perché. Drappi rossi, centrini di pizzo e fiori finti sembrano usciti da una cartolina invecchiata male, ma siccome le proprietarie non sembrano vederci nulla di surreale e fuori dal tempo, meglio sedersi e ordinare. Ed eccolo lì, su un tavolino laterale, a osservare serio la sala, un piccolo Lenin in splendida forma. Onde evitare che qualcuno se lo imboschi è ben inchiodato al tavolo. La proprietà privata va difesa a ogni costo nella nuova Nowa Huta. Ma l’amarcord è solo all’inizio.
Uomini pro
Maciek sfodera un book fotografico che porta ancora più indietro nel tempo. È il 1950 quando le terre dei pochi contadini della zona vengono espropriate e centinaia di muratori e operai cominciano a scavare le fondamenta della città. Uno sforzo epico per realizzare, un mattone dopo l’altro, un’utopia. Anche in questo caso la propaganda lavora sodo mostrando a tutta la Polonia immagini edificanti, in senso morale e reale. Si trova anche l’erede di Stachanov, tale Mateusz Birkut, capace di assemblare 30mila mattoni in poche ore. Esempio perfetto dell’orgoglio operaio, da mostrare al mondo, almeno fino al decadimento inevitabile (come narrato dal regista polacco Andrzej Wajda nel film L’uomo di marmo nel 1976). Grazie a Birkut e a migliaia di altri uomini, nel 1959 viene inaugurata la prima parte della città. Un semicerchio con tre assi principali numerati, sui quali si affacciavano eleganti palazzi. In fondo a uno di essi, l’ingresso alla fabbrica realizzato in uno stile eclettico con due edifici ai lati soprannominati il Vaticano, anche se delle architetture del Bramante o del Bernini non c’è traccia. Oggi la strada è dedicata al movimento che più di ogni altro in Polonia ha attaccato il regime: Solidarnosc. La rivoluzione passa anche attraverso la topografia. Qui a Nowa Huta in particolare, visto che un’altra strada è dedicata a Papa Wojtyla e la piazza centrale porta il nome Ronald Reagan (forse unica al mondo). “È che ai polacchi piace il cinema” ironizza Maciek. E, come al cinema, è il momento di andare a vedere questa protagonista nascosta, come la mamma in Psycho, che non si capisce mai quanto sia vera o proiezione di un incubo. L’insegna non lascia intendere molto: Huta im. T. Sendzimira. Benvenuti all’acciaieria. “Sendzimira era un ingegnere che lavorò qui negli anni Settanta, il periodo di maggiore espansione dell’impianto” continua Maciek. “Prima era dedicata a Lenin”. Ovviamente, verrebbe da aggiungere. Il quale probabilmente si ribalterebbe nella sua teca di vetro al Cremlino se sapesse che ora il gioiello dell’acciaio polacco è in mano a un indiano, anzi dell’indiano più ricco del mondo, Mittal. La produzione è decisamente rallentata, gli impianti sono vecchi e solo sbirciando dietro una fitta e alta schiera di alberi si scorge una ciminiera. Tutta l’acciaieria è inaccessibile, perché se la guerra fredda è finita quella economica è sempre viva e lotta insieme a noi. Un tempo si narra che la polvere che usciva dalla fabbrica arrivasse fino a Cracovia ricoprendo la città gioiello di una patina grigia altamente inquinante e tossica. Qualcuno sostiene addirittura che, prima di realizzare i camini, si sia studiato l’orientamento del vento proprio affinché il maggior fastidio arrivasse lì. Dettagli di un’epoca finita, che in Nowa Huta non vede più un simbolo di progresso, ma di imbruttimento. Anche architettonico, perché se nei sogni di Stalin questa doveva essere una città emancipata, con case belle, molto verde, persino un laghetto artificiale, senza chiese e simboli religiosi, nel corso degli anni si è badato più alla sostanza e alla necessità di alloggiare in fretta circa 200mila persone.
Hasta la victoria
Tra gli anni Sessanta e Ottanta la sequenza di casermoni in ordine sparso, costruiti senza seguire più nessuna logica, ha preso il sopravvento e oggi si respira aria di periferia degradata. Una rapida escursione su YouTube conferma anche la presenza di rapper locali che, se non cantassero in polacco, potrebbero senza dubbio essere di Detroit. A dimostrazione che al degrado non c’è limite, anche la Trabant sembra incerta nel rimettersi in marcia e poi non funzionano le luci. Meglio salire sulla Lada. Il salto dalla produzione della Ddr a quella dell’Urss prevede un netto miglioramento: il riscaldamento. Maciek la guida con sprint continuando a raccontare pregi e difetti di una città in cui è nato e tuttora vive. “Gli urbanisti che la idearono erano a loro modo geniali. Hanno fatto strade ampie e persino i primissimi parcheggi sotterranei per ogni condominio. Peccato che nessuno si potesse permettere una macchina! A Nowa Huta sono venuti in visita personaggi politici internazionali per vedere lo splendore dell’ideale comunista messo in pratica. Arrivò anche Fidel Castro! Però non poté dormire qui perché non c’erano alberghi. Ironia della sorte, dormì a Cracovia...”. Poi arrivarono gli anni Ottanta e tutto prese una piega diversa. Il sindacato Solidarnosc stava cominciando a prendere piede a Danzica e, lentamente, raggiunse anche Nowa Huta. Le manifestazioni si susseguirono anche tra gli operai siderurgici del Sud del Paese.
Il sostegno fondamentale della Chiesa cattolica consentì agli aderenti di resistere anche negli anni di dura repressione che continuarono fino al 1989. Anche a Nowa Huta un monumento ricorda la vittoria finale, ottenuta nel 1990 con il leader del movimento Lech Walesa eletto presidente. Si trova nella piazza centrale, dedicata a Ronald Reagan, non lontana da dove c’era la statua di Lenin. Perché ogni star ha la sua epoca.
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Informazioni
- Pubblicato il: 25 gennaio 2012
- Autore: Barbara Gallucci
- Sezione: Qui Touring Speciale
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