Irlanda: isole nell'isola
Per essere un ricordo del proprio Paese, l’ultimo ricordo, non era brutto. Anzi, era epico e maestoso: un faro alto trenta metri, solitario come deve essere un faro costruito chissà come su uno scoglio tra le onde dell’Atlantico a tredici chilometri dalla costa meridionali della contea di Cork. Ma i milioni di emigranti irlandesi che hanno visto nel faro di Fastnet Rock l’ultimo lembo della propria terra non dovevano farci troppo caso alla sua austera maestosità. “Ireland’s teardrop”, lo chiamavano: le lacrime dell’Irlanda. Brutto o bello, era l’ultima visione dell’amata patria e tanto bastava per fissarlo, con tristezza, nei cuori.Oggi il faro di Fastnet Rock è disabitato. L’ultima famiglia di custodi che viveva tra le onde ha lasciato le stanze ai piani bassi negli anni Sessanta. Un destino, l’abbandono, comune a quasi tutte le isole della costa meridionale irlandese.
Great Blasket, a poche miglia dalla penisola di Dingle è disabitata dal 1953, quando gli ultimi 23 abitanti se ne sono andati. Garinish, un giardino fiorito nel cuore della baia di Bantry, da sempre è abitato solo da una colonia di foche. A Skellig Michael, la più famosa tra le isole della costa Ovest, non vive stabilmente anima viva dal XIV secolo. Nell’Ottocento avevano mandato una famiglia a gestire il faro, ma gli ultimi eredi, padre e figlio, se ne sono andati negli anni Cinquanta. A Cape Clear sono rimasti in 114, durante l’ultima guerra erano quasi duemila. A Heir island, a qualche colpo di remo da Baltimore, oggi sono in 27, ma non hanno pub, un vero disastro per la socialità degli irlandesi. Sull’isola di Sherkin, di fronte a Baltimore, di pub ce ne sono due, e forse per questo gli abitanti sono oltre cento.
Sono isole ispide, queste. Il cielo è davvero come canticchiava la Mannoia: un enorme cappello di pioggia, un tappeto di nuvole che corre veloce e muta mille volte al giorno. Il mare è traditore, seminato di relitti e punteggiato di scogli, ma il pesce non manca. La terra dava pochi e duri frutti un tempo; ne dà ancora meno oggi che non la coltiva più nessuno, lasciando spazio, che non manca, a pecore e mucche allevate allo stato brado, vero orgoglio irlandese. Così le storie che raccontano gli abitanti di queste isole parlano di solitudine e difficoltà, ma anche di orgoglio e attaccamento estremo alla propria terra. “Ora siamo meno che mai nella nostra storia. Non cresciamo da anni, ma neanche diminuiamo e questo è positivo” racconta Mary O’Driscoll, che a Cape Clear gestisce una delle due guesthouse e l’unico pub. “Certo, i ragazzi per trovare lavoro devono andare sulla terraferma, oppure imbarcarsi, come mio figlio. Ma le loro partenze sono compensate dalle persone che arrivano e decidono di metter su casa. Negli ultimi anni abbiamo famiglie francesi, inglesi e dublinesi che passano qui diversi mesi l’anno”.
Si innamorano di questa spoglia bellezza, di quell’idea d’Irlanda fatta di passeggiate nel verde, letture e silenzi interrotti da un pomeriggio speso a parlare nell’immancabile rifugio del pub. Ed è la comunità, il senso di sentirsi parte di un luogo e del suo destino, che rende la vita sull’isola piacevole. Ne è fortemente convinta Mary. “Ci sono problemi pratici, certo, ma possiamo risolverli. Grazie a internet non ci sentiamo troppo isolati. Certo, se ci fosse più gente la vita qui sarebbe più allegra, com’è in estate, quando arrivano gli studenti di gaelico e facciamo il festival di poesia. Mentre in inverno passiamo lunghi mesi in solitaria: al massimo arriva qualche birdwatcher. Però questi ritmi a me piacciono”. Il traghetto arriva quattro volte al giorno anche col mare grosso e se manca qualcosa basta chiamare e la portano in barca. “Cosa mi manca della terraferma? Gli alberi: qui non ce ne sono”, sorride.
Gli scrittori di Great Blasket
Se Cape Clear resiste, Great Blasket, nella contea di Kerry davanti alla penisola di Dingle, ha desistito quasi 60 anni fa. “Questo è l’arcipelago più occidentale di tutta l’Irlanda”, spiega Mike Carney nelle sale della Great Blasket Experience, un museo multimediale che presenta la storia dell’isola, raccoglie cimeli della vita che fu, e introduce alla vita dei tanti scrittori che a Great Blasket sono nati e vissuti. “Le condizioni atmosferiche erano spesso difficili, soprattutto in inverno, quando vento e nebbia erano la consueta sorpresa di ogni risveglio, e i tre chilometri di mare che la separano dalla penisola erano impraticabili per giorni. Forse proprio per questo isolamento Great Blasket era un posto dove tutti, donne, uomini e bambini, sapevano leggere e scrivere, già nell’Ottocento”, spiega Mike. Da qui la fama di Great Blasket, isola di scrittori in un’isola di scrittori, con un patrimonio di volumi che riempe lo scaffale di una libreria.
Gli autori più famosi, almeno in Irlanda, si chiamano Tomás Ó Criomhthain, Peig Sayers e Muiris Ó Súilleabháin. I loro libri, rigorosamente in gaelico, attingono a un patrimonio di storie raccontate la sera davanti al fuoco. Storie ricamate, cambiate e accresciute ogni volta che venivano declamate. Storie che hanno preservato la memoria di quest’isola disabitata dal 1953. In quell’anno il governo irlandese annunciò agli isolani che non era più in grado di assicurare la sicurezza, e lasciò loro l’onere di decidere. “Avevano capito che non c’era futuro: l’unica scelta era andarsene. Ma non in ordine sparso, facendo appassire l’isola poco alla volta. Per questo tutti insieme decisero di votare, come ai tempi in cui eleggevano il loro re, e decisero di abbandonare l’isola, dove oramai era rimasto un solo ragazzo. Io”, conclude Mike. Così ora a Great Blasket rimane qualche rudere, alcuni asini, un piccolo porto che non è più di un’insenatura poco profonda, cumuli di rocce ed erba piegata dal vento. In estate un traghetto porta i turisti a scarpinare per i sentieri. Con una passeggiata agevole di tre ore e mezza si fa il giro completo. Il governo vorrebbe trasformarla in un parco, ma qualche discendente dei vecchi abitanti non ha dismesso la speranza di ricostruirsi una casa, fosse anche solo per l’estate.
Sono invece un’area protetta già da qualche anno le Skellig. Isole difficili da raggiungere, oggi come una volta. Una delle due, Little Skellig, è un santuario degli uccelli, oltre 50mila: tra cui migliaia di coppie di sule e pulcinella di mare, ma è proibito sbarcarci, dunque il problema non si pone. L’altra, Skellig Michael, Patrimonio Unesco dal 1996 per via del suo spettacolare monastero medievale, la scorsa estate è stata raggiungibile in media due giorni al mese. Negli altri il mare era troppo forte per rischiare l’attracco. I turisti si possono consolare scoprendone la storia alla Skellig Experience, un museo multimediale costruito sull’isola di Valentia da dove partono i battelli che tempo permettendo portano a Skellig Michael. Chi invece riesce a sbarcare deve salire i 650 scalini scolpiti nella roccia per arrivare al tesoro di Skellig, l’incredibile monastero. È il sesto secolo quando i primi cristiani irlandesi cercano un luogo sufficientemente isolato dove poter pregare con calma e contemplare il creato. Lo trovano su quest’isola a dodici chilometri dalla costa. Poco più che uno scoglio inospitale, privo di terre arabili e fonti d’acqua, con una superficie utile di poche centinaia di metri coperti di roccia. Il posto ideale per sentirsi più vicino a Dio. Per sette secoli una dozzina di monaci si avvicendarono, resistendo a vichinghi e tempeste, vivendo in celle di pietra simili a un trullo costruite a picco sulle scogliere.
Nebbia permettendo, il profilo a pinnacolo delle Skellig si scorge dalla costa. Per George Bernard Shaw, rappresentavano “l’incanto che ti porta lontano da questo tempo e da questo mondo”. E certo vedendole viene da domandarsi come fosse possibile quindici secoli fa vivere in un ambiente tanto inospitale. Come fu possibile costruire una chiesa e dodici celle, scavare 2.300 scalini e cinque cisterne nella roccia? Skellig Michael non era il solo monastero della costa Ovest. In quei secoli ce n’erano altri 23 sparsi sulle isole. Skellig era il più isolato e il più complesso, l’unico che ha resistito agli assalti della storia. Come un faro in mezzo al mare.
Info
Da sapere
Prefisso telefonico: 00353.
The Skellig experience centre: al porto dell’isola di Valentia, è il museo che permette di conoscere la storia delle Skellig. Le barche per la visita (da prenotare) partono da qui (apre a marzo; ingresso 5 euro).
The Blascaod Centre: il museo multimediale che racconta la storia di Great Blasket si trova a Dún Chaoin, a 16 chilometri da Dingle (aperto dal 1° aprile al 26 ottobre, ingresso 4 euro, tel. 66.9156444).
Arrivare
Aereo: tutto l’anno voli diretti Aer Lingus da Roma a Cork, la città più vicina alle isole, e da Roma e Milano per Dublino; stagionali estivi, con varie periodicità, da Bologna, Catania, Napoli e Venezia per Dublino. Info: www.aerlingus.com.
Le isole: per arrivare a Great Blasket occorre giungere a Dingle; da qui si deve andare a Dún Chaoin dove c’è il ferry (25 euro a/r, 15 minuti); sull’isola non ci sono sistemazioni. Per Skellig bisogna arrivare a Valentia, 11 km a ovest del Ring of Kerry; da qui imbarcazioni per l’isola, da prenotare; per dormire meglio scegliere Portmegee, a Valentia ci sono poche possibilità. Per Cape Clear e Sherkin si deve raggiungere Baltimore, a circa un’ora d’auto da Cork. Per Cape Clear c’è un ferry quattro volte al giorno (45 minuti); anche noleggio imbarcazioni. Per Sherkin, ferry (10 minuti) otto volte al giorno; per altre corse, Vincent O’Driscoll (tel. 87.2447828).
Dormire e mangiare
Dingle Skellig (tel. 66.9150200): a Dingle, con una grande spa. Doppia da 150 euro. Sulle banchine di Portmegee c’è The Moorings (tel. 66.9477108), locanda con un ottimo ristorante. Doppia da 90 euro. A Sherkin Island, The Islander’s Rest (tel. 28.20116): 21 camere e un pub. Doppia da 90 euro. Cape Clear cottages, tel. 28.39153. Vicino al porto le casette colorate della famiglia O’Driscoll che gestisce anche il pub e un b&b. Doppia da 60 euro.
Altre info
Turismo irlandese, piazzale Cantore 4, Milano; ufficio aperto al pubblico lun-ven 14-17; tel. 02.48296060.
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Informazioni
- Pubblicato il: 17 gennaio 2012
- Autore: Tino Mantarro
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