Meglio una cosa vista che cento raccontate
Il turismo italiano all’estero sembra aver assorbito la crisi: dopo un rallentamento della spesa degli italiani all’estero nel 2009 (-4,3% sul 2008), già nel 2010 ha mostrato segnali di ripresa che dovrebbero confermarsi nella chiusura 2011 (+4,4%), superando i 21 miliardi di euro. Se le destinazioni preferite sono Francia, Spagna e Usa, i motivi che spingono gli italiani a scegliere l’estero sono nel mix di offerta: per il 2011, infatti, la vacanza oltreconfine è stata giudicata meglio rispetto a quella in Italia, in particolare per il fattore prezzo.
Passando da annotazioni generali a considerazioni specifiche connesse a una esperienza particolare di viaggio, come è avvenuto recentemente per 44 soci Touring in Birmania (dove il turismo rappresenta lo 0,7% del Pil e nel 2006 i visitatori sono stati 250mila), le nostre riflessioni assumono una connotazione diversa. Non è il primo viaggio Touring in Birmania (Myanmar, per essere precisi): ne sono stati realizzati anche altri, in un clima di rapporti internazionali diversi dall’attuale. Molti viaggiatori non hanno dimenticato che “bisognava boicottare il turismo che avrebbe portato capitali al regime per il suo sviluppo e per il suo consolidamento al potere”, sulla base di una parola d’ordine, lanciata nel 1998 da Aung San Suu Kyi.
La gran parte dei turisti, anche tra quelli più motivati culturalmente o politicamente, non ha mai creduto a questo autorevole invito, non tanto perché fosse destituito di fondamento reale, quanto perché la gran parte di noi crede che il turismo non produce solo valori economici, svolge una funzione sociale e culturale, sia nei confronti di chi incontriamo, sia nei confronti di noi stessi. Una constatazione provata e documentata nel caso dei viaggiatori Touring: sono preparati e non indifferenti. Preparati, poiché hanno potuto godere di una buona letteratura di riferimento e hanno utilizzato le quattro guide disponibili in italiano, nelle quali non si nascondono le situazioni estreme e si racconta un Paese per anni governato da una dittatura. Non indifferenti perché credono nel valore delle differenze, non accettano fatalisticamente il principio della irreversibilità dei processi di sviluppo, condividono profondamente il confronto tra le culture, sono certi che il turismo incida sul cambiamento dei Paesi ospitanti.
In quest’ultimo viaggio, la centralità tematica è stata il buddhismo, una delle grandi religioni dell’umanità. È stato naturale e automatico per ogni viaggiatore non limitarsi a riflettere comparativamente sulle proprie convinzioni, ma allargare il desiderio di conoscenza dei principi identitari delle diverse religioni, e dei rapporti tra religione e vita quotidiana, tra religione e governo delle comunità, in una prospettiva di relazioni globali tra i popoli del pianeta. È vero: non ci si è confrontati in modo ottimale, strofinando il proprio cervello con quello degli altri, sia per i limiti intrinseci dei viaggi organizzati, sia per i condizionamenti che esistono nel rapportarsi e nel muoversi in questo Paese. Ma è altrettanto vero che, nell’accostarsi ai villaggi, nel soggiornare nelle città e negli alberghi, nel vivere il paesaggio, le abitudini, i patrimoni d’arte e di tradizione, nel constatare in modo diretto lo stato dell’istruzione, della salute, dell’occupazione della gente, si è avuta la possibilità di metabolizzare, in modo critico, il vissuto oggettivo di un popolo.
Enzo Biagi, che è stato un grande testimone del nostro tempo, ci ha suggerito un modo di viaggiare: meglio una cosa vista che cento raccontate. Sono stati molto pertinenti i suggerimenti di David Le Breton (Il sapore del mondo. Una antropologia dei sensi, Raffaello Cortina editore) a conoscere la realtà utilizzando i nostri cinque sensi (il gusto, il tatto, l’udito, l’olfatto e la vista), che ci hanno permesso di immergerci nella società birmana, restituendocene l’unità e il significato. Ci ha guidato anche la grandissima intuizione di Guido Piovene, convinto che un Paese si possa raccontare con gli occhi.
Anche un breve viaggio in alcune parti del Myanmar non può essere decontestualizzato rispetto agli interessi geopolitici delle grandi potenze mondiali attorno a un Paese posizionato in una zona strategica del pianeta, non privo di risorse primarie (minerali, gas, agricoltura, ambiente), e rispetto alle speranze di cambiamento civile e culturale, simbolicamente rappresentato dal Nobel per la Pace 1991 Aung San Suu Kyi.
Lasciando Yangon per andare all’aeroporto e tornare in Italia, siamo passati davanti alla casa dove Aung San Suu Kyi vive, non più agli arresti domiciliari come è stata per moltissimi anni. Oggi può uscire per fare le sue donazioni ai monaci del monastero vicino e per partecipare a incontri e riunioni politiche e culturali. Lo fa passando attraverso un cancello sul quale domina uno striscione con la foto del padre Aung San e con la scritta: “La libertà dei popoli è un dono di Dio”.
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Informazioni
- Pubblicato il: 17 gennaio 2012
- Autore: Franco Iseppi
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