Cari Soci, mi piace, come ho fatto nel numero di Qui Touring dello scorso settembre, sostituire il tradizionale “editoriale” con una lettera aperta rivolta a tutti voi.
Vi sottopongo alcune riflessioni, connesse alla mia quotidiana attività, attorno ai temi-chiave sui quali misurarsi.
Comincio col confessarvi che, man mano che trascorro il mio tempo dentro al Touring, sento la necessità di mettere in discussione il modo tradizionale e approssimativo di utilizzo della parola “turismo”. È naturale che le parole si usurino proprio perché cambiano i valori condivisi che le sottintendono.
La nostra associazione si chiama TOURING (strana parola: un gerundio inglese su una radice francese) perché non c’era una parola italiana che identificasse il nostro comun denominatore. E infatti si scriveva “tourismo” nei nostri primi documenti, da “tour” che come tutti sappiamo letteralmente significa giro, cioè viaggio, movimento.
Uno slogan di propaganda associativa dei primi anni ’70 era: “Touring vuol dire andare, vedere…”. E, fedele al primo obiettivo, l’associazione si propose di “far conoscere l’Italia agli italiani”. Alcune nostre serie editoriali storiche si chiamavano “Attraverso l’Italia”, “Conosci l’Italia”, “Capire l’Italia”, che richiamavano il concetto del “percorrere”, per conoscere e capire. I nostri fondatori avevano intuito il potenziale di crescita sociale e culturale che poteva rappresentare, in particolare nel nostro Paese, il viaggiare, l’andare, il conoscere luoghi, storie, persone, modi di vivere e di esprimersi, anche con l’arte, l’architettura, il cibo, la musica.
A questo spirito dobbiamo ispirarci. Il Touring, che ha tenuto a battesimo e ha fatto crescere la pratica turistica in Italia, si è occupato di tutto: di strade e di mezzi di comunicazione, di ricettività, di monumenti e musei, di paesaggio e di ambiente. Avendo come scopo il viaggiare si è adoperato affinché strumenti pratici, modalità e mete del viaggiare stesso fossero adeguate, ben tenute, accessibili, promosse e valorizzate. Ma in quanto mezzi e non fini. Siamo insomma come degli appassionati di cucina che operano affinché le materie prime siano di assoluta qualità, i cuochi capaci, le attrezzature di cucina adeguate. Il più possibile e per tutti. “Oggi è mercoledì quindi questa deve essere Amsterdam...” è la battuta che una vecchia storiella attribuisce a un ricco turista che fa una vacanza in giro per il mondo, ma sempre nella stessa catena di alberghi, pretendendo di mangiare a modo suo ovunque, sottoponendosi allo stesso tour de force in ogni luogo: dal breakfast alle 8, fino alla città by night la sera.
Non è questo il turismo che ci piace. Come non ci piace quello che cementifica inutilmente, quello che offre contatti addomesticati con le realtà locali, quello che con la scusa del comfort toglie ogni autenticità alle mete, quello che raccoglie souvenir finti-tipici locali, tutti made in China o giù di lì. Per questo la parola turismo mi va stretta, non mi basta più per definire la nostra ragione d’essere. Preferisco il concetto di viaggio che può essere applicato a percorsi itineranti o a mete più stanziali, che può riferirsi a luoghi lontani, ma anche vicini; viaggi nello spazio, ovviamente, ma anche nel tempo: se visito un sito archeologico a due passi da casa, faccio un viaggio nel tempo di migliaia di anni.
Il viaggio è sempre un’emozione. Il turismo, a volte, è paragonabile a un centro acquisti standardizzato e sempre più uguale. Esagero? Non so, comunque ve ne parlo. E vi invito a riflettere sulla proposta (sulla quale altre volte ci siamo soffermati) di qualificare, da oggi, la nostra associazione, come una grande comunità di viaggiatori, e cioè un assieme di persone che quando fanno turismo, lo fanno con una concezione del viaggio e una modalità di viaggiare che comporta un arricchimento culturale, personale, frutto di un confronto consapevole e motivato con le diverse identità dei Paesi e dei popoli che si incontrano.
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