La vigna è bella
“Vorrei tanto un vitelo tonato con fiori di sukka” (due signori tedeschi provano il loro frasario italiano). “Ma la festa del tartufo, a novembre la devono fare, mica a ottobre, a ottobre chi li trova più i tartufi?” (due produttori locali si confrontano sulla valorizzazione del celebre tubero). “Le posso dare un consiglio? Quello da 100 euro è davvero eccellente, si fidi” (un cameriere suggerisce a una famiglia belga il miglior barolo del menu – non necessariamente il più caro). Scene di ordinaria conversazione in un ristorante di Monforte d’Alba, una sera di luglio. Orecchiamo i discorsi dei tavoli vicini, mentre il sole cala sui vigneti delle Langhe e l’afa della giornata evapora in un bicchiere di rosso profumato. Siamo qui per scoprire i sette comuni della zona che hanno meritato la Bandiera arancione del Tci; e abbiamo già capito che non possiamo fermarci a quel che passa per la bocca. Perché nelle Langhe si mangia divinamente, si visitano decine di cantine in compagnia di australiani e giapponesi, si beve ogni sera un vino migliore del precedente, ma non bastano cucina e docg per diventare un territorio eccellente (e meritarsi la Bandiera). A Monforte, per esempio, antico centro dell’eresia catara, il paese è curatissimo, gli edifici ben restaurati, la fondazione Bottari Lattes propone concerti e mostre. E soprattutto, ogni estate c’è Monforte in jazz, in una cornice che meravigliosa è dir poco: inerpicatevi su per le viuzze del paese, fino all’auditorium Horszowski, in cima alla collina, gradinate di prato tra due chiesette di mattoni rossi e una torre isolata. Come dire: c’è altro, oltre al magna magna.
Tanto Monforte ha il suo punto di forza nel paese, quanto Barolo e Grinzane Cavour – immersi anche loro tra i vigneti – vivono grazie al loro castello. Nel senso che quasi il paese non esiste, almeno turisticamente parlando: l’attrazione è tutta nel maniero che lo sovrasta, maniero con annessa enoteca regionale dove degustare e acquistare buon vino. Fin qui le somiglianze. Perché poi è tutto diverso, a Barolo e a Grinzane. Partiamo dal secondo, che torreggia sui vigneti che anche Camillo Benso amò coltivare quando il padre lo spedì ad amministrare la proprietà di famiglia e, già che c’era, a fare il sindaco del paese. All’interno troviamo oggetti e memorabilia del conte, ma anche sale preziose come quella delle Maschere, con un soffitto a travi dipinto nel Cinquecento e poi dimenticato, e il museo delle Langhe, con oggetti e attrezzi della tradizione. Le ottime spiegazioni suppliscono alla (relativa) confusione dei temi. E la sala dove ogni anno si consegnava il premio Grinzane (peccato usare il tempo imperfetto), abbellita da pagine di scrittori langaroli, con una finestra che spazia sui vigneti, è davvero imperdibile. Da non perdere anche il castello Falletti di Barolo, ma per altri motivi: mentre state leggendo queste pagine, al suo interno è stato inaugurato il nuovo Wi Mu, ovvero il Museo del vino frutto di anni e anni di lavori e ristrutturazioni. Noi l’abbiamo visto in anteprima, quando ancora c’era lo scotch per terra. Che dire? Che sarà un’esperienza irripetibile, in tutti i sensi. François Confino, l’architetto che l’ha progettato, ha pensato a un’immersione nella storia, nella cultura e nell’immaginario del vino come nessuno aveva mai fatto prima: tanto per darvi un’idea, in una saletta si ascoltano canzoni sul vino, in un’altra sono proiettati dipinti sul vino, in un’altra ancora due cuochi parlano di vino conversando da due schermi opposti. Bisognerà capire se tutte le fantascientifiche intuizioni di Confino funzioneranno a dovere: ci direte.
Poi c’è Neive. Più a nord, terra di barbaresco e non di barolo, paesaggio ugualmente bello e vigneti che ancora una volta sembrano voler entrare in casa. Paesino sviluppato a cerchi concentrici, grazioso e delicato, la casaforte in cima al colle con una palla di cannone appesa sotto a un balcone di grappoli (quella della battaglia di San Martino, per cui Neive venne graziata); e la chiesetta di S. Michele dove entri e scopri una bandiera della Macedonia e un’iconostasi ortodossa (“sono tanti i braccianti che arrivano da Skopje” ci raccontano “così hanno dato loro la possibilità di usare quest’edificio per il culto”). Ma l’attrazione più grande di Neive ha un nome e un cognome. Perché arrivi a Neive e non sai nulla di Romano Levi; e poi parti da Neive e per ore non hai fatto che parlare di lui. Difficile adesso riassumere: diciamo che se fate il suo nome a uno qualsiasi degli abitanti di Neive, ognuno avrà i suoi aneddoti da raccontare, i suoi ricordi, le sue verità, i falsi miti da sfatare, soprattutto le sue preziosissime grappe nell’armadio. Perché Romano Levi – mancato due anni fa – era prima di tutto un distillatore di grappa, che negli ultimi trent’anni ha ottenuto fama mondiale non tanto per la qualità del prodotto ma per le etichette che apponeva sulle bottiglie, disegnate a mano in uno stile semplice e un po’ naïf. Tutto il resto – personaggi che gli ruotavano attorno, strabilianti manie collezionistiche, turisti che aspettavano per ore in silenzio davanti a casa pur di farsi dare una grappa – tutto il resto fatevelo raccontare. Luoghi da dove iniziare: il Museo della donna selvatica, in centro a Neive alta (guardate il video); e la casa-distilleria, a Neive bassa, cancello rosso all’incrocio per Mango.
Fine dell’alcool, vino o grappa che sia. Perché c’è poi chi sta a un soffio dalle colline, ma le colline non ce le ha. Colpa del Tanaro, che segna un netto confine con le Langhe del vino: al di là del fiume, verso ovest, niente colline, e quindi niente vigne. Per promuovere il territorio è necessario inventarsi qualcos’altro. Cherasco ha puntato su lumache, mostre, Napoleone e anticaglie: e lo strano cocktail funziona più che bene, a giudicare dal flusso di visitatori. Capiamoci bene: anche senza idee “aggiuntive”, la cittadina avrebbe ben più di un motivo per giustificare una visita. Una peculiare planimetria dove tutto è ad angolo retto, con una via centrale che finisce con due archi trionfali (uno seicentesco, bianchissimo e inconsueto); di conseguenza, una “non-piazza” centrale – il centro città è semplicemente l’incrocio cardo-decumano; e due palazzi affrescati da un certo Taricco, uno di quei nomi che non hai mai sentito prima e che ti rimarranno in testa per un bel po’, soprattutto dopo essere entrati nella sala della Sapienza di palazzo Gotti di Salerano, ovvero il museo Adriani, dipinta nel Settecento e ancora meravigliosa nelle sue cromie. Però gli amministratori hanno avuto la bella pensata di affiancare a tutto questo l’offerta gastronomica, con le lumache cucinate in tutte le maniere possibili; l’imperituro ricordo di Napoleone, che qui firmò un famoso editto; e soprattutto l’organizzazione di mostre d’arte e mercatini dell’antiquariato, ormai di fama nazionale. “Una sorpresa totale!” esclama un’entusiasta turista francese, mentre ammiriamo il Tanaro e la Stura che incrociano i piedi, sulla facciata del Comune. Condividiamo.
A Bene Vagienna, dieci minuti più a sud, il numero dei visitatori di Cherasco probabilmente ha sempre fatto gola. Anche qui panorama orizzontale, niente vedute su filari e castelli. Dunque, che fare? Innanzitutto una ripulita al centro storico, ben curato e sorprendentemente colorato, tanto che quasi sembra di essere in Liguria (tra l’altro non così distante). E poi una scommessa su quello che neppure la terra del barolo può vantare: la grande Roma. Erano i primi anni del Novecento quando Assandria e Vacchetta, due archeologi locali, decisero che l’antica Augusta Bagiennorum doveva essere sepolta sotto i campi a poca distanza da Bene. Detto, fatto: con gli scavi iniziarono a comparire muri, vie, fori, teatri. Una città intera sotto il grano e il mais. Che peraltro è lo stesso paesaggio di oggi – non aspettatevi grandi resti, piuttosto una bella suggestione, specie se avrete già visto al museo archeologico di Bene una foto scattata in notturna, con i raggi infrarossi, in cui magicamente le linee di Augusta compaiono sotto i campi. Il museo, a proposito: punto focale di un itinerario che dal sito archeologico porta in paese, ad ammirare i ritrovamenti delle campagne di scavo (alcuni sono davvero stupendi, e le ricostruzioni ben fatte), e poi ad Archea, centro sperimentale che invita bimbi e ragazzi a scoprire i segreti dell’archeologia. Bel sistema che inizia a ingranare.
Ne manca una, di Bandiera, all’appello. Ci mettiamo in marcia: sempre Langhe cuneesi, ma – come dire – un altro mondo. Il viaggio verso sud è una rivelazione: prima la pianura, poi le viti, poi le colline che si fanno più alte e boscose, verdissime in una giornata senza una nuvola, e la strada sale in mezzo a noccioleti a perdita d’occhio, tornante su tornante, senza incontrare nessuno, fino a sbucare su un crinale, tra la val Bormida e la valle Uzzone, dove il panorama si apre a perdita d’occhio. Qui c’è Bergolo, 80 anime. Ora, come avrete capito, non si arriva per caso a Bergolo. Ma si dà il caso che se si vuole cercare qualcosa di diverso, disintossicarsi dalle bevute o respirare in solitaria, questo sia il posto perfetto. Passeggiamo tra le case di pietra ricoperte di petunie e gerani – tre minuti da un capo all’altro del paese – e dalle finestre, dalla parrocchiale, da un piccolo palco arrivano le note di uno, due, tre pianoforti. “È il posto giusto per suonare” ci dice un adolescente, mentre ammiriamo le opere d’arte contemporanea un po’ ovunque sui muri. “Ogni estate ci sono corsi per giovani musicisti”. Due ragazze gli fanno eco: “Veniamo da Rovereto per un corso di flauto, siamo qui da una settimana, è stato bellissimo”. Ancora con le note di Bach nelle orecchie (ma c’è chi ha in mano lo spartito di Twilight) ci dirigiamo verso la cappella romanica di S. Sebastiano, alta su un colle, solitaria in mezzo a un prato. La chiamano la collina del vento, e ne capiamo il perché. Uno sparviere esce dal bosco e scompare verso un lontano temporale.
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Informazioni
- Pubblicato il: 10 settembre 2010
- Autore: Stefano Brambilla
- Sezione: Qui Touring Speciale
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