Belo Horizonte, l'altro Brasile
Tocca ammetterlo, a Belo Horizonte il panorama non è granché. Una disordinata distesa di palazzi che altrove si chiamerebbero grattacieli, una manciata di parchi che donano un tocco di verde a un paesaggio altrimenti cementificato e una cornice di montagne aggredite da case e abitazioni varie, dalle favela di mattoni grezzi alle residenze signorili. Insomma, un Brasile che non ti aspetti: zero spiagge, tanto grigio. Con queste premesse, viene spontaneo chiedersi come mai a fine Ottocento battezzarono una crisalide di città Belo Horizonte.
Prima esperienza brasiliana di centro urbano pianificato, costruita dal nulla per diventare la nuova capitale del ricco Stato di Minas Gerais, Belo Horizonte era inizialmente stata pensata per ospitare 200mila persone. Il disegno originale prevedeva un ordinato intreccio di vie squadrate, ricchi giardini, ampi boulevard alternati a piazze e palazzi immaginati sulla scorta delle città francesi, esempio degli esempi di urbanistica riuscita. Così vien da pensare che prima della sua esplosione demografica poteva anche essere bella. Invece nel giro di un secolo e una manciata d’anni, la città è passata da zero abitanti a oltre due milioni e mezzo, il che spiega un certo disordine architettonico e quella sensazione di non raccapezzarsi mai che si ha attraversandola. Ma forse il bell’orizzonte era solo una metafora e più che altro si riferiva alle prospettive economiche della città e dello Stato che la circonda.
L’incessante attività estrattiva di ogni tipo di minerale ne fa una regione florida di un Paese, il Brasile, che comunque non pare aver conosciuto la crisi di questi ultimi anni. Non solo. Intorno alla capitale dagli anni Sessanta si sono installate decine di fabbriche, tra cui spicca Fiat Brasil, la più grande azienda di auto del Paese forse attirata qui dal fatto che quasi la metà degli abitanti di Minas vanta, o dice di vantare, ascendenze italiane. Sia come sia, la vista migliore di Belo Horizonte si gode dall’alto di praça João Paulo II, uno spiazzo panoramico costruito per ospitare il papa all’epoca del suo viaggio in Brasile. Per trovare altre cose notevoli bisogna andare in cerca dei palazzi di Oscar Niemeyer, l’architetto che con le sue sinuose creazioni di cemento ha disegnato l’immaginario di quasi tutte le moderne città brasiliane.
Oppure spingersi fino al lago artificiale di Pampulha, a una decina di chilometri dal centro. Qui, nella cornice di un quartiere super residenziale, il solito Niemeyer assieme al paesaggista Roberto Burle Marx ha disegnato un ambiente modernista dove spiccano il Museo da arte, la casa do Baile che sembra una rotonda sul lago e soprattutto la chiesa di S. Francisco de Assis, tutta curve e maioliche. Tanto bella quanto rivoluzionaria per l’epoca, al punto che il clero locale di stampo tradizionalista ci mise vent’anni prima di accettarla e consacrarla. Per il resto, chi la visita si porta via poche immagini precise e più che altro il ricordo di ottime cene nei tanti ristoranti della città, quasi che si sublimasse nella ricchezza di cibo l’assenza di altre bellezze.
La corsa all'oro brasiliana
Detto questo, perché visitarla allora? Perché se Rio ha la fortuna di essere Rio, e questo può anche bastare, Belo, come confidenzialmente la chiamano in Brasile, ha la fortuna di essere molto vicina alle cidades historicas di Minas Gerais. Tiradentes, Ouro Preto, Mariana, ma anche Diamantina, Sabará, São João del-Rei, Mariana e Brumadinho, oltre alla città patrimonio Unesco di Congonhas, sono il vero tesoro turistico del Minas Gerais. Come lascia intendere il nome sono vecchie città coloniali, cresciute a inizio Settecento parallelamente alla strabiliante crescita di ricchezza della regione. Qui per alcuni decenni si arrivò a estrarre il 70 per cento di tutto l’oro del mondo. E queste colline divennero la vera terra promessa del Brasile, con migliaia di avventurieri che venivano a inseguire il sogno dei sogni: la corsa all’oro. La prosperità della regione non durò molto: sfruttate e depredate in un quarto di secolo, le miniere esaurirono la loro vena aurifera. Ma fu abbastanza per lasciare in eredità queste città, testimonianza di un’epoca gloriosa in cui il baricentro del Paese si era spostato nell’entroterra.
A guardarle sembrano piccoli pezzi di Portogallo esportati oltre Atlantico, unici lasciti di un Paese troppo piccolo e troppo povero per credere di poter governare una terra tanto grande e tanto ricca come il Brasile. La foggia dei palazzi, la ricchezza delle chiese barocche rivestite di maioliche, il selciato di pietre sconnesse, l’alternarsi dei colori pastello che bordano le facciate, tutto rimanda alla madrepatria. Sembra di stare in una qualunque città del Minho, in Portogallo. Anche se le guide dicono che sono state costruite secondo i canoni di uno stile architettonico locale, con orgoglio battezzato barocco mineiro. Il Michelangelo mineiro era un meticcio figlio di una schiava e di un mercante portoghese, tal Antônio Francisco Lisboa, passato alla storia come Aleijadinho.
A Ouro Preto la chiesa di S. Francisco de Assis custodisce il maggior numero di sue opere e, assieme al museo a lui dedicato, offre una buona sintesi del suo genio. Ma è alla basilica do Bom Jesus de Matosinhos, a Congonhas, che Aleijadinho eseguì il suo capolavoro: un gruppo scultoreo che rappresenta i dodici apostoli e altre 64 figure a grandezza naturale che ornano le cappellette del Sacro monte in cui sono raffigurate le scene della Passione di Cristo. Scultore e architetto incredibilmente prolifico, la sua produzione ha del miracoloso: soffriva di una malattia tanto grave – forse lebbra – da fargli perdere l’uso della mani, eppure non c’è città barocca dove non ci siano alcune delle sue opere. Ed è miracoloso anche constatare come queste cittadine siano riuscite a mantenere straordinariamente intatti anche i centri storici, sopravvissuti alla furia edilizia che anche in Brasile ha assediato tutto l’assediabile.
Per raggiungerle si segue grossomodo il percorso della Estrada Real. Disegnata nel diciassettesimo secolo dai coloni portoghesi, la strada si inerpicava tra foreste e montagne per raggiungere i porti della costa. Da Bahia prima e da Rio de Janeiro, si imbarcavano oro, argento e diamanti alla volta di Lisbona, la capitale. Il cammino era costellato di cittadine militarizzate dove avvenivano i controlli fiscali e dove le famiglie dei coloni portoghesi facevano sfoggio della loro sopraggiunta ricchezza. È in questo contesto che si sono sviluppate le varie cidades historicas. La più grande è Ouro Preto, antica capitale dello Stato che si trova tra le montagne a un centinaio di chilometri da Belo Horizonte. Un faticoso saliscendi permette di ammirare le tredici chiese, sette cappelle e sei musei – tra cui ovviamente quelle dedicate alle miniere nell’ottocentesca Escola de Minas – la rendono l’attrazione più ricca della zona. Ma tra tutte la più spettacolare è Tiradentes. Tanto ben conservata da essere stata usata più volte come scenario per le telenovela in costume che tanto piacciono al pubblico brasiliano. La sua fortuna è dovuta al precoce esaurimento delle miniere: nel 1830 chiuse l’ultima e la città si spopolò. Così, avvolta da una conca naturale cinta dalla Serra de S. José, è rimasta uguale a com’era. Protetta per legge dal 1938, il suo tesoro è racchiuso da una dozzina di vie sconnesse dove la vita viene presa ancora con più calma della calma con cui viene di solito presa in Brasile. Visitarla sembra un esercizio di poesia occasionale, dove il compito è osservare come scorre la vita a queste latitudini: tra una bevuta di cachaça e una chiacchiera prolungata fino al calare del sole. Poi ci si chiude in un ristorante e ci si vizia assaggiando la robusta comida mineira, finendo per apprezzare anche questa versione meno esotica del Brasile.
Inhotim: Fazenda artistica
Fondamentalmente quando si arriva all’Inhotim non si sa da che cosa rimanere più stupefatti. Se tendi l’orecchio a raccogliere il verso degli uccelli che popolano il parco senti che il mondo, quello vero, è molto lontano da dove sei tu. Se ti guardi in giro, il pensiero è il medesimo. Se poi ti raccontano la storia del posto allora inizi a pensare che dunque è vero: ancora esistono gli uomini illuminati, almeno in Brasile.
L’illuminato del caso è il signor Bernardo Paz, che saluta con una stretta possente e mentre sorride non puoi far altro che dire: dove l’ho già visto? Ecco, Bernardo è uguale a Jeff Bridges nel Grande Lebowski. Ma uguale, uguale, finanche nei particolari. Così se metti in fila tutti i pensieri capisci che l’Inhotim è un posto come ce ne sono pochi al mondo. Un centro culturale che pare un’isola in mezzo al verde. Un parco sterminato, ottocento ettari di laghetti con oche, foresta tropicale e la più grande collezione di palme di tutto il Sudamerica. Oltre, ovviamente, a una delle maggiori collezioni di arte contemporanea del Paese. Insomma, una meraviglia che tra prati e padiglioni ospita decine di opere.
Il tutto in una zona di vecchie miniere e grandi fazende riconvertite in parco artistico. Bernardo Paz, che nella vita è uno degli uomini più ricchi del Brasile, ha rimodellato il terreno da cima a fondo per ospitare la sua collezione di opere d’arte diventata museo nel 1997. Di tutte le meraviglie quella che colpisce maggiormente è il Sonic Pavillion, installazione opera di Doug Aitken. Un padiglione circolare in vetro posto in cima a una collina. Al centro è stato scavato un buco profondo oltre 400 metri.
Al suo interno quattro microfoni raccolgono il rumore profondo della terra. A sentirlo è come un borbottio perenne, qualcosa di simile a uno stomaco che rumoreggia. Quando esci sei ancora più stupefatto. E pensi che se davvero questo posto è lontano dal mondo cui siamo abitati, figuriamoci dalla nostra idea di museo. Chapeau.
Info: il centro culturale Inhotim si trova circa 60 chilometri a sud ovest di Belo Horizonte. Sabato e domenica alle 9 dalla stazione Rodovíaria di Belo Horizonte parte un bus della Saritur. Altrimenti si deve andare in bus fino a Brumadinho e prendere un taxi. Orari: 9.30-16.30, dal mercoledì alla domenica. L’ingresso costa 16 reais, all’interno ottimi ristoranti e bar.
Info
Muoversi
Le città storiche: le città di cui si parla in questo servizio distano tutte un paio d’ore da Belo Horizonte. Se non si dispone di un’auto, il modo migliore per muoversi è il bus, i collegamenti partono dalla Rodovíaria, il terminal automobilistico cittadino in praça Rio Branca. Non sempre le cittadine sono collegate tra di loro. Tra Ouro Preto a Mariana esiste un collegamento ferroviario con treni a vapore in funzione da venerdì a domenica. Anche da Tiradentes dal venerdì alla domenica parte un treno ottocentesco per São João, distante 12 chilometri.
Dormire e mangiare
Othon Palace, Belo Horizonte, av. Alfonso Pena 1050. Centralissimo grattacielo anni Settanta, con camere ampie da cui si gode una buona vista. Doppia 90 euro.
Arcanjo hotel, Ouro Preto, rua São Miguel Arcanjo 270. Un albergo tranquillo in una vecchia casa coloniale ben restaurata, doppia da 80 euro.
Pousada trem do Imperador, Tiradentes. Dormire in un vagone ferroviario nel verde di un parco, senza il dondolio dovuto ai binari, ma con l’accompagnamento degli uccelli. Doppia 85 euro.
Altre info
Ufficio turistico: presso la sede dell’ambasciata brasiliana a Roma (piazza Navona 21) opera il comitato Visit Brasil, tel. 06.683981.
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Informazioni
- Pubblicato il: 01 luglio 2010
- Autore: Tino Mantarro
- Sezione: Qui Touring Mensile
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