Shanghai, il presente abita qui
Enigma cinese: siamo a metà aprile, mi trovo a Shanghai per visitare in anteprima il padiglione italiano dell’Expo 2010 ma il servizio uscirà su Qui Touring in giugno, a rassegna già ben avviata. Come impostare l’articolo? La tipica nube mentale da cronista globalizzato, frullato dai fusi orari e dalla contemporaneità totale del web, si mescola nel computer ai fumi di un’altra nube, quella del vulcano islandese che ha deciso di scatenarsi proprio in questi giorni. È lunedì e di fronte allo Shanghai Museum non c’è la coda di ieri. L’ingresso è gratuito e, dopo i controlli di sicurezza, posso puntare alla mostra su Matteo Ricci, il gesuita marchigiano che dal 1582 è un simbolo del dialogo tra Occidente e Cina. E proprio da lui, straordinario esempio di umanesimo cristiano, viene, inaspettata, la soluzione dell’enigma.
Ricci entra in Cina, conquista la Cina perché fonda la sfida nel futuro della sua missione su una ferma certezza: il passato dà solidità al presente ed è il presente che passo dopo passo conduce al futuro. E sarà quindi rigorosamente al presente che il vostro cronista vi racconterà la Shanghai che ha visto. Ottima scelta, quella del presente, anche perché – pare un luogo comune ma è realtà – qui tutto cambia a vista d’occhio. I taxisti non riescono a star dietro al turbinoso modificarsi della toponomastica stradale, specie quella creata attorno e dentro all’enorme area (oltre 5 chilometri quadrati) dell’esposizione, ricavata radendo al suolo un intero quartiere industriale.
I cantieri lavorano 24 ore su 24 e quello del padiglione Italia non fa eccezione. A una delle porte mi attendono due giovani membri dello staff del Commissariato generale del Governo italiano per l’Expo, guidato da Beniamino Quintieri. Con loro, un cicerone d’eccezione, Giancarlo Basili, scenografo di tanti successi cinematografici chiamato a mettere in scena l’Italia in questo palcoscenico mondiale. L’aspetto esterno del padiglione Italia trae in inganno. L’architetto Giampaolo Imbrighi, disegnandolo all’insegna della sostenibilità (ha 3.600 metri quadrati di pianta ed è alto 18 metri, ma è interamente smontabile e trasportabile) e della sobrietà esteriore, facendo lavorare la luce naturale e l’aria, ha realizzato una struttura che pare algida. È perfetta, invece, per innescare la vera e propria festa comunicativa creata all’interno da Basili. Che spiega: “Il tema della mostra permanente, curata dalla Triennale di Milano, che sarà il cuore del padiglione è Living the Italian way. E, se vita dev’essere, ho puntato tutto su un percorso emozionale, combattendo il rischio della trita sfilata di oggetti pur straordinari, come un’Isotta Fraschini, due Caravaggio, opere di Burri e Fontana e così via”.
Il padiglione Italia
Storia e cultura italiane del passato si fanno presente da vivere nel padiglione Italia, in un percorso che inizia con una porta che è una perfetta riproduzione in scala del Teatro palladiano di Vicenza, ammiratissima e fotografatissima dalle maestranze cinesi, prosegue con la sala Italy in motion e giunge in uno spazio in cui 15 eccellenze del made in Italy si alterneranno con i loro maestri artigiani all’opera di fronte ai visitatori.
Siamo appena all’inizio. Ci attendono due sale dedicate all’architettura e alla tecnologia con pezzi forti come due Canaletto e la prima Ferrari ibrida e due formidabili sorprese, tutte cinematografiche, create da Basili: “Per la corte centrale ho scelto lo spettacolo dell’architettura e quello della musica”. Ecco quindi uno straordinario spaccato in scala 1:5 della cupola del Brunelleschi per il Duomo di Firenze che lascerà a bocca aperta, dopo di noi, tutti i visitatori. La corte delle meraviglie è completata da una trovata tutta cinematografica, con un perfetto set da orchestra in grandezza naturale – sedie, leggii, spartiti, strumenti appoggiati a terra – allestito su una parete verticale.
La sorpresa cresce entrando nella sala dedicata al cibo dove un ulivo spunta dal pavimento e sfiora il soffitto tappezzato da un campo di spighe e papaveri. “Mi sono ispirato ai campi di Io non ho paura di Salvatores” dice Basili. “Ho potuto lavorare con libertà, senza spese faraoniche ma senza l’assillo dei costi. La maggioranza delle strutture è stata preimpostata in Italia e le maestranze locali hanno curato la messa in opera. L’elemento visivo è fondamentale e tutti i video proiettati nelle diverse sale sono stati realizzati con la supervisione artistica di Giorgio Diritti. Ma venga, non è finita qui...”.
Saliamo ai piani superiori del padiglione Italia, attraversando i locali che ospiteranno il ristorante, la sala delle regioni, quelle dedicate all’Istituto nazionale per il commercio estero e all’Expo 2015 di Milano, l’auditorium da oltre 100 posti e arriviamo in un locale interamente tinteggiato di nero. È il regno di Studio Azzurro, gli specialisti di tecnologie espositive multimediali che saranno i primi protagonisti dello spazio dedicato alle mostre temporanee. Spiega Stefano Roveda: “Volevamo dar vita a una meditazione sulla città utopica ponendo il visitatore, per contrasto, di fronte a testimonianze di persone vere in luoghi veri. Il tema del padiglione italiano è La città dell’uomo? Bene, noi abbiamo intervistato 600 persone in 40 città italiane. I visitatori ‘incontreranno’ nel nostro allestimento queste persone in grandezza naturale e ascolteranno i loro racconti sui luoghi, anche minimi, delle loro vite”. Sarà così ricostruita in modo virtuale la rete di relazioni che caratterizza, appunto, una città a misura d’uomo.
Città a misura d'uomo?
E Shanghai è a misura d’uomo? Certo, la fortissima sensazione di alienazione che si prova alzando lo sguardo verso la foresta caotica di grattacieli, che rispecchiano l’un l’altro deliri notturni di architetti comprensibilmente a corto di soluzioni, si placa solo tornando a guardare verso il basso, verso un’umanità frenetica ma, almeno, viva e reale. Con i giovani che sorridono orgogliosi quando ti vedono fotografare l’ennesimo cantiere, con i taxisti mai stressati, con le donne, contadine inurbate o impiegate in carriera, che paiono le vere padrone della città. A misura d’uomo? Better City, better life? L’Expo, dopo le Olimpiadi, come vetrina che inevitabilmente falsa la realtà? Forse la caratteristica più profonda della Shanghai che ho visto è la sua dimensione commerciale spinta sino al parossismo.
Shanghai pare davvero una mostruosa macchina di compravendita. Dire che vi si trova tutto e di tutto pare banale ma a ben pensarci è sconvolgente. Perché è vero. Eppure, se questo “tutto” è offerto, significa che è anche richiesto. Insomma, la domanda c’è. Megalopoli del terzo millennio, Shanghai non ha un centro. I trader occidentali se lo erano costruito sul Bund, il lungofiume ornato di edifici in stile europeo. La Cina di Mao e successori sembra averlo impostato su People Square, con lo Shanghai Museum, il parco e altri edifici di richiamo. Così diventa difficile capire quanto sia vera o artefatta l’atmosfera della Città vecchia. Certo, gli edifici sono bassi ma la parola d’ordine è sempre quella: vendere. E in un caos ordinato, al cui confronto il bazar di Istanbul è un mercatino di provincia, vedo bambole di pezza in costumi del ’700, zanne di mammut siberiano, scultori che modellano in pochi minuti statuine con il tuo ritratto, cibi indescrivibili, paccottiglie quasi simpatiche nella loro ingenuità. Lo shopping? Potete farvi consigliare i veri mercatini antiquari. Ma nei grandi mall i prezzi dei brand internazionali non sono quasi mai convenienti. Neppure a Nanjing Road che è definita dai cinesi “la più importante arteria commerciale dell’Asia”.
Qui è più interessante osservare la gente, i cinesi e soprattutto i giovani. Molti dei quali paiono ahiloro impegnati a imitare nel peggio i tipi umani alla tronista o alla Verdone anni Ottanta. Sono i più appariscenti. Ma molti altri sono bella gente, dallo sguardo positivo e volitivo. Belle anche le famigliole in stile anni Sessanta che osservo a She Shan. Trenta chilometri di autostrada perfetta verso ovest e un panorama di collinette così basse da apparire artificiali. Ora è la zona della gita fuori porta della piccola borghesia che affolla il chiosco con salsicce e pannocchie e di quella più abbiente che occupa i resort cintati e sorvegliati. Nel 1898 i gesuiti vi fondarono un osservatorio astronomico, tuttora attivo e visitabile, ma prima ancora una chiesa dedicata alla Madonna. Quella attuale è del 1935. Danneggiata dalle Guardie Rosse, ha resistito. La trovo chiusa per lavori di restauro, come troverò chiusa per analogo motivo la cattedrale di S. Ignazio, dalle splendide vetrate. Sulla scalinata, una coppia di sposi si fa fotografare. Sorrisi all’unico occidentale nel raggio di alcuni chilometri. Il taxista aspetta nel piccolo parcheggio (fondamentale dirgli di attendervi, difficile altrimenti rientrare in città). Il verde è polveroso e triste ma si vede che la gente è contenta e respira a pieni polmoni mentre Shanghai è una nube grigia a est.
Grigia come il colore delle torri di Pudong, la nuova Manhattan di Shanghai. Bisogna assolutamente salire sulla torre Jin Mao (421 m), anche solo limitandosi al panorama offerto dalle vetrate della lobby del Grand Hyatt hotel, al 54° piano. L’architettura di questo colosso è vagamente inquietante ma lo è ancor di più quella rastremata del mostro, la vicinissima torre del World Financial Center, alta 492 metri. Termina con un buco trapezoidale che la fa soprannominare apribottiglie ed è quasi perennemente immersa nelle nuvole. Ieri sera, a cena nella torre Jin Mao, eravamo circondati dai lampi mentre la pioggia scrosciava contro le vetrate, in un’atmosfera da rifugio alpino. Ma in tavola c’erano fritto misto e olive taggiasche; nel ristorante accanto servivano angus australiano e nel patio suonavano un violoncello e un violino cinese mentre il cameriere proponeva brunello e vino cileno. Matteo, giovane chef italiano, mi saluta. “Sì, qui sto bene, si lavora bene, sono contento”. Parla al presente, come il Matteo Ricci con cui abbiamo iniziato.
Forse la vera sfida per questa città, che non è la Cina ma che è Cina, consiste nel capire la differenza tra esserci ed essere. Esserci, a Shanghai, è facile e banale. Il puro presente, qui, ti attira e ti tritura nella folla immensa. Essere, invece, impone di avere radici e una storia nel passato per poter avere un’idea sul futuro. E come se il titolo dell’Expo andasse rovesciato: solo una better life darà vita a una better city.
L'Expo dei record, fino al 31 ottobre
Un tema importante - Better city, better life (una vita migliore nel futuro sviluppo delle città) – e numeri da capogiro per l’Expo 2010 di Shanghai, già definito “dei record”. Impressionanti la cifra spesa dal governo cinese, ufficialmente dell’ordine di cinque miliardi di dollari ma si stima ufficiosamente possa toccare quota 60, e la massa dei visitatori previsti: almeno 80 milioni. Nonché gli interventi sulla città stessa che, proprio a ridosso dell’inaugurazione, ha aperto un secondo aeroporto, giusto per fare un esempio.
Lo scopo? Se le Olimpiadi di Pechino hanno consacrato il ruolo internazionale della Cina, il “luna park delle meraviglie” dell’Expo 2010 porta il mondo alla Cina e ai cinesi. Gli oltre 230 padiglioni nazionali, distribuiti su un’enorme area a cavallo del fiume Huangpu a sud del centro finanziario di Shanghai, rappresentano altrettante vetrine che i rispettivi governi hanno allestito spendendo decine di milioni di euro con l’obiettivo di presentare le eccellenze del proprio Paese. E stuzzicare l’appetito dei turisti cinesi, il “petrolio del futuro” che – secondo molti economisti – potrebbero dare un contributo importante a far uscire dalla crisi il mondo occidentale.
Non è perciò casuale il titolo La città dell’uomo scelto per il padiglione Italia dall’architetto Giampaolo Imbrighi: una città in miniatura che parla degli italiani, della loro creatività e cultura per sottolineare le peculiarità tecniche, storiche e artistiche del nostro Paese. Realizzato con materiali innovativi come una macchina bioclimatica orientata al risparmio energetico, il padiglione Italia integra riferimenti marcati alle regioni e ai loro poliedrici usi e costumi, alla tradizione urbana (presente nella Penisola come in Cina) delle corti e dei vicoli, all’acqua quale elemento essenziale del sostentamento, della vita e dello sviluppo delle attività.
Per saperne di più, lo strumento è il web, con il sito ufficiale dell'Expo 2010 e soprattutto quello del padiglione Italia.
Lascia un tuo contributo a questo articolo. In questa sezione i commenti saranno moderati prima della pubblicazione. Grazie.
Informazioni
- Pubblicato il: 01 giugno 2010
- Autore: Marco Berchi
Commenti
Nessun commento è stato ancora inserito per questo articolo.