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"La parte migliore del viaggio erano le cotolette"

Tutti in cuccetta! Da Milano a Messina in treno: ecco cos'è cambiato

di 
Tino Mantarro
7 Giugno 2017
La parte migliore del viaggio erano le cotolette. I panini che passavano di mano in mano, l’odore delle arance d’inverno, i biscotti al mattino. Qualcuno che tirava fuori un termos con il caffé. C’erano cena e colazione incluse nel viaggio, sugli Espressi notturni verso il Sud. I treni a cuccette che oggi quasi non ci sono più. Partendo intorno alle cinque del pomeriggio da Milano Centrale l’arrivo a Messina Marittima era previsto quindici ore dopo. E allora bisognava attrezzarsi.
 
Con la scusa che comunque un ritardo di qualche ora era regola tutti portavano viveri come se dovessero viaggiare per giorni e giorni, traversando il deserto della speranza. Anche perché la sola idea di avere una carrozza ristorante o un carrellino bar era un miraggio. Per cui o ci si organizzava da casa, oppure digiuno. Anche se poi l’arte di arrangiarsi regnava sovrana sulle vetture e al vettovagliamento provvedevano con regolarità i venditori abusivi. Salivano in qualche stazione intermedia tra Roma e Reggio e da allora era un continuo: «Panini, acqua, bibite, caffè, caffè».
 
Foto © Cristina Panicali - reportage "La freccia del sud" - www.cristinapanicali.com
 
CHIACCHIERE SUL TRENO
Si mangiava in abbondanza e si parlava altrettanto, sugli Espressi notturni. I compartimenti da sei cuccette – quelli con le cartoline delle città d’Italia incorniciate sulle pareti del vagone come tanti “Intervalli” della tv che fu – diventavano un microcosmo di conoscenze, il luogo di una solidarietà umana e istintiva che scattava ben prima di Lodi. L’intimità forzata dovuta agli spazi ridotti rendeva semplici le chiacchiere che duravano il tempo di traversare l’Italia.
 
Quindici ore di compagnia diventavano l’occasione per sentire storie e raccontarsi, come se tutti fossero su un palcoscenico. I più giovani passavano le ore in corridoio a guardare scorrere l’Italia dall’uscio del retrobottega. I treni del Sole, dai nomi evocativi, erano abbastanza lenti per permettere di guardare in casa delle persone, provare a immaginare l’odore dei tinelli, il sapore della cena, le discussioni in salotto. Se viaggiavi nei giorni dei Mondiali o e degli Europei vedevi le famiglie riunite intorno alla tv, i divani pieni di gente, qualcuno che fumava in balcone, il silenzio per le strade svuotate. C’è la Nazionale. In treno sì e no si sentiva la partita con la radiolina, ma in Italia ci sono troppe gallerie, e le azioni si intuivano più che altro.
 
Foto © Cristina Panicali - reportage "La freccia del sud" - www.cristinapanicali.com
 
Ed era bello provare a dormire cullati dal dondolio cadenzato delle rotaie, lottando contro il russare molesto dei compagni di cuccette, il riscaldamento che non andava e l’aria condizionata che non si poteva regolare. A ripensarci non erano troppo comodi quegli Espressi, eppure cucivano l’Italia. Avevano un ruolo sociale. Giorno dopo giorno trasportavano speranze e tristezze, accorciavano distanze, univano famiglie, separavano amori. Maledetti per i loro ritardi, benedetti perché senza sarebbe stato peggio, erano l’appuntamento annuale col ritorno a casa.
 
Foto © Cristina Panicali - reportage "La freccia del sud" - www.cristinapanicali.com
 
L’ARRIVO IN SICILIA
Sui convogli per la Sicilia dopo Gioia Tauro saliva l’eccitazione. Tra una galleria e l’altra si intravedeva Cariddi. Lì calava il silenzio, aumentava il via vai con i bagni e tutti si incollavano ai finestrini a guardare il traliccio che custodisce lo Stretto. A Villa San Giovanni il treno veniva ingoiato dai traghetti, rimaneva in pancia per un paio d’ore, qualcuno saliva in coperta per l’arancino rituale. Che lo sanno tutti che non è mai stato un granché quello della nave: però era un arancino, cavolo, e tanto bastava. 
 
Certo, lì il viaggio non era finito: per Palermo, Agrigento o Canicattì ci volevano ancora ore ed ore. Si arrivava a pomeriggio inoltrato, attraversando la Sicilia assolata dell’interno. Ma non importava. Certo non era tutta poesia. C’era chi si lamentava dello sporco, chi del freddo, chi dei ritardi: «Siamo su un carro bestiame». A ogni viaggio qualcuno sbottava: «L’anno prossimo non lo faccio più». Puntualmente l’anno dopo erano di nuovo tutti in carrozza.
 
Foto © Cristina Panicali - reportage "La freccia del sud" - www.cristinapanicali.com
 
IERI E OGGI
Le cose cambiano. Oltre al viaggio con un unico treno, da qualche anno le Ferrovie (chiamiamole ancora così...) hanno creato la staffetta Icn+Av per la Sicilia. Da Messina Centrale treno notturno fino a Tiburtina, poi il Frecciarossa per Milano, tutto allo stesso prezzo. Se va bene risparmi quattro ore; se va male ne perdi altrettante. Perché la coincidenza è stretta, venti minuti, e alle volte salta.
 
Ma è tutto il modo di intendere il treno notte che è cambiato. Le coperte di carta, il bicchiere d’acqua plastificato, le cuccette a quattro sono l’evoluzione di una storia antica. È più comodo e piacevole, su questo non ci sono dubbi. Anche i passeggeri sono cambiati. Si parla meno, si telefona di più.
 
Tutti vogliono comunicare a casa dove sono, sempre. Nei corridoi c’è meno gente, nelle cuccette si sta più larghi, ci si fa gli affari propri. I ritardi no, quelli rimangono. E con i ritardi aumentano i disagi, soprattutto considerando che su questi treni sono rimasti i più bisognosi: anziani e famiglie numerose. Scendi, cerca un treno corrispondente, fai la coda per cambiare biglietto, sposta le valigie, cambia binario. Uno dice: anche prima gli Espressi collezionavano ritardi. Vero. Però eri seduto sul treno, ti rassegnavi e non ci pensavi più. C’era sempre una cotoletta che avanzava.