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Il ricorso delle associazioni ambientaliste contro la corsa al petrolio

Trivelle nel Canale di Sicilia? No, grazie

13 Gennaio 2015
In canale di Sicilia come il Texas? Non proprio, ma quasi. Un paio di mesi fa il ministero dello Sviluppo economico ha dato il via libera a un progetto targato Eni ed Edison per nuove trivellazioni nel Canale di Sicilia. Un progetto cui si oppongono con forza le associazioni ambientaliste italiane, dal Touring a Greenpeace e al Wwf, e i comuni di Licata, Ragusa e Palma di Montechiaro che tutti insieme hanno presentato l'ennesimo ricorso al Tar del Lazio per bloccare l'autorizzazione conclusiva al progetto concessa dal Ministero.

II progetto Offshore Ibleo di Eni e Edison prevede due nuovi pozzi di esplorazione, una piattaforma e i relativi collegamenti sottomarini in una zona del Canale di Sicilia che si trova una trentina di chilometri al largo della costa delle province di Caltanisetta, Agrigento e Ragusa e interessa un’area di oltre 145 chilometri quadrati per 20 anni. Lo sviluppo dei giacimenti Argo e Cassiopea rientra negli accordi tra il ministero dello Sviluppo ed Eni per il mantenimento in attività delle raffinerie di Gela. A chi gli contesta l'operazione l'Eni risponde che «il progetto Offshore Ibleo porterà a una produzione di gas naturale di oltre 10 miliardi di metri cubi in circa 14 anni, contribuendo con 4,5 milioni di metri cubi al giorno al fabbisogno energetico italiano e benefici occupazionali per la Sicilia».

Numeri che però si scontrano con le preoccupazioni dei comitati locali e delle associazioni ambientaliste, stanche di un'idea di sviluppo che non persegue nuove vie e non valorizza l'esistente, ma si affida a sogni industriali altamente inquinanti e con ricadute minime a livello occupazionale sul territorio. «La rivolta dei territori e delle categorie economiche, come pesca e turismo, minacciate dalle trivelle è un segnale che il nostro governo non può ignorare: altro che “comitatini”, nei territori si sta consolidando una diversa prospettiva di crescita e sviluppo» dichiarano le associazioni.

«I proponenti il ricorso, come migliaia di altri cittadini che hanno firmato appelli contro le trivelle, ritengono che non si debbano mettere a rischio la diversità biologica del Mediterraneo in generale, e del Canale di Sicilia in particolare. È scandaloso che dagli studi di impatto ambientale redatti dai petrolieri scompaia il valore della biodiversità e che chi ci governa non sappia comparare gli scarsi benefici, e i molti rischi, che derivano dall’estrazione di idrocarburi, con il valore aggiunto e le ricadute sociali di attività come la pesca e il turismo, senza considerare poi le conseguenze sanitarie della filiera del petrolio, tristemente evidenti in realtà quali Gela e Augusta» proseguono le associazioni ambientaliste. La parola ora passa al Tar del Lazio.