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Viaggio in Tofalaria, ultimo eden per chi cerca paradisi incontaminati e un'esperienza fuori da tutti i canoni

Sette giorni isolati dal mondo. Diario di un'avventura in Siberia

di 
Stefano Brambilla
21 Ottobre 2016
 
Questo è il racconto di un viaggio in Tofalaria, una regione della Siberia meridionale a 500 km a nord della Mongolia dove - nel settembre 2016 - siamo stati i primi stranieri a mettere piede. Il racconto è diviso in due parti: un diario di viaggio, in questa pagina, e le informazioni pratiche per ripetere l'esperienza, in quest'altro articolo. Sotto, un video realizzato durante la nostra visita.
 
 
14 settembre. Ieri ero a Milano. Oggi sono a Gutara, oblast di Irkutsk, Russia. Sembra un altro pianeta. La signora tofalara vestita di giallo e rosso ci offre pesce affumicato e pasticcio di patate e funghi, mentre sotto una yurta le giovani del villaggio si preparano a danzare e al larice vicino è legata una renna curiosa. Siamo arrivati in elicottero, perché a Gutara non arriva nessuna strada: le cento persone che ci vivono sono isolate in mezzo alle montagne della Siberia meridionale. Persone dai tratti mongoli, ultime superstiti di una popolazione che oggi sopravvive solo in tre villaggi, separati da centinaia di chilometri di taiga e di rocce. I bambini guardano curiosi le nostre attrezzature fotografiche, gli anziani ci raccontano miti e leggende della terra di Tofa. La signora vestita di giallo mi mette al collo un amuleto: un pendaglio composto da un frammento di pelliccia di visione e da due denti aguzzi di uno strano cervide, il mosco, cui la natura ha regalato canini vampireschi. “Mettilo al lavoro, durante i meeting” mi dice. “Ti porterà fortuna”.
 
 
15 settembre. Vladimir Zacharovic ha gli occhi azzurri di un bambino, un'unghia macerata dal tempo e una storia che è la storia della Russia dell'ultimo mezzo secolo. Lui è il direttore della Riserva federale di Tofalaria, quella che stiamo per esplorare, la meta del nostro viaggio. Ed è lui che ha concesso per la prima volta a tre stranieri di metterci piede – non che l'abbia fatto volentieri, ma da Mosca hanno detto che era ora di finirla, con questa politica di riserve integrali sbarrate a chiunque, anche la natura siberiana deve portare qualche rublo. Ci guarda, Vladimir, per capire se abbiamo buone intenzioni, se non siamo impostori votati al denaro o bracconieri in cerca di ultimi paradisi. Chiede, interroga, scruta. Questa è la sua riserva, non può darla in pasto a due giornalisti qualunque venuti dall'Italia. Le credenziali sono buone, il nostro sguardo anche: e allora si scioglie in un fiume di racconti e di aneddoti. Gli anni dell'Urss, il disastro della perestrojka e di Eltsin, la fatica di campare, le poesie che scrive nella taiga, i soprusi dei signorotti locali, l'orso che gli dà una zampata sul braccio, la filosofia della caccia, la mamma novantenne vedova e decorata con cui festeggia ogni 9 maggio, festa nazionale russa. Ci sarebbe da scrivere un libro sull'uomo che ci fa entrare in Tofalaria e che vuole morire in una casetta in riva al fiume, tra gli abeti.
 
16 settembre. Quando ci lasciano al lago degli Orsi – fulcro della riserva di Tolfalaria – capisco che cosa significa essere un naufrago su un'isola deserta. Il momento in cui l'elicottero se ne va è il momento per eccellenza del viaggio. In un attimo, il rumore frastornante delle pale scompare all'orizzonte insieme alla sagoma del Mi-8 e, tutto d'un tratto, potente, intenso, arriva il silenzio. La parola “isolamento” inizia ad acquistare altri significati, altro che Alpi o Appennini. Per due ore abbiamo sorvolato foreste, laghi e montagne, e ancora fiumi, monti e foreste, senza nessuna traccia umana, non una strada, non un paese. Il lago degli Orsi luccica nella luce del tardo pomeriggio, le betulle sventolano le loro foglie gialle alla brezza serale, l'acqua sembra di vetro. Con i guardaparco abbiamo scaricato vettovaglie, generatore, zaini e sacchi a pelo. Siamo in un luogo meraviglioso e c'è tutto per sopravvivere. Sasha e Nikolaj sono stati qui cento volte, cento volte hanno vissuto per settimane senza contatti se non quelli della radio. Eppure dentro di me c'è un misto di emozione e inquietudine. Non siamo abituati alla solitudine, per lo meno a quella vera.
 
 
17 settembre. Spaccare la legna. Ascoltare le cince tra gli abeti. Bere l'acqua del lago. Pescare. Accendere il fuoco. Mettere su il tè (a ogni momento della giornata). Guardare le nuvole che scompaiono dietro le montagne. Trovare le orme dell'orso sulla spiaggia. Camminare. Osservare le nocciolaie che nascondono i pinoli nella terra, così d'inverno avranno da mangiare. Leggere. Scrivere. Dormire. Mettere la legna nella stufa, dentro la nostra casetta di legno. Pensare. Preparare il pranzo. Pochi verbi, sul lago degli Orsi. Verbi base. Telefoni ormai dimenticati. Specchi inesistenti. Nessuna fretta. Potrebbe scoppiare la terza guerra mondiale e noi non lo sapremmo.
 
 
18 settembre. Sono tutti pazzi per la banya, questi siberiani. Anche qui al lago degli Orsi, a distanze siderali da tutto e da tutti, c'è una casetta, separata dalla baita principale, che è adibita solo e soltanto per la sauna. E bisogna vederli, i russi, come si divertono a buttare acqua calda sulle pietre roventi, a respirare i vapori dell'inferno – non ho mai sperimentato in faccia l'alito di un drago, ma sono sicuro che non c'è molta differenza. Si suda, nella banya, si scoppia di calore, ci si frusta dolcemente con rami di abete. E poi, un tuffo nel lago. Di notte. Il lago è gelido, ma non si sente nulla, per i primi dieci secondi. Il cielo è stellato, gli alberi si specchiano alla luce della luna, si respira una sensazione strana di pace estrema e di euforia, finché il ghiaccio blocca i piedi e le mani e si capisce che bisogna correre dentro di nuovo, a sudare. Sì. bisogna vederli questi russi che fanno la banya, scene di gente che corre verso il lago ignuda, ridanciana, primitivamente felice. Poi un the, poi la testa sgombra da pensieri e fatiche, poi il sonno più dolce. La taiga è anche questo.
 
19 settembre. Oggi si cammina. C'è una linea da seguire, una traiettoria. Non un sentiero. I sentieri non esistono in Tofalaria. Nessuno ha mai avuto bisogno di tracciare un percorso. Di qui non sono passati pellegrini, viandanti, mercanti, spiriti nomadi: soltanto cervi, orsi e ghiottoni hanno scavato giorno dopo giorno, secolo dopo secolo il loro tracciato. Quello più comodo, più semplice, per trasferirsi da un pascolo all'altro, da un territorio di caccia più povero a uno più proficuo. Ci si inventa la strada, da queste parti. Si seguono le tracce di chi conosce questo mondo meglio di te, prima di te. Muschi che sprofondano sotto le scarpe, avanzi di neve ghiacciata, boschetti di ontani che aspettano di sprofondare sotto la neve. Orme, tracce. Rocce che si sbriciolano tra ruscelli ghiacciati. Poi erba, rododendri gialli ormai sfioriti, brughiera che pare di essere in Scozia, visioni di cime e di vette, laghi e passi senza un un nome. Non tutto ha un nome in Tofalaria. Laghi cristallini aspettano ancora di essere battezzati. O anche no, visto che nessuno in migliaia di anni ha sentito la necessità di dargli un nome. Arriviamo a un belvedere, le cascate di Kinzelyuk sono lì davanti, salto d'acqua tra i più alti di Russia, forse il più alto, nessuno lo sa con sicurezza. Lontano, il picco Grandiosna, un nome che è un programma.
 
 
20 settembre. Impari a fare tuo il paesaggio. Giorno dopo giorno, ora dopo ora. Lo contempli, lo osservi con attenzione sempre maggiore, sorprendi te stesso a notare le più piccole differenze a mano a mano che il sole fa il suo corso nel cielo. Il vento che muove l'acqua, le foglie che tremano, soprattutto la forma delle rocce, delle montagne, della penisola straboccante di abeti che si protende. Impari a conoscere e riconoscere. A essere curioso di come il mondo cambia a seconda della luce, del buio. Il lago degli Orsi sta diventando casa tua, insieme alle nocciolaie che schiamazzano con le pigne nel becco, agli scoiattoli che fuggono sotto la veranda della baita. E' strana, questa sensazione di casa, sei qui da tre giorni e ti senti a casa. Potenza dell'isolamento, della semplicità del paesaggio, della mancanza di distrazioni. Altro mistero siberiano.
 
 
21 settembre. Abbiamo lasciato il “nostro” lago, peccato, avremmo voluto vedere come l'autunno lasciava il posto all'inverno, ci dobbiamo accontentare delle foto di Sasha che scivola sulle acque ghiacciate in motoslitta. Siamo sulle rive del fiume Agul, ora, più a valle. Altro campo della riserva di Tofalaria, il principale. Tre case di legno e Masha e Alexander a sorvegliarle per la stagione, “quando ci chiamano”. Avranno vent'anni. Lei faceva la maestra, ma “non voglio restare in città, mi piace vivere nella taiga”. Lui, biondo e mingherlino, fa cento flessioni che io sarei schiantato. Sono innamorati, l'uno dell'altro e della vita nei boschi. Viene da pensare a una Laguna Blu in salsa siberiana. Il pane di Masha, cotto nella stufa, è eccezionale.
 
 
22 settembre. Scendiamo l'Agul, l'autostrada di Tofalaria. Non essendoci strade si usano i fiumi. E che fiumi. L'Agul diventa sempre più grande, viene paura quando si pensa a quanta strada deve ancora fare l'acqua che scende verso il mare – qui tutti i fiumi vanno verso il Mar Glaciale Artico, migliaia di chilometri più a nord. Il piranha è pazzesco: sembra un mezzo bellico, tutto ricoperto da telo mimetico, la turbina a vento, il fondo carenato per scivolare sulle rocce. Duecentotrenta chilometri dal campo per raggiungere la strada più vicina. Duecentotrenta chilometri di curve, meandri, scossoni, rumore assordante, alberi alberi alberi, anatre che volano via, una sola barca ormai quasi arrivati alla fine. Ci attende il pullmino. La civiltà, il telefono, quello che in una settimana abbiamo scordato. Vorremmo ricominciare da capo.  
 
Nella foto di gruppo, il direttore della riserva Vladimir Zacharovic è il terzo da sinistra in alto; Masha e Alexander sono i due ragazzi a sinistra.